#213

 

Quel tavolino che sorreggeva la catena di mani iniziò a vibrare suoni secchi, crepitanti. Il piano incominciava ad alzarsi insieme al volume di gemiti, singhiozzi e lamenti. Era giunto qualcuno: i suoi movimenti strisciavano contro gli indumenti delle persone astanti, rispondendo con versi alle loro domande; seguirono solo fallimenti perché esso non parlava nessuna lingua dei mortali presenti. Non poteva essere un animale perché il suo pianto era lo stesso degli esseri umani. Una donna di scatto lasciò la catena di mani scoppiando in lacrime sul suo giaciglio, soffiando sul gruppo un’aria gelata da ansia e scompiglio: Forse è mio figlio!, – un ululato irruppe il silenzio – non aveva neanche un anno quando mi colse un lampo di cieco delirio, piangeva troppo e l’ho ucciso. Un brivido scosse le ossa del pubblico e un piccolo volto bianco stava comparendo al suo fianco. Era un neonato dal viso sciolto e deformato. La madre aggiunse che gli aveva versato addosso la pentola dell’acqua che bolliva sul fuoco, poi durante il racconto, un uomo, di colpo, si è alzato e con una pistola le ha sparato in testa. La bianca figura del fantasma divenne una fiamma rossa e la seduta ormai finita si spostò in giardino per scavare una fossa.

Glitch-art di Giacomo Carmagnola
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Verso il centro

A Angelica Damiani

Angelica e una lampadina elettrica,
c’è la portafinestra aperta
del balcone a uso comune, sul cortile della Vanchiglietta
e dalla palestra là fuori i karateka fanno
ah! aaah! aaah! ah!
La vecchia Locurato che tira giù i plasticoni (anche i nostri)
assomiglia ad una salamandra
per lo più i plasticoni sono verdi
ma ce ne sono anche a strisce gialle.
La vecchia Locurato, che assomiglia ad una salamandra
li tira giù anche se fa caldo già da maggio.
Che afa, non abbiamo il televisore in casa
e i karateka fanno ah! aaah! aaah! ah!

Il sax di Coltrane si perse nei semi di soffioni
arrivati in città il 27 aprile con il Maestrale,
a dire il vero le rondini erano già arrivate
almeno due settimane prima alle ore 6.16
mi pare fosse Maestrale
ma qua non si capisce da dove vengano i venti.
Ah! aaah! aaah! ah!

Via Cossila rimane a fare la posta ai parcheggi liberi,
al Cinema Fratelli Marx ogni tanto emerge qualche relitto
dall’asfalto e le parole di quello che urla alla moglie cadono
dal parapetto, tra la festa per gli acchiappasogni in divisa
alla fermata del 68 che va verso il centro, le parole
di quello che urla alla moglie che piange limoni
tutta la notte, che afa, non abbiamo il televisore in casa
ma siamo sotto certe albe
mentre si discute nei bar dell’androginia di Torino,
ah! aaah! aaah! ah!
Le albe germinano ma siamo sotto certe albe, sì
oggi ho fumato solo 5 sigarette, tu tre.
Angelica e un lampadina elettrica:
sguardi concentrati
su edifici pubblici come in un film su New York,
abbiamo tracce delle storie ancora per qualche decennio?
Sì, oggi ho fumato solo 5 sigarette, tu tre,
anche il modo di procedere è cambiato,
tutto senza didascalia, i timori riflessi in oblò di cenere,
giriamo in bicicletta, che afa, ti ho portato fino in Via Cuneo,
dove ci sono quei pilastri di cemento delle fabbriche abbandonate.
È impossibile svuotare quel vuoto se non si parte dall’intonaco
dei muri, ma qualcuno è indeciso se le fabbriche
siano meglio abbandonate o meno.
Io non posso saperlo, mi ha chiamato un amico
e mi ha ha detto che aprono un centro commerciale.
Cosa sia meglio –  se la fabbrica o il cento commerciale –
io non posso saperlo, è solo maggio per sapere tutte queste cose,
che afa, chiedilo alla vecchia Locurato, lei ha visto tutto,
anche se tirava giù i plasticoni verdi già prima
che arrivassimo noi in via Cossila, e tirasse giù
anche i nostri.
Ah! aaah! aaah! ah!

Angelica e una lampadina elettrica,
c’è la portafinestra aperta
del balcone a uso comune sul cortile della Vanchiglietta
e dalla palestra di fuori i karateka fanno ah! aaah! aaah! ah!
A fine agosto ci trasferiamo, ci muoviamo verso il centro,
lì l’afa si sente lo stesso, ma non dobbiamo prendere la bici
per andare a farci un giro al parco o andare al fresco
nei negozi ventilati, l’idea del sole che si scansa infastidito
sotto i portici non è male, che afa, chissà come se la passano
i mangiafuoco ai semafori, ogni tanto aspetto di vedere
se gli cade un bastone infuocato e scatta il verde.

Angelica e una lampadina elettrica,
distopie post-punk sfilano al ritmo
del sorriso di robot giapponesi anni ’80

chiedilo alla vecchia Locurato, lei ha visto tutto
anche se tirava giù i plasticoni verdi già prima
che ho perso il lavoro da giornalista,
ma ci trasferiamo verso il centro a fine agosto

da lì via Cuneo è distante, difficile andarci a fare un giro
a vedere le fabbriche crollate
tanto un progetto si prefigge di trasformare il SAI
in un luogo di aggregazione: una piazza coperta sul modello
dell’Espace 104 di Parigi sull’esempio di altre grandi città europee
ah! aaah! aaah! ah!
Una piccola mano fruga in maniera veramente interessante
da dietro i plasticoni
ah! aaah! aaah! ah!
Può bastare una canzone e un po’ di sudore
per vendere tutti questi pomeriggi dal balcone, che afa
la vicina continua a piangere limoni
e me ne sto alzato fino a tardi
pensando cosa fanno i mangiafuoco ai semafori
qualcuno fa poca fatica a dire addio ai relitti
che emergono dal cemento – bisogna girare a destra
e poi, dritto dove ci sono quelle regine
con le teste gelate dal comune senso di vigilanza –
quando è caduta quella fabbrica
ci ha lasciato solo la pelle
e ora è come se tutto fosse escluso sin dall’inizio,
perché anche se non ti affezioni ai luoghi
è sempre meglio che contarli
mentre girano attorno alle caviglie

– no, non sono di qui,
vengo dal vento di quel paese là dietro,
però se gira l’angolo e fa cento metri
troverà degna sepoltura

hai presente quel nostro amico con cui parlavamo tutte le sere?
Ha detto che da qua non si muove, ma almeno
ha il televisore nuovo, noi andiamo verso il centro,
l’afa si sente ma non dobbiamo prendere la bici
per andare a farci un giro al parco o andare al fresco
nei negozi ventilati, l’idea del sole che si scansa infastidito
sotto i portici non è male, quando saluteremo la vecchia Locurato,
che assomiglia ad una salamandra, sarà felice che la gatta
non le scappi più in casa, non dovremo chiamarla e non ci ricorderà
di tirare giù i plasticoni, il nostro è verde, mi piacerebbe averne uno
a strisce gialle.

Opera di Emanuele Longo

John Simplicio

John Simplicio rivolse i suoi occhi
e Simply aperse le labbra
deve morire, così dice
sto-per-morire
come categoria esistenziale

Joey Simplicio piegò il capo
il tavolo era rotondo
il capo fumava da una protuberanza
sto per morire io sono un artista

davvero pretendete che si teorizzi?
teorizzare questo mondo di merda
John Simplicio si vide nudo
poi si rivide nudo come prima

molti anni andarono avanti per strada
altri si fermarono
poi qualcuno scorda sempre le chiavi

il godimento sotto vari aspetti
John Simplicio si rivoltò le pupille
un passante gli diede cinquanta centesimi
e si accorse che non aveva niente da dire

lanciare il cuore oltre l’ostacolo

Joe Simplicio visto che c’era
per un godimento pienodisperato
Simply abbracciò la vita
metro cubo d’aria proprio qui
davanti

si riempì di gioia e di nuovo gli occhi
vedere il nerobianco bianconero
vedere il grigio

Collage di Sammy Slabbinck

Averla

Giardini in mutazione

rose colme di litio

groviglio di domande e tormenti

affetto a ore ai bordi della interstatale.

 

Dio mi ha fatto luce

bere sangue per illuminare

le albe noiose

di occhi omologati all’autodistruzione.

 

L’averla mi ha fatto croce

insieme a mia madre

non riusciva a vedermi

ma fagocitarmi piano piano

ogni giorno.

In copertina, immagine di Sammy Slabbinck

Contro ogni sintesi

La tua lingua è una lingua biforcuta e noi
la faremo a striscioline la tua e il linguaggio
di tutti
ricorda che li punto cozzerà, tremerà a contatto
del punto che si chiama altro […]
e sarà il nostro moto quello
d’un atomo, universale.

Patrizia Vicinelli, È ora di spezzare questa combustione

Sotto cieli costellati di satelliti, capitali, radiofrequenze, l’isteria di massa avanza dalle terre di un pianeta che oramai frigge alle stesse temperature di una cotoletta di pollo. Chi vaneggia da decenni l’imminente fine di ogni ideologia, chi l’avvenuta fine della Storia, chi rifugge l’incedere barbaro dei moti sociali, chi ritorna al corpo, chi auto-narra le proprie vanaglorie artistiche tramite un post su qualche social, chi soccombe, chi si strangola attorno a fragili certezze categoriali, le poche intraviste in una squallida epoca spettacolare e pornografica. “Après nous, le déluge” soleva proferire Madame de Pompadour al proprio amante borbonico intuendo la prossimità del caos che sarebbe seguito alla caduta della monarchia. Ciò che tuttavia costituisce il fil rouge di questi stati percettivi intimamente contemporanei – siano essi manifestati in un testo poetico ad alta voce, sia nello spot pubblicitario di un dentifricio – è la violenza, simbolica o fisica, come veicolo dell’affermazione del proprio orizzonte artistico ed esistenziale. Continue reading “Contro ogni sintesi”

Per una poesia rivoluzionaria

La poesia è un fucile o una pietra da scagliare: come in un’opera di Sarenco, i versi hanno sempre in sé qualcosa di ergonomico. Lautréamont parlava della poesia come di un ponte, posto che un ponte si costruisce solo per oltrepassare un fiume. Che il fiume sia dentro o fuori di noi è indifferente; avremo raggiunto il nostro obiettivo qualora le due cose coincidano.
Il poeta è un produttore di valori ma, prima di tutto, è un ripetitore di valori. E ancora prima di ripetere, lanciare, divulgare e propagandare valori, il poeta rilancia ritmi, suoni e segni, perché c’è prima il segno del significato e non sapremmo che farcene dei segni se non ci indicassero qualcosa. Se Leonardo da Vinci non fosse vissuto in quel mondo litigioso che era l’Italia del Rinascimento non avrebbe inventato le sue mirabili macchine di morte. Il nostro mondo non è meno litigioso, e a ragione. Breton nella prima pagina di Nadja dice di essere colui che infesta. Ciò che infestiamo, in quanto poeti, sono ritmi, suoni e segni: è il mondo attorno a noi che prima di tutto ripetiamo e a volte sembra strangolarci.

Continue reading “Per una poesia rivoluzionaria”

Svendita totale

VENDESI: Mutande per mutanti
e criptoporni balenanti
__________________

(Ricordi la sera all’Hotel Politecnico
Ricordi la sera Hall Hotel Politecnico 
Ricordi la sera all’Hotel Politecnico?)
– Era pomeriggio. E sollazzavano
i tramvieri in sciopero sbronzi
sulle rotaie del sedici al tramonto,
morte, ti raccontavo fanfole di Maraini
Oh Verdina,  tu t’ appellavi al sacrosanto
vezzo, al cristonato fumo di minore
eccome se rampavi sulle rampe da cavalla
eccome avevi gambe da puledra,

[Adios, Addio,  A Dio.

Io non ricordo più niente:
Del segno che lasciasti
non v’è rimasta traccia.

(Ti odio nel brulicare di immagini
e mi proclamo regina degli apatici);

VENDESI         Le tue trecce recise
AL                    i tuoi occhi già spenti
BAZAR             cristiani non praticanti
DEGLI              e mercanti d’arte sacrileghi
ASTANTI:        ______________________

No, non lo posso patire, il rumore
di porte chiudentisi e l’odore
dei freni sfregantisi, non mi frega
di questo avanzare, a me importa
IL TEMPO DEL PISTONE:
2500 giri/min e viti senza fine
in retro-avanti marc’! Via col gas.
Il futuro non è mai stato così demodé,
se ci pensi in memorie al contrario,
il passato si è fatto visione e Cassandra
finalmente azzeccava le cose da dire
ad un Giano bifronte il cui mezzo è la fine
e il cui intero è perfetta illusione.

VENDESI: Sanguinacci di fate
le sue calze velate
pelli d’alpaca
e tenerissimi suricate
_________________

Se arrivasse poi un giorno un cliente
a comprare le mie controfferte,
le mie ciarle divelte senza vere radici
gliele regalerei, direi – Prendile pure
fatti un sandwich di trecce e mutande
ma, ti prego, poi non riportarmele.
Al best Quality Hotel, Oh Verdina
tu mi aprivi le gambe felina,
e volavano schiaffi, voleranno domani
nelle nostre violenze trovavamo le mani
ed ho scelto di venderti, di rinnegarti
per non centellinare gli istanti,
per non perderti un giorno
nel crampo da vecchio
lascia solo la foto all’hotel Politecnico
in cui non apparivi e non c’eri, riempivi.

[Adios, Addio,  A Dio.

Io non ricordo più niente:
Del segno che lasciasti.
non v’è rimasta traccia.

ANNUNCIO SVENDITA TOTALE
PER TOTALE FALLIMENTO
_________________________

(ho dovuto nasconderti dentro una scatola
per non farti  trovare all’esattore di palle
dell’ufficio dei pre-sentimenti molesti)

I totalitarismi e i totani riuniti tremano
sulle mie furibonde cosce da vichinga
abbaio, abbaio, abbaio, abbaio, abbaio
e non mi abbagliano più i falsi fari,
le torce degli sbirri, le sberle di mamma e papà:
sono grande ormai, non mi prendono più.
Abbasso le serrande, spalanco le gambe
ti offro il mio ventre negozio vacante
scopami tu, mondo ladro e bastardo, ti amo!
Omosessualmente parlando io ti adoro,
non chiedermi il senso, il profondo:

Adios
Addio
A Dio

 

Collage di Sammy Slabbinck

De corpore

Su questo sperduto – sperdutissimo – pianeta
acqua in gola,
su questo pianeta spaesato (inculato)
pianifica algoritmi e giustifica l’in

giustificabile.

                                                             Su questo fottuto

sperduto pianeta dove sarà
pure la storia apparenza benché
apparentemente esista e non parli la
realtà delle idee ma viceversa
come fluisce e fluisce meglio
a chi piaccia fluida la parola
o scarno il verso non parli
la realtà delle idee ma viceversa.

Pare – ma non sembra –  se
sembrare è difficile al tatto o all’udito o
alla vista (che ci dice Aristotele essere
sublime e maggiormente capace di di
scernimento) pare che il flusso fatato i
ricordi and chips a tre euro l’uno o +
a tre euro l’ora: degli spazi svuotati (ov
vero senza vuoto) ben
eplacito e spazio-tempo

rinnegato

ovvero del filo del rasoio essendo
rasoio roulette dei ricordi o
profumi mistici e incensi per strada
di una donna profumo essenza transgenica
di più donne temporalmente sovrapposte. La
roulette dei ricordi: pare e sembra che
si sia venduto al migliore offerente
(per un prezzo di comodo) a ricordo
tre euro vuoti nello spazio-tempo con
o senza il beneplacito o danza cardinale/

SCARDINA E AMAMI NEL FUOCO CHE PROVO
NEL VUOTO CHE INFUOCO SCARDINAMI E
AMAMI E NEL FUOCO di
una liberazione comune di un’azione
di liberazione comune liberandoci
la dicono lunga i muri de la Sorbonne
sull’inscindibile e dialettico
dinamico e frattale e consustanziale
francofortese amorerivoluzione
rivoluzioneamore.

Sentir impellenza et inestricabile
necessità innesco contro-movimento IRREVERSIBILE:
politica capitalistica contro la danza
essendo sempre la danza macabre quoi qu’elle soit
puisque la danse rappelle toujours le plaisir corporel
puisque la danse est mort dans
la mésure où elle est CONCUPISCENCE:
grida
vendetta tua madre
un
grido verso l’alto senza troppa fiducia in sé
(pour le mal qu’on m’a fait)
grida vendetta avendo appreso che
vendetta essendo una saggia parola dai
tragici eventi dell’inverno russo diciannove

zerocinque: essendo vendetta saggia

parola nonostante l’apparenza // speranza per
tutte le volte per
ogni (s)
fortunata (s) dannata Fortuna ho
saldato gli ultimi da saldare i
saldi ultimi dell’autunno
soldato benché non tenga (non tengano)
le saldature/ saldato ho
saltato: per
ogni alba e colamento per
ogni alba prima del
nascimento in sé per sé per me per te:
tuo padre un sergente ironico so
rridente lo sguardo e il pus falcidia
i cactus nei deserti; per
ogni alba violentata dai nembi:
un monaco/un monarca/ la Chrystler, già FCA
[questo mi disse un santone nei boschi nei
boschi un santone beat dei boschi (del cazzo)]; per
ogni fiala iniettata e non disinfettata per
ogni insetto disinfestato: oppio clericale,
concepimento anzitempo, fungo affamato
di tra le granaglie, nascendo il peccato del
tutto e affatto immerso in sperma:

           |OBBIETTA ‘STA FREGNA|

(ai posteri l’ardua

sentenza), nono
stante l’apparenza molto si parla
più spesso e si canta essendo
parola per canto e forgia e si canta
e si parla e si parla e si parla.

Abbi fede, amic* mi*, nel futuro

tuo prossimo e remoto

fidati ed abbi fiato e non fermarti a
pprendere fiato, amic* e prossimo:
lo stantuffo e il pistone, la valvola
di sfiatamento:

compagn*, nonostante le apparenze,

i

battiti al minuto il polso alle
pulsazioni al minuto: CORRERE!
Non tutto è perso per quanto
tutto sia perso per quanti impiccati e
scheletri/altari, streghe abbruciate,
altari e bimbi carbonizzati – se c’è
ancora da considerare l’im
patto ambientale (il patto col lettore)
l’efficienza energetica e gli sca
rti umani.

SOPRA LA CASA LA BANCA CAMPA
SOTTO LA BANCA LA CASA CREPA
[1]

Ci proponiamo pertanto di ri
stabilire contro ogni stabilizzazione e forma
di ristabilizzazione elettromagnetica
contro ogni castrazione biochimica
quotidianamente – fermento
batterico e batterie mitraglianti fo
mento e strabuzzo di occhiaie
non-in-de-bo-li-men-to,
rafforzamento oltre misura
(contro misura) oltre oceano e
nel blu sempre più blu, sempre
più oltre mare, nonostante le occhiaie, e
ogni forma di trascendimento
e make-up, ogni
ricostruzione.                                    Rivendica il tuo sguardo

di quarzo
la vita e
le tentazioni

di tre o quattro

vite tran-sessualmente etero

geneizzate vissute e riuniformate e
vita di carne di ossa, vita di carne e ossa
vita di tendini e di forza
ture, vita e morte e vita
vita di trincea di sca
ppottamento di
appostamento e imbo
scamento: muera! muera! muera!

Se questo è un uomo, io

sono una donna, se qu

esto è un vecchio: lasciate che muoia, se

questo sono io en

tra in me e ri

pulisci le

vie

le

arterie.

                                            Se questo sei questo vali questo chiedi e così via.
Noi nel domandare intuiamo una qualche
cosa di più grande (ovvero immensa) ri
nveniamo il fermo in movimento il
senso di qualunque risposta (che no
n è poco, non crediate) nella domanda
ciò che era sperso senza ritenzione
rispetto all’impatto ambientale et
energetico, all’umore et a
gli ormoni, l’emersione del
lo spirito, the emergency door,
l’affioramento del segnale (Voelker, hoert
die Signale!
) infiorescenza rivoluzionaria/
capezzolo oltremodo acquis et assumé
principe superieur du plaisir cor
porel du corps DE TERRITORIALI

SÉ  et    RE

TERRITORIALISÉ.

Collage di Wisława Szymborska

[1] Slogan rinvenuto su un cartellone ad un corteo per la casa a Torino (marzo 2017)

404_ERROR_NOT_FOUND in a supermodern love story

a Mark Fisher

No one is perfect in this imperfect world.
P. Lubumba

Traffico d’organi e facili muse in seno rifatto
aspettano eroi
mentre anime bruciano ai margini della città.

Lungo crinali dove fischiano pastorali elettriche circolano dissolvenze,
vetture nostalgiche
cariche di formiche nazifasciste circolano
ebbri  anacoreti nati tra la luna e il Mcdrive
circolano sicari della cultura, circolano gioventù senegalesi
nella Provenza trobadorica, circolano
giovani e deliziose sculture in posa su Pornhub
– 50 bitcoin per la bocca e virtuali necessità –
digitali impronte macellaie nell’apice frenetico dell’antropocene
mentre aspetto preghiere, aspetto un treno regionale e incertezze
chiuso dentro banchine che sanno di epoche la cui epica bieca
impone una cieca appartenenza etnica: asettico
il mio sguardo di strabico cantore cigola, si confonde tra flussi di corpi d’azzardo
si frappone tra le visioni dei tuoi fianchi dentro specchi senza più reale, mio padre
ha visto questa terra ritirarsi, mio nonno
pose i suoi sassi ed io, disincantato
ho ceduto tutto quanto a demoni e falsari quando
alla televisione davano cornuti amplessi, ingressi clandestini, ordinari deliri ed ora
che pure i sogni sono detraibili fiscalmente, chiudo le pupille
e attendo
attendo Godzilla escatologici presso sale d’aspetto, attendo
il piromane incallito che darà fuoco a questo complesso, attendo
filastrocche al carbone dolce per istanze dilaniate ed insorte, attendo
spermatozoi ai fianchi di contrade e cosce liberate, attendo
i suoni a vuoto del desiderio immateriale, attendo
il vuoto suono dei missili sopra città orientali, attendo: sì
mi sfilo gli occhiali, Valentina dorme accanto a me, io medito e bevo
acqua del rubinetto e cuori imbottigliati in Ceres da 33 cl, distillati
ci avviciniamo distanti come elettroni bisognosi
mentre giovani molecole per il pianeta
si strappano, si riallacciano, si contaminano, si stringono
si travolgono, si muovono, si amano, si allontanano lungo continenti e polveri sottili:
Valentina dorme accanto a me e non ho doti né  simboli delinquenziali
per arrestare questo impotente divenire storico, madido, fallico, isterico;
corre lo scenario stradale mondiale, zapping tardo-moderno,
bambini strillando a Baghdad,
madri tenere per mano pargoli atomici a Beijing e ad Atene
due miccie dai capelli disfatti e creativi si avvicinano
sullo sfondo dell’Europa che brucia.

Lungo l’autostazione dei miei fantasmi morali e umani e letterari e amorali cerco parole senza filtro, un volto illuminato da una schizofrenia al plasma e una stranezza capillare muove tutto, muove isole, uffici,  palazzine, chiese, night club, boschi, social network, deserti, oceani, scuole, caserme, minareti, teatri al ritmo capillare di un allarme anti-furto, all’urto peculiare di un telefono perturbante che squilla sconosciuto nel cuore della notte e muovono notizie, icone nevrotiche, muovono compulsivi simulacri sulla nostra pelle grassa, muovono bombardamenti tra silenzi condominiali, muovono straripi di noia assordante per le corde vocali di eden abbandonati lungo i quali io e te
io e te
insieme, abbandonandoci erotici, criminali
forse ovunque in tutti i materassi del mondo che cade a pezzi
o forse per l’ultima volta, stranieri dei nostri stessi gesti.

Immagine di copertina da Labbufala News