Millenovecentonovantacinque | Riccardo Frola
Ma il cane magro che sguazzava ieri
sbattendo con la testa fra i bidoni
pieni di organico e la cresta alzata
ti ha scoperta tra i doni della strada a
sgusciare impazzita da una frattaglia
Ma il cane magro che sguazzava ieri
sbattendo con la testa fra i bidoni
pieni di organico e la cresta alzata
ti ha scoperta tra i doni della strada a
sgusciare impazzita da una frattaglia
Altrove, si piange
quel che non si ha,
qui si dice solo sì.
Molto spesso, immaginiamo il corpo come l’eterotopia per eccellenza: il luogo – cioè – prediletto e al contempo il confine dell’essere umano, il nostro “qui e ora”; limite invalicabile e immenso, non lascia spazio ad altro che non siano i bisogni puramente fisiologici, in una netta distinzione tra corpo e mente, com’è tradizione in Occidente, come se il nostro corpo dovesse automaticamente negare ogni utopia e viceversa. Se travalichiamo questa separazione, però, scopriamo che il corpo potrebbe essere, dal punto di vista non solo strettamente biologico ma anche filosofico, il tramite per un altrove. Ed ecco allora che, per essere utopia, basta avere un corpo.
Bestie nascoste nei vicoli di pietra,
buste di plastica e cartine e tabacco.
Bicchieri di ouzo quando halarà , quando sigà sigà.
Botte ai manifestanti, bombe lacrimogene.
Kabul si sveglia
col suo fantasma
i suoi migliori figli oggi
orfani del cielo della terra
in affannosa fuga