La martellina

La pioggia si è da poco interrotta. Il vento filtra ancora dagli infissi e muove, in corridoio, il vecchio lampadario. La ragazza sul letto se ne accorge dalle ombre, incostanti; stringe al petto le ginocchia, riprende il libro. Mamma e papà sono usciti, pensa, ma dicono che sono grande abbastanza, che posso restare da sola, che non serve chiamare la zia. A me va bene così.
Un rumore brusco. Da qualche parte il vento ha spalancato una finestra. Dovevo leggere Fenoglio, pensa, o Silone, non i fantasmi dell’Essex. Accidenti a me, pensa, e intanto posa il libro, muove il piede nudo fino al pavimento, cerca le pantofole. Strano, pensa, saranno finite sotto al letto. Si sporge e vede solo scuro. Io là non ci guardo, pensa, e corre, a piedi nudi, lungo il corridoio, raggiunge la finestra, il lampadario oscilla, in fondo alle scale è tutto buio. Non guardare, pensa la ragazza, non guardare giù, e spinge la maniglia. Poi torna in camera spedita, senza voltarsi, così non può accadere nulla, nulla di male.

Al sicuro, sotto alle coperte, riprende il libro e legge qualche pagina. Ma il freddo ai piedi la distrae, li strofina uno sull’altro, prova a scaldarli.

Poi un rumore, come di legno che scricchiola, come di passi. Ho sbagliato, pensa, dovevo leggere Fenoglio, ed è allora che nota l’orologio. È quasi ora, pensa.
Raggiunge l’armadio e con cura sceglie un paio di calzini, un paio spesso. Ma ne prende uno soltanto. Lo posa sul comodino, ben piegato. L’altro invece lo lascia nell’armadio.
Dal corridoio, intanto, le ombre continuano a filtrare. L’ho dovuto implorare, pensa, ma alla fine papà si è convinto, lui che odia così tanto sprecare elettricità.

E invece mi ha accontentata, ho potuto lasciare accese le luci. La ragazza guarda verso la finestra; anche questa si muove per il vento, ma poco, spinge sugli stipiti con ritmo regolare, e il freddo scivola nelle fessure e arriva fino ai piedi.

La professoressa, pensa la ragazza, mi fa leggere solo storie di partigiani o racconti dei campi di concentramento o vicende di persone ansiose che non combinano mai nulla; qualche volta c’è la campagna siciliana o la campagna piemontese oppure pescatori siciliani o nobili siciliani o militari triestini. Ho sbagliato libro, ecco, lo sapevo, devo evitare le storie di fantasmi, almeno la sera, almeno quando sono a casa da sola.
La ragazza torna sotto le coperte, nel romanzo. Una vicenda ambientata in Inghilterra, la domestica sta camminando per la vecchia casa, quasi abbandonata, magione, la chiamano. Cammina finché nota, in fondo alle scale, forse per un lampo improvviso, uno spettro. La ragazza sobbalza, ritira i piedi, li avvicina al corpo, e proprio allora un lampo illumina qualcosa, fuori dalla finestra, qualcosa che non dovrebbe trovarsi lì. Non guardare, pensa, non guardare fuori. Immobile, ascolta il silenzio, respira con la bocca aperta, non si sente nulla. Devo essere coraggiosa, pensa, la professoressa del resto dice che dimostro più di tredici anni, e per questo, dice, mi consiglia letture difficili. Anche il mio papà racconta a tutti che sono più grande e matura rispetto alla mia età, e che sono bella e brava. Ho deciso, pensa, leggo ancora qualche pagina, ma poche.
Il fantasma è tornato, la domestica lo vede, alla finestra. Per fortuna, pensa la ragazza, io abito al secondo piano. Non c’è cornicione, né tettoia, nessuno potrebbe arrampicarsi fin quassù ed ecco che, appena l’ha pensato, guarda il vetro bagnato dalle gocce e un altro lampo illumina l’esterno. L’albero dei vicini, pensa, ecco cos’era quella forma, solo l’albero dei vicini, ma non guardo più la finestra, pensa, non la guardo più.

Si gira di lato, verso il muro, così, pensa, anche se qualche fantasma dovesse comparire dietro al vetro, schiacciare la carne bianca e putrida contro l’infisso, io non lo vedrei.

Guardo il muro, pensa, che è rosa tenue, un bel colore, e così resto tranquilla. Però mi sembra come se qualcuno, dal vetro della finestra, mi stia davvero fissando. Non voglio girarmi. Un rumore, forse uno scricchiolio, dal letto. Sono stata io? Ma non mi sono mossa. E se ci fosse qualcuno sotto al materasso? La pantofola, a ben vedere, non era dove l’ho lasciata. E se l’avesse presa lui? La finestra del corridoio sbatte, un rumore ritmico, continuo. L’avrò chiusa male? E se ci fosse invece qualcuno che spinge, che picchia, per entrare? La luce del lampadario, che filtra sotto la porta, ancora oscilla. Devo leggere un’altra pagina, pensa, o forse è meglio di no. La ragazza decide di farlo, ma va peggio, perché nella magione, come la chiamano, arriva un altro fantasma, anche questo è muto, non parla. Ma perché non parlano mai? Non le piace. Un’ombra, ha visto un’ombra. Alla finestra. Si schiaccia nell’angolo e pensa che tornerà, il volto, dietro al vetro bagnato, il volto che forse la guardava. Un lampo. Non c’è nulla.
La ragazza guarda la calza sul comodino. Ma perché non si sbrigano a tornare, pensa. Poi si fa seria. Devo essere coraggiosa, non sono più una bambina. Stende le gambe, i piedi sono ancora freschi, e riprende il libro. Anche nell’Essex piove, di un temporale possente che sembra lavare la paura e invece la amplifica; ma la protagonista, ardimentosa, non desiste; sembra quasi che tutti quei fantasmi, che arrivano davvero, li vede davvero, non come me, pensa la ragazza, che me li immagino, sembra che quei fantasmi non la tocchino per nulla. Avanza, nonostante i corridoi bui e polverosi e gli strani rumori, finché un cigolio, sulle scale, i colpi ritmati, uno dopo l’altro, cambiano la prospettiva. Non sono laggiù, nel lontano Essex, ma qui a casa mia, pensa la ragazza. E ritira i piedi, stringe il libro al petto, perché sembra che qualcuno stia salendo le scale. Forse dovrei chiudere la luce e nascondermi sotto al letto, no, sotto al letto no, ci potrebbe essere lui, pensa. E comunque è il primo posto dove guardano.

La porta si apre, in modo lento e misurato. Non c’è qualcuno a spingerla, è come se fosse il vento.

Forse ho lasciato aperta la finestra in corridoio, pensa la ragazza, speranzosa. Poi dallo spiraglio, accanto al telaio, spunta una mano. Entra e saluta. La madre, è tornata. Papà sale dopo, dice la donna, sta bevendo qualcosa in salotto. Che paura, pensa la ragazza, mi tremano ancora le gambe. Sciocca. Sciocca davvero. E dire che avevo anche guardato l’orologio, sapevo che la cerimonia stava per finire, che avevano già premiato il mio papà, per qualcosa che ha fatto al lavoro ma che non ho capito bene. Sapevo che stavano tornando, mi ero anche preparata. La calza è sul comodino. Mi tolgo i pantaloni del pigiama, anche se fa freddo, a papà danno fastidio. Guardo ancora la calza, sta bene lì dov’è, perché il papà è davvero fissato, non c’è modo di fargli cambiare idea. Dice che altrimenti svegliamo la mamma. Che idee balzane! Non la disturbiamo affatto, lei viene spesso in corridoio a guardare quello che facciamo. Certo, lui non può vederla, a faccia in giù, sempre così impegnato, ma io la vedo eccome. Quindi la calza non serve proprio a niente, mi dà solo fastidio, respiro male e basta. Stasera ho anche il raffreddore, accidenti. Ma il papà è così, che ci posso fare? Non vuole essere contraddetto. Comunque, adesso che ho compiuto tredici anni, questa storia deve proprio finire, sono diventata grande e non posso più ragionare da ragazzina, devo prendere la mia vita in mano. So quello che mi fa bene e quello che mi fa male e ho deciso: non leggerò più libri di fantasmi. Quantomeno la sera. Quantomeno se sono in casa da sola.

Illustrazione di Lucia Calfapietra

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