Dorso Mondo di Gabriele Stera | Sovrapporre i punti della mappa

Approcciare un universo come quello di Dorso Mondo (Squilibri, 2021) significa immergersi in una concertazione di stimoli che, masticati tra loro e disposti con equilibrio, rimandano ad un qualcosa sempre altro, eppure così vicino. Il lavoro di Gabriele Stera, alla voce e ai testi e all’elettronica e soprattutto all’evidente regia generale, apre alla percezione dell’ascoltatore le porte di un immaginario luogo così aderente al nostro che “ti capita davanti agli occhi muto, e distende una pellicola sul mondo facendone un giocattolo di plastica”, espresso in un linguaggio e con espressioni che non si coglie se siano etiche o emiche, quasi a sottolineare la convivenza di questo Dorso Mondo alla realtà, suggerendo persino una via per collassare all’interno di quest’altra realtà.

Nel brano di chiusura, Dal Dorso Mondo, che in coppia con Al Dorso Mondo, l’apertura, costituisce la grande coppia di parentesi (entrambi pezzi da 19 minuti, divisi in sezioni) entro cui tutta l’opera è circoscritta. Come nel Poetry Comic di Martina Stella, in cui l’attraversamento di una soglia anticipa e conclude l’esplorazione di questo scenario, l’intera opera acquisisce il proprio senso solo se immersa nel suo immaginario specifico, dall’importanza pari a quella che gioca il contesto culturale per leggere le informazioni di un’etnografia.

Tutto, in Dorso Mondo, parla ingannevolmente un plurale singolare, un singolare plurale. La selva di suoni, che parte nella prima sezione con la sola elettronica di Stera ma che poi si allargherà ad interventi di molteplici strumenti, timbri ed apparizioni grazie alla collaborazione di Jérémy Zaouati, di Franziska Baur, dell’altalena di Garance Abouin e del contrabbasso di Giacomo Troncon, è un dettagliatissimo paesaggio che, come in una ripresa della Terra dallo spazio ampio per poi immergersi nella vita brulicante (proprio come in Picture a Vacuum di Kate Tempest, preludio del suo Let Them Eat Chaos), tocca la pace del distacco come il caos della singolarità, non risparmiandosi sfumature tra loro molto dissimili, ma facenti parte della stessa palette, come i riflessi dal fondo oceanico.

La stessa componente musicale ci parla di un plurale concertato e non a caso lo strumento di Stera è l’elettronica, presenza dominante e regolatrice degli altri impulsi a cui si allude anche nella dedica iniziale dell’intero libro, “Ai nostri cavi”. Chitarre, violini, campionamenti rimaneggiati, pianoforti preparati, echi di voci filtrate da un sound design che talvolta prende il sopravvento ribadendo il proprio ruolo registico, ogni strumento è una voce singola che riunisce tasselli per un mosaico più ampio, e così fanno i versi di Stera, che spesso si aprono a sovrapposizioni multilingue e a più voci e che costantemente parlano in prima persona plurale. Anche nei rari esempi in cui il narratore si fa uno, come in Poème, la penna è sempre aperta e collettiva, è sempre intenta a ritrarre dettagli di un paesaggio, a parlare con qualcuno, a descrivere.

Ma cosa emerge, da questo paesaggio? Non è fisico, non è geografico, il mondo di Stera e della sua compagnia, è tutto rivolto ad una interiorità che lo scatena (o da cui essa viene scatenata) e – come in ogni linguaggio alchemico – “ogni simbolo richiama ad un altro”. Vissuti di schiere di singoli non comunicanti ma di cui Stera si sente portavoce, urgenze e fantasie, questa è la patria comune che fa riconoscere gli abitanti del Dorso Mondo: non azioni, non abitudini, non luoghi od oggetti, ma un sentire comune dal sapore indefinibile eppure chiaro, una salsa in cui l’intera opera è immersa e che, in ultimo, unisce voci e suggestioni e le riporta ad un punto preciso nella cartina emozionale. L’intento di Stera e dei suoi compagni di viaggio, col loro lavoro, è definire uno stato mentale. È da questa base che partono e ritornano tutte le linee direttrici di quest’opera che non è un disco, non è una raccolta di poesie nè una graphic novel ma, essendole contemporaneamente e mai completamente, diventa un qualcos’altro che le supera, un ritratto da più punti di vista, stereofonico, di uno stesso specifico nonluogo.

(Isidoro Concas)

MORTUOS VOCO VIVOS PLANGO

ammutinati gli astri è tutto il meccanismo dei disastri
che s’infrange tra le vertebre e le onde
ed il corpo assottigliarsi in una scia di schiuma bianca
        a peso di martello affondare in un filo di voce
e ritrovarsi poi nel cuore: soltanto un tremare

tirandosi dietro la rete bucare                        bucare
la reste stringendo scendere a punta nel mare chiodato
            per ogni parte di cielo viva strappata dall’alto
una tomba finissima e nera tagliata nel buio a lampi
le lettere incise diranno che mortuos voco e vivos plango

e se ancora qualcosa nel corto-circuito lega la frase
                       al soggetto non sono le sinapsi non è
perché abbiamo un sistema comune sotto la pelle
un corpo cablato di rame non è
perchè abbiamo le branchie sul lato del viso incise

siamo i non suicidati                          possiamo
rifare la guerra domani tornare alle armi ogni giorno
                        finora è tutto quello che abbiamo
tutto ciò di cui necessitiamo              finora è
tutto quello che abbiamo tutto ciò di cui necessitiamo

teso il corpo allo sforzo di svanire
                       svaniremo fino al prossimo segnale
e mentre il peso aumenta dall’interno l’atmosfera –
            ci serriamo tra le squame       siamo soli:
possiamo negoziare con le onde        la luce di fuori

Dorso Mondo, di Gabriele Stera
Poetry Comic di Martina Stella
Squi[libri], 2021
Voce e testi: Gabriele Stera
Musica: Franziska Baur e Jérémy Zaouati

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