Tu credi ai Ghostwriter?

In Italia il lavoro del ghostwriter inciampa spesso e volentieri nel suo intralcio più fastidioso, quello di non essere riconosciuto come una vera e propria professione.
Nel campo del ghostwriting, come in altri mestieri e professioni in cui possono crescere dei liberi professionisti, capita spesso di scontrarsi con la disinformazione dei più che non conoscono i tempi e i meccanismi di lavoro che stanno dietro le quinte di una professione. Succede spesso che il committente si faccia una propria idea sul prezzo di un servizio: qualcuno forse gli ha detto che, per lo stesso lavoro, ha trovato chi gli ha offerto una cifra davvero esigua, o forse su bakeka.it c’è chi si improvvisa proponendo costi bassi e tempi brevi. Avviene così che, al confronto con il professionista, quando la retribuzione proposta si allontana da ciò che il cliente aveva in mente, la collaborazione non avviene. Questo tipo di abitudini alimentano e incoraggiano lavori di bassa qualità, stabilendo come standard – per la sfortuna dei professionisti più capaci – i tempi e il forfè immaginati da chi ne sa meno. Ma come un imbianchino non può stabilire un prezzo fisso per la verniciatura di trilocali, perché in ogni appartamento possono esserci mq2 diversi, soffitti più o meno bassi, che necessitano di una o più passate di colore, anche per il ghostwriter è valido lo stesso discorso. Non si può pensare di ricevere un’indicazione forfettaria, ed è bene che chiunque fosse interessato a ricevere un servizio simile sia informato su ciò che il lavoro di un ghostwriter richiede. Ci sono una serie di fattori che vanno riuniti per fare un prezzo: il numero di cartelle totali, il numero di riscritture necessarie o richieste, le ore di intervista (se la storia che deve essere scritta viene dettata dal cliente), le tempistiche richieste (è cosa diversa chiedere che un libro di 150 pagine sia pronto in due settimane anziché in tre mesi), ed è importante sapere se il lavoro finale verrà firmato a quattro mani o se il committente vuole risultare come l’unico autore.
Oggi mi trovo in compagnia di Francesco Spiedo, ghostwriter professionista e autore per Fandango Libri, cui rivolgo alcune domande.

Francesco, in Italia si parla poco riguardo la professione del ghostwriter. L’espressione “ghostwriting”, addirittura, continua ad avere poco senso per molti italiani. In che modo tale disinformazione si ripercuote sui professionisti?

Prima di tutto bisogna distinguere tre categorie di ghostwriter: i freelance, quelli che lavorano per le agenzie e quelli che lavorano per le case editrici. Il freelance si scontra con tutti i problemi di qualsiasi altro lavoro – fatto da un libero professionista – in ambito creativo. Il ghostwriter in questo senso ha tutti i problemi che può avere un copywriter, un grafico, un fotografo perché – come questi – il lavoro di ghostwriting rappresenta uno dei tanti mestieri che altri immaginano di poter fare senza problemi: “Cosa ci vuole a scrivere un libro? Se vuoi tutti questi soldi me lo scrivo io.” Le competenze tecniche e professionali non vengono mai prese in considerazione o riconosciute se fai il freelance e, soprattutto, se non hai un background. Io ho cambiato tariffario dal momento in cui sono passato da semplice autore che scriveva per le riviste, a professionista ricercato da agenzie e case editrici. Per i professionisti che lavorano per agenzie o case editrici è già diverso e più semplice. I clienti con cui hanno a che fare sono clienti filtrati, che conoscono la professione e che sono consapevoli di non saper scrivere un libro e accettano le regole del gioco, o sono clienti “educati” dall’intermediario che si occupa di fornire tutte le informazioni che servono prima di procedere con il lavoro. In più lavorando per le case editrici o le agenzie può avvenire che il ghostwriter non lavori più a progetto ma sia direttamente stipendiato.

Il problema che accomuna tutti è il riconoscimento di una professione che qui in Italia fa molta fatica a emergere. Non c’è un albo, non c’è una scuola, non esiste nemmeno un contratto da ghostwriter.

Non esiste proprio la qualifica di Ghostwriter, così che, per ogni committente che rifiuta l’affiancamento di un professionista per i motivi superficiali o economici che abbiamo già spiegato, ci sono altrettanti progetti – magari belli – non realizzati o, peggio, realizzati male perché fatti da chi non ha le competenze o da chi accetta il compenso, ma si improvvisa per esso.

Quindi, anche per la sete di successo e di fama che oggi sembra ignorare pochissimi superstiti, si può dire che sempre più persone hanno accesso a questo campo, ma la consapevolezza rimane molto superficiale.

Esatto. Paradossalmente, il GW è più fortunato ad avere come cliente un influencer con una certa fama che, conoscendo il numero dei suoi followers, riesce a monetizzare il movimento e quindi ha già una consapevolezza del giro economico che ci può essere dietro a un lavoro. L’influencer sa che andranno in pre-order migliaia di copie, e se quelle copie, su Amazon che trattiene una percentuale molto bassa, le vende anche solo a 13 euro, la cifra che ottiene è molto interessante e quindi è probabile che decida di investire la cifra che il professionista richiede.

Rispetto a ciò che ci siamo detti all’inizio, forse è importante che la consapevolezza di cui abbiamo parlato si estenda anche a chi non è direttamente interessato al mondo del ghostwriting. O secondo te è sufficiente che vengano informate ed educate solo le persone che richiedono un servizio in questo campo?

Bisogna considerare che ci sono diverse tipologie di clienti. C’è il privato cittadino con una certa anzianità alle spalle che vuole scrivere le sue memorie, o la maestra d’asilo che decide di scrivere un libro di favole per bambini. Questi sono i clienti peggiori, perché per loro la realizzazione di un libro è uno sfizio, e a causa di aziende come Amazon – che ti vendono l’idea di scrivere e poi comporre un libro come un progetto semplice e veloce – questi si convincono che sia davvero così. A questa tipologia di cliente non interessa fare un bel lavoro, forse un lavoro ben fatto non se lo possono neanche permettere (e non c’è niente di male in questo!). Un’altra categoria di cliente sono le aziende (o la PincoPallino Srl o l’influencer), che magari non hanno tutte le competenze necessarie ma hanno già dei budget più elevati e quindi una liquidità tale su cui tu puoi lavorare tranquillamente. Il terzo cliente è quello che passa per una casa editrice; possono essere persone già qualificate che magari hanno già pubblicato e che arrivano con un progetto già sistemato e su cui quindi il GW deve lavorare di meno.

Quello che manca e che va creato è un circuito riconoscibile e riconosciuto che ci dia credibilità, che abbia direttive chiare, con tariffari più o meno standardizzati, avere delle agenzie che creino una rete affinché tutto segua una procedura più standard.

Prima abbiamo accennato a coloro che si improvvisano GW pur di accaparrarsi un lavoro e quindi un compenso. Sei d’accordo con me nel pensare che certe figure danneggino la professione vera e propria, incoraggiando, invece, il più delle volte, prodotti di scarsa qualità?

Lo è come per ogni altro tipo di lavoro. A Napoli si dice “’O sparagno nun è maje guadagno”. L’importante è che il committente si ricordi che, il più delle volte, a scarso compenso corrisponde scarsa qualità. È fondamentale ricordare questo perché se dopo aver pagato male un lavoro, ci si lamenta della scarsa qualità puntando il dito, si danneggiano i professionisti del settore e si alimenta una certa sfiducia in generale, perché tale principio verrà applicato anche in altre situazioni.
Attenzione, però: può capitare che colui che accetta un lavoro per un compenso misero non sia necessariamente uno che si improvvisa, ma un professionista che si sta svendendo. Se una persona è capace, non è mai un bene svendersi, ma – e qui mi rivolgo a coloro che vogliono intraprendere questo tipo di carriera – può succedere che, per insicurezza o poca esperienza, un professionista si svenda. Può succedere, è successo anche a me. L’importante è che il nuovo ghostwriter riconosca pian piano il suo valore e gli conferisca il giusto prezzo.

È un’abitudine dannosa cercare e/o stabilire un principio ordinatore, o una stessa chiave di valori senza una giusta formazione e consapevolezza. Nessun albo conferisce un criterio standard alla professione di ghostwriter, ma provare a stabilirne uno senza informarsi a dovere è deleterio per i molti che cercano di inserirsi in questa professione. Per quanto se ne senta parlare poco, è bene riflettere sul fatto che, in realtà, tali mestieri ricamano la vita di tutti, ogni giorno.
“Internet non si crea da sola, per esempio”, dice Francesco, e ha ragione. Ogni giorno, dietro un blog o anche solo dietro i claim o i contenuti dei nostri siti e-commerce preferiti, ci sono professionisti che si dedicano alla comunicazione, che non si abbandonano all’improvvisazione ma  applicano tutta una serie di meccanismi e regole al fine di garantire una comunicazione accessibile ed efficace.

Marta Zanierato

Illustrazioni di asaf hanuka

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