Ectoplasmarsi

v. intr. pron. – Assumere forma indistinta, evanescente.

C’è un grosso specchio nel magazzino abbandonato. Uno di quelli antichi, pesanti, con la cornice di legno lucido. Dietro si nascondono gechi e millepiedi. Davanti ci sto io.
Cercavo un vecchio pupazzo: mi pare di sentire lo scalpiccio delle mie scarpette bianche da bambino risuonare dentro di me quando varco la porta, mi pare che mi accarezzino leggere il diaframma.
Mi metto a rovistare dappertutto, anche se in fondo so che non troverò nulla. Durante la ricerca, capita che io colga il mio riflesso nello specchio. Dimentico il passato, mi avvicino e mi fisso per minuti lunghissimi – se vedessi la scena dall’esterno, direi che me la tiro un sacco.
Mi dico: ti vedo, ci sei ancora. Il tempo, però, passa.
Lo specchio si appanna e, giorno dopo giorno, in breve è passato un anno.
Mi chiede: cosa hai fatto di concreto?
Chiedo: conta cancellarsi?
Mi dice: sei un coglione.
Sorrido, mi riscuoto e mi allontano. Sto per uscire dal magazzino quando noto, dietro una cassetta di plastica, dei vecchi stivali, di quelli di gomma. Color petrolio.
La pioggia della notte trascorsa suggerisce di indossarli e di uscire.
Il famoso impulso vitale. Li capovolgo, li scuoto: sfratto due ragni.
Decido di partire: tanto non lavoro. In tasca ho tutto, sigarette e cellulare.

Bassa risoluzione, il taglio dell’amatore. Ho visto qualche film, ne apprezzo le inquadrature e mi riesce qualche scatto.
Mi sento soddisfatto se ne riporto a casa qualcuno. Visito gli stessi luoghi di sempre, li apprezzo di più, da quando me ne sono andato.
Da seimila anime a più di un milione. Un’esperienza di lavoro durata un anno.
– Contratto interrotto, sia mai dovessimo assumerti a tempo indeterminato.
– Grazie a dio.
La definizione di parentesi lavorativa. Da più di un milione a seimila anime.
Ero già ritornato a casa da un po’ di mesi quando la notizia del confinamento mi ha trovato preparato, poco sorpreso. Il mio pensiero è andato soprattutto a chi dei suoi fantasmi non conosceva nulla, a chi se li è ritrovati rinchiusi con se stesso in casa con l’unica alternativa di scacciarli o farseli amici.
Lockdown privato: mi sono accorto, anche questa volta con poco stupore, che anche la gabbia che mi ero scelto da solo e su cui avevo investito risorse preziose iniziava a sembrarmi troppo angusta. Dunque l’evasione, dunque le escursioni per riscoprire ciò che mi circonda: sentieri e luoghi senza nomi ufficiali e non segnati sulle mappe cui giungo a piedi da casa mia e che visito così spesso che possiamo dire io che io quei luoghi li infesti.


Fantasma buono di provincia.
Sono meno di dieci chilometri dai più vicini centri abitati, non c’è nulla o quasi di selvaggio, di sconosciuto.


È una breve distanza, ma se mi sforzo la rendo infinita, non spezzo l’incanto.

Fuori tutto scorre che è una meraviglia. Dentro tutto stagna, brulica vita da fare schifo.
Mi appassionano il frinire, il brulicare, lo scarnificarsi dell’osso, la protrusione del fungo, la forma delle feci, i rami sgorbi, i terreni incolti, le impronte dei cani impresse nel fango.

Il passato qui è vivo e il presente che non vedo non mi vede.

Qui un acquedotto, lì un traliccio: il suono è dato dalla corrente che lo attraversa e che sembra smuovere l’aria, elettrizzandola: ai suoi piedi una fitta esplosione di rovi carichi di more: ne mangio qualcuna e fantastico su quale superpotere ne possa contrarre, o magari su quale malattia. Non lo so, saranno questi tempi strani.

Intorno solo qualche pastore: creano delle recinzioni da post-apocalisse con materiali compositi: brandine, assi di legno, vecchi elettrodomestici, parti d’auto.
È strano come a così pochi chilometri dal mare, persino in estate, si alzi qui intorno la nebbia, nebbia che aspetto per sentire il suono delle campane al collo degli armenti e potere così ritagliare il suono. Ci si accontenta di poco, si fa vita di provincia.


Ritorno a casa che sta già per fare buio. Poche luci si accendono dentro le case e per strada non ci sono lampioni.

In fondo va bene così, questa assenza rende più saldo il mio senso di appartenenza e non si corre il pericolo di dover condividere i dintorni.
Si crea una legge matematica che ha a che fare con l’evanescenza, lo spopolamento, la distanza dai centri abitati. Non sono bravo con le formule.

Il giorno per crinali, la sera per balconi.
Mi appoggio all’inferriata e, quando c’è, il riflesso della luna su certi fiori a campana mi rende mite. Adesso non ricordo il nome di questa pianta né sono tanto sicuro di averlo mai saputo. Il fumo in spirali tesse mantelli, figure evanescenti nella notte.
Sto sparendo, pensi, ed è un pensiero placido, tiepido.
Ma ti sembra più giusto provare di nuovo a materializzarti, a ritornare alla vita e nella vita delle persone. Non è semplice, né tuttavia impossibile. Hai solamente – quasi – trent’anni.
Credi di offendermi a chiamarmi fantasma? Ognuno sceglie il suo modo di lasciare una traccia.

Fotografie dell’autore

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