All by myself | La connessione sociale come soluzione aggiunta alla salute mentale

Siamo ancora in attesa del decreto che possa dare piena attuazione alle misure previste dal Bonus psicologico, approvato ormai il 1° marzo scorso. Nel concreto, il bonus prevede che tutti i cittadini, giovani e adulti, possano ottenere un buono da 600 euro – anche con ISEE alto, cioè entro i 50 mila euro – per seguire percorsi terapeutici. Il fondo di 20 milioni di euro, previsto dal decreto Milleproroghe, dovrebbe però essere sostenuto da altre misure di natura attuativa e il termine per farlo avrebbe dovuto essere il 1° aprile. Tante cose sul funzionamento del bonus, inoltre, non sono ancora chiare. Per ora, niente all’orizzonte. Nel frattempo, quindi, le persone che avrebbero bisogno di proteggere la propria salute mentale sono in attesa. 

In ogni caso, i numerosi professionisti che si sono schierati contro il bonus psicologo, lo hanno fatto per un semplice motivo: il fondo erogato non permette l’impostazione di una psicoterapia (che, a differenza dell’intervento psicologico, non si limita a essere una consulenza, ma è una vera e propria cura). Garantire due mesi e mezzo di supporto psicologico vuol dire, di fatto, permettere a chi ne ha bisogno d’iniziare un percorso, eventualmente ricevere una diagnosi e, poi, mettere le stesse persone nella condizione di dover abbandonare prematuramente tutto. Esacerbandone la sofferenza. 

Durante e dopo la pandemia, la situazione d’instabilità ha evidentemente aggravato disagi psicosociali causati dalla distanza interpersonale, dalla disgregazione di gruppi reali (off-line) e dall’impossibilità di sentirsi utili o parte integrante di una comunità.

Per far fronte a queste tipologie di disagio, si è insistito molto sul concetto di resilienza collettiva: la capacità dei singoli individui di sopportare e di far fronte a periodi di difficoltà condivisa, facendosi forza con il “mal comune, mezzo gaudio” e osservando speranzosi la quotidiana narrazione degli “eroi della pandemia”. La cura, non solo quella medica, era un obiettivo da conseguire per un benessere individuale, quasi sempre monetizzato. Ora però, mentre vediamo la luce in fondo al tunnel, i nodi di questa concezione individualista (e capitalista) della cura come resilienza stanno venendo al pettine, nodi che cercano di essere sciolti grazie a bonus, come quello psicologico, che vedono tempi di realizzazione decisamente più lunghi di quello per le bici elettriche.

In questo contesto, soluzioni alternative di tipo sociale non solo sono possibili, ma possono fare la differenza per ridefinire più in generale il concetto di benessere e cura.

Infatti, oltre al distanziamento richiesto dalle misure precauzionali anti-Covid, la sintomatologia stessa della depressione comporta un allontanamento significativo dal gruppo (“disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti”, secondo il Manuale Diagnostico). 

Specialmente nell’ultimo periodo, diversi studi hanno risollevato la questione, rilevando come la cura da e dell’altro sia un enorme beneficio per il paziente. Da un lato, sentirsi parte di un insieme più o meno coeso e con regole condivise permette di trovare ordine e conforto: pensiamo all’esempio della forte attività di partecipazione religiosa degli anziani. Dall’altro, avere la consapevolezza di poter apportare benefici e farci carico del sostegno altrui è un modo per sentirci nuovamente utili (ricordiamo come, durante il primo lockdown, molte persone comuni abbiano scelto di aiutare a portare pasti, spesa, aiuto in generale).

Sembra ovvio, ma un numero sempre crescente di ricerche suggerisce che la mancanza di connessione sociale è fortemente correlata alla depressione e che aumenta la vulnerabilità alla depressione futura. Tuttavia, pochi studi parlano dei potenziali benefici della promozione della connessione sociale tra persone già depresse o delle proprietà protettive di ciò per le future traiettorie di depressione. Questo può essere, in parte, dovuto al fatto che la connessione tende a essere intesa in termini di legami con individui specifici piuttosto che legami con gruppi sociali. Al contrario, esperienze in comunità ampie e costituite da persone con difficoltà simili sono una strada utile per il raggiungimento di un benessere e di una cura interpersonale salda (non sempre: c’è bisogno di molta cautela riguardo il mettere assieme persone depresse gravi e resistenti ai farmaci, a causa di un meccanismo di “contagio” tra pazienti, se non supervisionati da un terapeuta).

In generale, i fattori di rischio e i sintomi sono abbastanza conosciuti (come visto sopra con la definizione ripresa dal Manuale Diagnostico), ma si sa poco su come risolvere o addirittura evitare di cadere in stati depressivi. Oltre a questo, spesso non è chiaro nemmeno quali fonti o tipi di supporto sociale siano più utili contro la depressione, o se il tipo e la fonte di supporto ottimale per la salute mentale possa variare nel corso della vita.

Insieme alla dottoressa Elena Brunello, ho constatato che stanno sorgendo nuove soluzioni per incrementare la partecipazione e l’utilizzo (a volte persino riassestamento) di spazi comuni in un’ottica di cura psicologica: tendenzialmente, si fa ancora riferimento a casi di malattie psichiatriche degenerative (perlopiù, anziani) o a persone con dipendenza da sostanze. Queste pratiche, però, hanno motivo di essere sviluppate anche in situazioni di disagio psicologico, nell’attesa – e come coadiuvante – d’incentivi (anche) economici a livello statale.

Dall’altro lato, rendere parziale l’accesso alla cura individuale (quella tramite sedute psicologiche), tramite l’offerta di un percorso insufficiente e incompleto come sarebbe quello permesso dal Bonus psicologico, non permette a chi soffre di riuscire a raggiungere il livello di benessere individuale necessario per riuscire a riaffacciarsi al mondo e sentirsi parte di una comunità. E che le attività “normali”, come l’andare al lavoro, diventino sempre più complicate e pesanti. Appunto perché, come fanno notare professionisti scettici, non c’è lo spazio e il tempo per la cura. Non nella società capitalista attuale.

Avere la possibilità di stare in gruppo e beneficiare del mutuo supporto di chi vi partecipa è fondamentale per tutti, ma lo è in particolare per chi affronta delle difficoltà personali senza la possibilità di accedere alle cure.

Da un lato, quindi, si aspetta di capire quali possibilità economiche di cura individuale avremo, dall’altro non sono promosse né implementate attività di cura cooperativa: per chi è in difficoltà, però, l’attesa è un peso estremamente gravoso e una nuvola scura – l’ennesima – sul futuro.

Illustrazioni di PORKABESTIA

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