Bisque | Giorgia Giuliano

Madre natura non ci ha uccisi, a una condizione: che diventassimo gli ultimi. Mi stringo a un’alga per non capovolgermi, sento un megafono nell’acqua, un avviso che si espande ad anelli, ho una carabina in gola e sparo bolle per spezzarli. La paura è suprema alla morte, la morte è una, la paura è una al giorno. Cerco di colpire quella madre crudele, le serviva un uomo per farla ragionare, un padre natura. «Non stavate vivendo, vi stavate diseducando». E ci ha trasformati in pesci.
Ho di nuovo la ciocca rossa di quand’ero punk. Sentivo il bisogno di sembrare cattiva e lo confessavo solo a quelli che avevano il mio stesso bisogno. Quando lo dicevo, diventavo timida di colpo. Sciacquavo i capelli dall’inchiostro e tornavo un angelo nella mia vergogna stinta. Adesso la ciocca è sempre bagnata, fa pena come un cane bagnato. L’ultima immagine che ho di Loris è di quando l’acqua gli è arrivata alle ginocchia. Le gocce erano dure, il lavandino asciutto, il rubinetto un bozzolo di residui di sapone. La figlia di mio padre gattonava bevendo acqua e nessuno la rialzava. Il busto posturale di mia nonna sbatteva agli angoli della stanza, non vedevo più la mia famiglia, ma soltanto i loro destini. La Groenlandia era ghiacciata perché doveva sciogliersi, io ero albina perché dovevo colorarmi, l’uomo esisteva perché madre natura doveva fare figli.

Il 26 ottobre 2051, da vivi stavamo diventando morti. Non sembrava doloroso, in acqua tutto ha una cinetica rallentata, l’acqua libera l’uomo dalle sue percezioni.

Io galleggiavo accanto alla mia torta di compleanno, la panna bagnata sembrava sperma, avevo stretto le gambe senza sapere che non potevo più staccarle. Avevo udito il click della coda. L’acqua non ha temperatura. Di lei prima non sapevo niente, era solo calda o fredda, e cioè sempre lontana dal corpo.
Un corpo adesso viscido. Pare che abbia dato al diavolo gambe e braccia per un po’ di colore, in realtà l’ho ingannato, con il bianco dappertutto sembravo già amputata. Adesso nuoto in un banco di pesci rossi nella mia città sommersa; nuotare è darsi una raffica di spinte, abbiamo gli occhi sbarrati, sembra che abbiamo paura, Loris potrebbe essere uno di questi, paura perché siamo tutti uguali. Sembriamo un pugno, un muscolo contratto, cerchiamo una superficie dura da sfondare. Nelle case sono rimasti gioielli incustoditi, soldi, cene in forno, lavatrici accese.

Gli alieni ci ruberanno tutto. Io ho lasciato un diario sotto il materasso, ci ho scritto la mia storia, pagine bianche come me che sono stata una ragazza bianca, senza espressioni, reazioni, senza orecchie, il labiale delle offese l’ho sempre trovato ginnastica eseguita male. In questa calca di ex-umani riconosco qualcuno che mi ha insultata e che adesso, come me, nuota.

I pesci nati nel mare ci guardano con sufficienza, le loro branchie feritoie da cui potrà partire un colpo. Ci hanno censiti, siamo ex-uomini senza ami, madre natura li avrà avvisati. Alla loro volontà di respirare se ne aggiunge un’altra, più urgente, respirano veloci, sembra che l’acqua deve finire. «Voi pesci rossi siete – bolla – inutili.» lo dice una carpa, ha le macchie sul dorso, è il peccato. Ci guarda, ride. Mi stacco dal gruppo, resto sola sulla sabbia di via Empoli, una strada nera coi lampioni spenti. L’acqua è una castigatrice nella sua immobile violenza. Nuoto su Acquedotti Italiani, un nome che calpestavo sui tombini e che adesso si vendica, mi graffia la pancia. La città è allagata, madre natura ha smesso di bere.
Trovo una vecchia Ford parcheggiata a spina di pesce, un lato ammaccato dal cazzotto del mare, dal cofano escono buste della spesa, cavallucci marini, murene crocifisse sui tergicristalli, manca lo sterzo. L’Arbre Magique progenitore di una nuova barriera corallina, la macchina è la carcassa di un uomo che non tocca i pedali. Dal tubo di scappamento esce un altro pesce rosso-affanno. Non ha capito che qui non è più schiavo di scadenze, è un uomo squamato, incurante della sua trasformazione.
– Voglio rimetterla a posto. Sono un meccanico.
– Qui la macchina non ci serve.
– Lavorare ci serve. Mi dici come mangiamo?
Ribadisco che non ci serve più niente. Siamo sotto la sesta classe, prima ci sono i proletari e poi ci sono i pesci rossi, lui si sente insignificante, la sua insignificanza diventa un grido di pietà contro la disoccupazione. Gli dico che i pesci rossi non cercano il cibo, che i pesci rossi aspettano. Rimangono al centro dell’acquario, fissano in alto e se arriva scattano in piedi, diventano pescecani.
– Se non ci sono più gli uomini a darci da mangiare, moriremo.
Il pesce sbatte contro il bagagliaio, l’ho spaventato. Sono spaventata per come ha reagito. Tra di noi non possiamo mangiarci, non abbiamo denti per staccarci le squame, per spolpare le spine.
– Dobbiamo separarci. In due si muore prima – mi dice. 
– Prima muori tu, e dopo muoio io.
– O il contrario.
– È lo stesso.

Siamo incastrati. Madre natura ci ha fatti pesci perché i pesci morirebbero per qualsiasi cosa. Siamo indifesi. Persino stare in compagnia è una minaccia di morte, un balletto asincrono, due capovolte. Non si sa chi dei due aprirebbe le danze.

Il pesce rosso dice che deve avvicinarsi alla superficie e aspettare il cibo, io gli assicuro che non c’è più niente, in superficie non si vedono ombre, orme degli uomini. Siamo sepolti vivi e le bolle sono tracce di putrefazione.
– Dobbiamo scavare – suggerisco.
– Sotto il mare non c’è niente.
– Neanche in superficie. Proviamo nel mezzo.
Lo convinco, lui pensa di trovare il cibo, io penso di trovare Loris. Sono sicura che lui è morto, che le spoglie del mio fidanzato siano finite sottoterra. 
– Aggiustiamo la macchina – dice come se, con le squame, fosse più facile reggere una chiave inglese.
– Non ho la patente.
– Non ti ho detto che devi guidare.
Vuole scavare la sabbia con le ruote tenendo il cambio marce a folle. Mettere un sasso sulla frizione. Dice che più testate diamo all’altro pedale e più si scava veloce. Della Ford ne assaggio i sedili, sanno di culo e spugna, li succhio come fossi tornata all’infanzia. Vedo oggetti fradici, mi impiglio in un rosario, una spillatrice che sembra un pesce coricato, sul cruscotto c’è un biglietto spiegazzato con un indirizzo. È di Loris!
Intanto il mio amico si sporca di grasso, è felice come un maiale nel fango. Non lo paragono agli uomini che il fango lo buttavano sugli altri. L’uomo non esiste più. Neanche il suo denaro. Gli chiedo di chi è questa macchina, se conosce il padrone, mi dice che è di Loris. Non sapevo che Loris avesse una macchina.
– Come lo conosci? 
– Io non lo conosco. Hai detto tu che è di Loris.
Capisco che la Ford senza sterzo è come me, che non posso andare da nessuna parte. Soffro della stupidità del pesce rosso, ne soffre anche il mio amico pesce, siamo come gatti che nuotano sicuri di mordersi la coda. Iniziamo a trapanare la sabbia, il frastuono violento mi restituisce astuzia, voglio cozzi con la nostra ottusità. Il fondale è carne flaccida sotto il mento, un cucciolo di cane che vuole carezze, un cane lupo, è pericoloso.
– Accelera! Accelera! – il mio amico pesce è esaltato, gli sento gli occhi di fuori, si strozza con le bolle, gli vedo l’aspetto che aveva da uomo, capelli unti e ricci, peli sui dorsi delle mani, la pelle color carboncino.
Il rumore delle ruote fa avvicinare altri pesci. Sgombri e orate accerchiano la macchina, non sanno come funziona e non sanno perché noi lo sappiamo. Il mio amico si atteggia, fa l’esperto della situazione, vuole sfatare il nostro clichè.
– È la nostra occasione per far vedere che non siamo stupidi.
La sua occasione, non la mia. Di occasioni non ne avrò più.
– Chi di voi sa che cos’è questa? – dice ai curiosi.
Nessuno risponde.
– È un tritapesci.
Le loro squame diventano capezzoli infreddoliti e turgidi, i pesci si ritraggono, perdono tre taglie di vestiti.
– Gli umani lo usano per maciullarci, farci a polpette e venderci congelati.
Alcune seppie spruzzano inchiostro, signore di porcellana che se la stanno facendo sotto.
– Noi due sappiamo come fermarlo, ma ci serve il vostro aiuto – dice il meccanico rosso come una volpe, svestito da pesce – Ci servono forze. 
Sa quello che dice, il suo sapere è nato da ceneri ingenue, camuffa la sua disperazione e la rende crudele, la disperazione non ha più talento come preghiera. Questi pesci sono tutti stupidi, tutti che abboccano all’amo, nessuno che dice no grazie. Uno scorfano sfrontato chiede da dove esca la carne tritata, il mio amico indica il tubo.
– Dal tubo di scappamento. Tutta dello stesso diametro.
Lo ascoltano come se fosse uno squalo gigante, come se fosse Nettuno, come se fosse il solo a domare un tritapesci di sua stessa invenzione, un cane a tre teste. È capace, ha talento, vorrei applaudire alla sua bravura. I pesci prendono una decisione e in un istante spariscono, ma in quello dopo ritornano. Più ci servono e più deperiscono, si tolgono il cibo per darne a me e al mio amico. Mangiamo per giorni, ingrassiamo, siamo re e regina, una coppia sedentaria su troni in ecopelle. Succhiamo i vermi come spaghetti al sugo, lecchiamo le pinne come il fondo dei piatti. Non vogliamo più scavare. Abbiamo capovolto la gerarchia, adesso siamo diventati i primi. Madre natura si è sentita presa in giro, se ne è accorta.
– Te lo avevo detto, i pesci rossi non sono stupidi.
Il mio amico mi parla ridendo, si massaggia la pancia, dietro di lui continua instancabile il via vai di pesci timorati. La Ford sommersa è il nostro formicaio, siamo un vespone e la sua ape regina. Ci sentiamo animali astuti. Di Loris non mi sono più interessata.
D’un tratto il mio amico diventa più gonfio, io penso sia pieno d’orgoglio e invece il suo corpo esplode. Il primo pesce rosso è scoppiato, è morto con l’appetito di un furbo. Cerco subito un’alga, tremo, chiedo scusa a tutti gli ingannati. Mi aggrappo al biglietto e lo stiro, ci scopro un altro numero, il civico ha tre cifre: non è casa di Loris. Tiro un sospiro di sollievo appena in tempo, poi pago le sue conseguenze, la truffa del mio amico. L’astuzia è uno spintone che mi capovolge.

Illustrazione di elisa Ancori

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