La Whiteness come dispositivo di controllo

Solo negli ultimi anni, in Italia, grazie allo sviluppo di studi post-coloniali, femministi e intersezionali, si è iniziato a parlare del “razzismo all’italiana” e di cosa sia la bianchezza, di come essa sia una categoria di potere strutturata e che agisce in maniera strutturante. Per bianchezza qui intendo, in linea con i critical whiteness studies, una costruzione socialmente e culturalmente posta in essere da un gruppo dominante, nella quale esso definisce altri soggetti come neri o non-bianchi per poi autorappresentarsi come bianco, e quindi “razzializzato”. La whiteness è una categoria parassitaria e relazionale che non esisterebbe senza la definizione di che cos’è “altro” per il gruppo dominante e funziona come un negativo, per contrasto. 

La bianchezza, di per sé, è un significante vuoto al quale vengono attribuiti arbitrariamente significati funzionali e contestuali necessari a stabilire precisi discorsi e relazioni di potere. Questo crea un confine invisibile, che chi studia il fenomeno chiama “la linea del colore”, che può avanzare e arretrare in base ai poli della relazione in gioco. Esso si plasma in maniera intersezionale e viene stabilito su variabili come la classe sociale, la religione, la provenienza geografica e il genere.

Infatti, il processo con il quale la bianchezza è stata normalizzata nel tempo ha caratteristiche simili a quello con il quale si sono imposte al senso comune le norme di genere e sessuali come “naturali”.  Proprio in virtù della sua naturalizzazione e cristallizzazione nei processi storici, culturali e sociali, la bianchezza è diventata una categoria invisibile agli occhi e al pensiero di chi la pone in essere. Ciò fa sì che ogni forma di “blackness” sia stata costretta a definirsi come alterità, come qualcosa che per essere accettata nella sfera simbolica del bianco va adeguata o si deve avvicinare a uno standard di potere quale quello rappresentato dall’uomo bianco, etero, istruito, lavoratore. 

Hobsbawm, in Età degli imperi (1987), fa risalire alle dinamiche coloniali i modi in cui si costruirono le relazioni di potere che sanciscono il “bianco” e il “nero” come due categorie semanticamente opposte. I colonizzatori, per auto-legittimare il proprio potere, crearono un’immagine positiva del dominatore, bianco, contrapponendone una negativa del dominato, nero, attraverso categorie oppositive come sicurezza/pericolo, superiorità/inferiorità, ma anche bellezza/bruttezza, rispettabilità/ignominia, pulito/sporco. Proprio in tal senso, secondo Gaia Giuliani, razzismo e sessismo “contribuiscono in maniera simile e simultaneo a un sistema di dominio simbolico e materiale che si esplicita attraverso forme molteplici di privilegio che a loro volta sottendono e riproducono quello stesso sistema”. 

Negli USA, in stati post-coloniali Europei e in altri stati del mondo anglosassone come l’Australia, la bianchezza è ormai da molti anni al centro del dibattito teorico sul razzismo. Non è un caso che in contesti di stati fondati sul colonialismo di tipo settler[1] e imperialisti siano sorti discorsi che hanno posto la questione razziale al centro del dibattito pubblico e intellettuale post-coloniale. I whiteness studies sono nati di fatto in rapporto ai black studies, alla critical race theory e ai gender studies in contesti dove, sin dagli anni ’70, vi erano discipline accademiche che indagavano le differenze (di razza, sessuale, di genere) divampate dai movimenti politici degli anni Sessanta e Settanta. Negli Usa, ad esempio, storici e sociologi indagarono sui modelli della bianchezza per stabilire come gli immigrati EU avessero strutturato meccanismi di identificazione razziale basati sullo spostamento della linea del colore, tendendo sempre di più verso il modello bianco wasp. È tale processo che ha permesso ad alcuni gruppi l’accesso a tutta una serie di privilegi di classe tipicamente wasp: è ciò che è accaduto con l’esperienza migratoria degli italiani negli USA. Infatti, gli italiani – come gli irlandesi e gli ebrei – erano considerati “white” a livello di razza, ma “dark” a livello epidermico e culturale secondo le tassonomie nordamericane.

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È comunque grazie al recupero e all’analisi di opere fondamentali per i whiteness studies come quelle di Frantz Fanon – ad esempio, Pelle nera, maschere bianche (1952) – che lo studio della bianchezza è divenuto inscindibile dall’analisi decostruttiva delle forme di privilegio e del dominio coloniale e razziale. L’opera di Fanon, da un lato, è stata essenziale per la disarticolazione degli stereotipi associati al corpo nero e, dall’altro lato, per aver mostrato come tali stereotipi siano stati incorporati dalle popolazioni colonizzate in maniera naturalizzata in quanto polo minoritario della relazione di potere coloniale.

Fanon ha smascherato quella dialettica del non riconoscimento che c’è nella relazione tra servo (nero) e il suo signore (bianco). Una relazione asimmetrica dal punto di vista del potere e del riconoscimento: al riconoscimento del servo verso il signore non corrisponde l’opposto.

Sono stati pochi gli studi che si sono concentrati sulla bianchezza come variabile rilevante nella costruzione degli stati nazionali dell’Europa continentale e che abbiano tenuto in considerazione quanto essa sia una categoria necessaria a fondare l’identità e l’appartenenza alla nazione sulla razza (bianca). C’è infatti una riluttanza nell’uso della categoria “razza” come chiave in grado di svelare i processi e le forme di articolazione delle identità nazionali. Per quanto gli studi post-coloniali europei stiano riuscendo, al giorno d’oggi, ad avere uno spazio sempre maggiore per portare alla luce forme di discriminazione, sfruttamento e di rimozione funzionale della memoria storica, non prestano spesso attenzione alla costruzione simbolica dei soggetti dominanti, all’identificazione di essi con un’etnia precisa e alla trasposizione di quell’identificazione in un’appartenenza culturale che nega e sottintende un riferimento al colore della pelle.

Ma veniamo all’Italia. Oggi, forse, non si parla ancora abbastanza della storia del razzismo italiano e di come l’identificazione razziale italiana sia stata costruita con diversi passaggi attraverso il paradigma della whiteness. Le questioni della razza in Italia sono state oggetto di un diffuso diniego e di una strategica rimozione nella memoria e nel discorso pubblico. L’occultamento del passato coloniale di epoca liberale e fascista, delle leggi razziali e del razzismo interno nei confronti di meridionali, ebrei e popolazioni nomadi – grazie al falso mito degli “italiani brava gente” e di un boom economico che lavava via tutti i pensieri con l’accesso ai privilegi del benessere consumista (basti pensare alla pubblicità Ava, come lava! che ha per protagonista Calimero) – ha prodotto conseguenze consistenti per ciò che riguarda il rapporto tra la cultura italiana e la presa di consapevolezza delle proprie forme di razzismo. Questi processi di occultamento e di sbiancamento dell’identità italiana non hanno lasciato molto spazio a possibili analisi decostruttive sulle forme di auto-rappresentazione identitarie degli italiani e tantomeno alla possibilità di indagare le peculiarità del contemporaneo razzismo italiano. Inoltre, hanno impedito la possibilità di osservare l’influenza che ha avuto la costruzione razziale del Sé bianco sulle costruzioni di genere, ossia di far vedere quali significati siano associati al colore della pelle e al genere nel definire “il cittadino italiano”.

Gli studi postcoloniali femministi condotti da storiche e antropologhe come Gaia Giuliani, Barbara Sorgoni e Cristina Lombardi-Diop mettono in evidenza che è stato funzionale all’identità razziale italiana l’intreccio tra norme razziali e norme sessuali in epoca coloniale e fascista: nazionalizzazione della donna e poi progressivo inserimento delle donne nel corpo simbolico e politico della nazione, in difesa di una fantomatica purezza razziale, permisero di autodefinirsi in termini di bianchezza.

Così come per le altre nazioni imperialiste che basavano i propri imperi su istanze nazionalistiche, anche per l’Italia liberale e fascista il disciplinamento razziale e sociale passò per il controllo della moralità e della sfera sessuale femminile e maschile. Ad esempio, come per le donne italiane in colonia la sessualità fu resa funzionale al mantenimento della purezza della razza, così per le donne africane la sessualità fu subalternizzata e relegata al ruolo di serve, prostitute, madame con pesanti ricadute a livello di rappresentazione e immaginario sociale sulle donne immigrate africane oggi. La ben nota intervista a Indro Montanelli mostra in maniera esemplare la forma violenta del colonialismo italiano in quanto affermazione del maschio bianco, conquistatore di terre e donne e di quanto esso fosse normalizzato. 

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Dal secondo dopoguerra, l’unica ammenda morale che lo Stato ha cercato di mettere in campo nei confronti di un passato razzista e coloniale fu attraverso l’articolo 3 della Costituzione, nel quale si specificava che «tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di razza, lingua, sesso o religione». Questo è l’unico riferimento al passato razzista dello Stato italiano nella sua carta fondativa. Oltre a questo, l’identità nazionale e culturale degli italiani non viene mai messa in discussione, mentre le questioni della razza, del colonialismo e delle conseguenze sulle colonie e sulla madrepatria sono state bandite dal discorso pubblico. Si è fatta avanti in Italia, nel corso del tempo, una “bianchezza senza razze” che ha la capacità di negare il proprio razzismo – interno ed esterno – ma che allo stesso tempo naturalizza ed essenzializza l’Altro, nero, in un senso inferiorizzante.  La costruzione della bianchezza e dell’identità nazionale sono stati due percorsi storicamente lunghi e profondamente intrecciati l’uno con l’altro, sin dalla nascita dello stato italiano. È interessante osservare come, per costruire questo impianto identitario, si sia storicamente e culturalmente spostata quella che viene definita la “linea del colore”.

La nerezza interna del meridionale, poi assorbita, lo spostamento del confine della nerezza sull’Altro nero (il colonizzato) che ha permesso lo sbiancamento della popolazione, la rimozione del discorso coloniale e della questione meridionale dall’ambito pubblico e politico hanno permesso di far evaporare le questioni della razza e cristallizzare le categorie della bianchezza nell’identità nazionale. La metafora dell’evaporazione ci fa ricordare che il razzismo non si muove solo in maniera lineare a livello storico; piuttosto, esso si muove su una temporalità discontinua, a spirale, che fa riaffiorare le tracce sedimentate del razzismo coloniale producendo la simultanea visibilità e invisibiltà degli elementi nelle pratiche del razzismo contemporaneo. Data per scontata la bianchezza italiana, nell’Italia di oggi, l’etnia è sempre mobile e viene rimessa a qualcun altro. Essa definisce l’alterità, la pervade e ne fissa la gestione e diventa forma di controllo di tutti coloro che risultano estranei all’italianità definita in termini culturali e fenotipici. Per gli italiani, oggi, la razza, è semplicemente la nerezza e questa definisce l’altro da sé, lo incapsula in qualcosa di nettamente altro. È sempre più importante capire che razzismo e bianchezza sono due fenomeni profondamente interrelati; non sono solo due sistemi a sé stanti, ma un ecosistema istituzionalmente e culturalmente radicato di oppressione che reifica e razzializza. 

Le persone che oggi hanno il privilegio di non venire razzializzate dovrebbero interrogarsi sul proprio privilegio e su come le categorizzazioni di sesso, razza, lingua, opinioni politiche, condizioni personali e sociali contribuiscano a determinate omogeneizzazioni. Certo, non ci vuole molto a essere degli antirazzisti teorici e a ritenersi soddisfatti dell’aver studiato la semantica della lotta, perché c’è il rischio che l’obiettivo finale diventi solo una comprensione del fenomeno e non qualcosa di incentrato e sostanziale sull’azione quotidiana, volta alla decostruzione di un privilegio per noi invisibile.

Filippo Braga


[1] Sistema di potere che lavora secondo la logica dell’eliminazione. Tutt’ora in atto in molte regioni del mondo, perpetua genocidi e repressione delle popolazioni indigene. È una forma di colonialismo che sostituisce la popolazione indigena con quella dei coloni espropriando terre, sfruttando risorse e mettendo in atto forme di oppressione razziste e capitaliste. 

Bibliografia consigliata

Otegha Uwagba, Bianchi. Sulla razza e altre falsità, Solferino libri, 2021, Milano
Cynthia Levine-Rasky, Whiteness Fractured, Ashgate Publishing, 2013, Londra
Gaia Giuliani, Race, Nation and Gender in modern Italy. Intersecional representation in visual culture, Palgrave Macmillan, 2019
Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Neri Pozza, 2013
A cura di Elisa Bordin e Stefano Bosco, A fior di pelle. Bianchezza, nerezza, visualità, Ombre Corte, 2019, Verona

Collage di Marta Zanierato da un’idea di Davide Galipò

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