Esplorando il termine | Un’intervista a Carlo Corallo

Carlo Corallo, fine penna ragusana classe ’95, fin dall’inizio del suo percorso tra rap, storytelling e poesia ha cercato di evolvere il proprio linguaggio espressivo perché il suo istinto lirico si sposasse al meglio con la sua produzione, carica di immagini con un intento narrativo dove anche gli aspetti più tecnici del rap vengono utilizzati al fine di raccontare una storia. Il suo nuovo album, Quando le canzoni finiscono, è un ulteriore gradino scalato in questo suo cercare ed è un concept album dedicato a quel momento in cui qualcosa finisce, e a ciò che da lì prosegue. Per esplorare assieme questa sua nuova opera, l’abbiamo raggiunto per un’intervista.

Buondì Carlo, benvenuto su Neutopia. Il tuo nuovo album, Quando le canzoni finiscono, è una nuova tappa del tuo percorso tra scrittura e musica e decide di incentrarsi su un tema molto specifico: il termine di un qualcosa, il suo finire e quel che resta. In che modo hai incontrato la necessità di esplorare questo sentire, e come hai deciso di svilupparlo?

Ho deciso di sviluppare questo tema quando mi sono sentito tradito dalla mia ispirazione e messo all’angolo dalle contingenze del periodo Covid. Io scrivo assorbendo i fatti della vita quotidiana e limitarmi a stare a casa mi ha bloccato a lungo la creatività. Appena ho deciso che il tema sarebbe stato quello della fine, ho letto tanti libri e guardato tanti film inerenti, in modo da trarre più ispirazione possibile sull’argomento. È un tema che mi affascina perchè è uniformante, in quanto ci riguarda tutti, ma personale allo stesso tempo. Sono partito da “Etimologia” per dare una sorta di anticamera al progetto, volevo parlasse di “inizio”. Le dieci canzoni che la seguono raccontano la fine in diverse sfaccettature e al termine dell’ultima di esse si ipotizza un nuovo inizio. È la rappresentazione dell’andamento ciclico della vita, scandito da momenti di luce e buio che si alternano. Detto questo, non tutti gli epiloghi descritti hanno una connotazione negativa, spesso donano al protagonista una sensazione liberatoria.

Passando velocemente da Thanatos a Eros, una cosa salta chiara alle orecchie, nell’ascoltare le tue nuove tracce: se l’amore è sempre stato nelle tue parole, raccontato da moltissime prospettive, è solo in questo album che compare più potentemente l’elemento carnale, in più pezzi ed in maniera più sanguigna. Pensi che questa cosa abbia attinenza col tema del finire, o è qualcosa che è comparso per altri motivi?

Sanguigno è un termine adatto alla descrizione del corpo presente in questo album. Il corpo accomuna l’origine e la fine: è divino quando crea e mortale quando si deteriora. Inoltre, per me è un fattore importantissimo che si sta perdendo tra i meandri di una socialità sempre piú informatizzata. Inoltre, i corpi delineati nel disco, sono corpi che adempiono la loro funzione nel mondo in quanto tali e, dunque, non ricevono mai un giudizio estetico, ma si limitano a percepire e dare sensazioni, a compiere azioni che ne modificano i destini. Descrivo il fisico talvolta nella sua componente mistica, come in alcuni brani quali “Etimologia” e “Quando le canzoni finiscono”, talvolta nella sua componente razionale in altri brani quali “Il capofamiglia” e “Natura umana”.

Il tuo stile è molto immaginifico, e spesso nei tuoi testi lo spostamento tra un’immagine e l’altra si appoggia sul perno del doppio significato dello stesso vocabolo, spesso con effetto a sorpresa. Anche “fine” è un termine (e anche “termine”!) che è ambivalente: è qualcosa che hai esplorato, nel lavorare il tema? 

Fin dai miei esordi mi servo di termini-passepartout in grado di significare qualcosa di lontanissimo da ciò che normalmente identificano. Mi diverto tanto a far rimare i concetti e a rendere il senso malleabile, più che a giocare col semplice suono delle parole. Tuttavia, non è l’unico stratagemma tecnico che uso all’interno dei miei brani; mi piace impreziosire i testi con varie figure retoriche, cercando di non eccedere rendendo il tutto troppo lezioso. Già in “Ogni uomo nasce libro” (2017) dicevo “il fine ultimo l’hai capito alla fine dell’ultimo capitolo…”. Le parole “fine” e “termine” si prestano ottimamente a questo trick ed è una fortuna perchè mi permettono di arricchire di sfumature un’opera già prismatica.

Com’è stato condotto il lavoro sulle strumentali? Se appare chiaro, infatti, che nelle tracce in featuring i suoni scelti (soprattutto nell’utilizzare le batterie) si avvicinino al mondo delle persone con cui condividi il brano, così come del resto fai anche tu, accomodando la penna ed il flow al loro stile, è nei brani in cui compari solo che i riferimenti si allargano e mutano col variare del tuo scrivere. Ci sono state scelte più direttive di altre, con più priorità, nello scegliere i suoni? 

Ho cercato di utilizzare strumentali che mettessero a proprio agio gli ospiti dell’album, senza, però, snaturare il mio stile. Credo di sapermi adattare al mood sonoro degli altri, anche perchè ascolto generi di musica molto vari. Inoltre, ho scelto le basi a seconda della loro capacità di comunicare quanto espresso dalle parole. In questo secondo capitolo della mia discografia, mi avventuro maggiormente in soluzioni cantate e flow fuori dalla mia comfort zone: “Izakaya Jazz Interlude” ne è un esempio. Un tratto che, invece, ritorna dopo l’esperienza di Can’tAutorato, è la presenza di suoni ambientali, come il rumore dello sparo che fa scappare gli uccelli in “Qlcf”, il suono della pioggia in “Natura Umana” o il vocio dei bambini ne “Il capofamiglia”.

La tua scrittura abita quel terreno tra prosa e rap, tra liricismo e testo a cui ritornare, in cui sembrano confluire influenze più varie di quelle nel background di un rapper standard. Quali sono stati i passaggi e le suggestioni che ti hanno portato a Corallo per come è ora? 

Posso dividere le suggestioni che mi hanno accompagnato durante la creazione dell’album in quelle derivate  dall’arte pittorica, come nel caso di Ligabue, quelle musicali, come Kendrick Lamar, J. Cole, i Kings of Convenience, Sufjan Stevens, e quelle letterarie come Philip Roth, Kundera, Calvino, John Fante, Sandor Marai, Rigoni Stern e Andre Aciman.

ETIMOLOGIA

Parole dette a bassa voce
Soffiate oltre il collier d’oro
Da ore in bocca come un colluttorio dolce
Ed uno sguardo docile
Ma i tuoi capelli sono legni che mi basta torcere
E siamo torce, forse
È in volte come questa
Che penso che la mia etnia sia influenzata dall’Etna
Sudore se chiami per nome con quella cadenza lenta
E stai attenta alla scansione di ogni lettera
Tu rendi la passione un’esperienza
In cui ogni mossa è concеssa
Pure comandarsi a bacchetta
Ma per darе vita a un’emozione intensa
Che poi è la differenza tra un dittatore
Ed un direttore d’orchestra
La testa sta morendo al rogo
Io moderno Erodoto
Padre della storia nel senso di rapporto erotico
In un vorticoso incipit di voglia
Che ricorda i libri di scuola
Con gli indici prima di ogni parola
Ma ora, accolti questi baci apolidi
Il tatto è l’ultimo tratto prima di varie trasmigrazioni
Il contatto si fa simbiosi, fa dubitare del fatto
Che noi siamo due corpi soli e che siamo due corpi solidi
A rispondersi: “Stasera ho programmi”
Che ci fa sentire sempre più macchine e meno umani
Così vorrei bussassi, coi palmi sulla mia schiena

E che la testiera fosse una tastiera di vene pulsanti

Se io sono Bologna, tu sei San Petronio
Se io Xavier Dolan, tu Mommy
Ma con mille alibi tra le mani
Mentre un’aria estiva stimola l’umami
Così che i pensieri contrari di entrambi domani saranno unanimi
E distanti da credenti e padri
Ma anche noi con gli organi usati
Come strumenti per momenti sacri
Sai, il tuo mi piace, quasi
Perdo la pace se mi allontani
Forse è per questo che si piange appena nati
Il pericolo è di odiarsi tra anni
Durante vite lunghe in cui crescere insieme come le unghie
E magari farò il perito meglio di altri
Che un marito è già istruito
Al confronto continuo tra due caratteri
Da estranei conta un altro schema
Andare a cena è un rito per non star soli la sera
Concentrando la libido alla fine della pancia
Finché un liquido ci separa come alla fine della Pangea

O in una camera gelida o troppo calda

Con un parquet iridato e ogni parete bianca
Su cui strapparmi la giacca tipo avvocato radiato dall’albo
E starti accanto fin quando siamo irradiati dall’alba
Ormai quasi ogni tua usanza l’ho fatta mia
Ogni ansia o periodo di calma, ogni principio etico o follia
Per questo, quando dici: “Vieni da me”, sorrido
Perché per te è un invito, per me si tratta di etimologia

Concept & Film: Andrew Superview, Valeria Michetti
Starring: Ginevra Ambrosino, Nunzio Di Matteo
Testo e voce Carlo corallo
Produzione Osa

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