I Reduci: su “Il paradiso per sottrazione” di Daniele Trovato

“Do you remember when you were young and you want to set the world on fire?”
– Against Me!, I was a teenage anarchist

E allora è venuta la voglia di rompere tutto: le nostre famiglie, gli armadi, le chiese, i notai, i banchi di scuola, i parenti, le centoventotto; trasformare in coraggio la rabbia che è dentro di noi, cantava Giorgio Gaber nella dolente canzone I Reduci, che già nel ‘77 guardava con scoramento a una rivoluzione che sembrava sempre più lontana.
Ed è così che mi sono sentito quasi sempre approcciandomi alla letteratura “barricadera”, quella che narra i gesti e le gesta di persone che lottano o hanno lottato per l’anarchia e il comunismo: scorato, dolente nel vedere storie complesse ridotte a semplificazioni agiografiche o a condanne aprioristiche per lectio moralis dirette a nuove generazioni che non devono “ripetere gli errori” di chi in passato si è battuto per trasformare il mondo.
Nella letteratura influenzata dai moti rivoluzionari possiamo infatti sottolineare due sottogeneri: quello “storico”, memorialistico, come i romanzi di Evangelisti e di Cacucci su proletari e rivoluzionari fra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 o con un taglio semi-documentaristico, come La Banda Bellini e I pirati dei navigli di Marco Philopat e una letteratura pressoché reazionaria di condanna a quei moti, che parte dall’imprescindibile I Demôni di Dostoevskij e arriva all’Agente Segreto di Conrad.
Su questi due filoni sono state scritte tante opere di alterno valore letterario, eppure sono rarissimi i tentativi di raccontare comunismo e anarchia in un modo più politico, che si confronti con le contraddizioni e le possibilità di azioni che le condizioni oggettive offrono ai protagonisti e alle protagoniste.
Un esempio è il fortunato e bellissimo Il tempo materiale (minimum fax) di Giorgio Vasta, che nella storia di tre piccoli lottarmatisti di una città di provincia del sud Italia negli anni ‘70 cerca di tratteggiare la disperazione e la solitudine di certe scelte, eppure la storia rimane troppo “meta” per far sì che ciò che viene raccontato possa essere uno spunto di riflessione rivolto al domani.

Con questi dubbi e queste riflessioni mi sono approcciato al romanzo Il paradiso per sottrazione di Daniele Trovato, autore teatrale e del podcast Guerrilla Radio, con il timore che la storia indulgesse in trovate giovanilistiche (per modo di dire, dato che le lotte non vanno manco più di moda), naive o addirittura moraliste. In più, come ex attivista anarchico, ero pronto con la matita rossa a segnare errori. Matita che è rimasta appoggiata sul tavolo, perché il libro può tranquillamente essere considerato una delle uscite più clamorose dell’anno 2020.

La storia narra di Marco Bezzi, trentenne prodigio della finanza e “casseur” (o black bloc, come dice la vulgata giornalistica italiana) con il suo gruppo d’affinità ai cortei.

Una doppia vita, quindi, che nello scorrere veloce delle pagine si radicalizzerà sia in un modo che nell’altro, con un crescente successo professionale (a scapito, anche, dei suoi colleghi vittima di una “ristrutturazione aziendale”) e una sempre maggiore tensione, sia sua che dei suoi compagni, a rispondere alla violenza dello Stato con la violenza liberatrice, fino alla morte di Valter, pestato a sangue ad un corteo dalla polizia, che rimette tutto in discussione, anche la relazione che Marco sta portando avanti da anni nel suo precario equilibrio.
Il lutto si inserisce nella cornice del quartiere dove vive, in via di gentrificazione, e di una serie di personaggi che si alternano velocemente ma che lasciano un alone di desolazione. Tutti, ne Il paradiso per sottrazione, sono parzialmente alla deriva: dagli ex fascisti ridotti a essere spacciatori di eroina in piccoli bar ai manager così untuosi da apparire quasi deboli, dai parenti di Marco confusi dalla violenza poliziesca all’affascinante figura del “reduce”, un vecchio odiato dai suoi parenti, compreso il giovane nipote che suona cover dei Rage Against The Machine ma in realtà è fascista.
Il tutto incorniciato dal flusso di pensieri di Marco, che getta disprezzo e trasuda inquietudine in momenti narrativi che arrivano quasi a toccare l’epica “miserabile” di un Céline o di uno Steinbeck.

Il libro procede ritraendo fedelmente le idee dei giovani anarchici senza mai scadere nel didatticismo, con l’unica piccola pecca di immaginarli organizzati come potevano essere qualche anno fa, e non in un oggi in cui sembra non esserci quasi più spazio per queste idee.

Come il teorico comunista Jacques Camatte, anche Marco a un certo punto si sottrarrà a una lotta e a delle contraddizioni che parevano sussumerlo, abbandonando il capitale aspettando che esso si ossifichi e crolli per sua stessa mano o per mano altrui, e in ciò c’è un po’ la storia di tanti e tante di noi ex militanti.
Reduci, a modo nostro.

Il paradiso per sottrazione, Daniele Trovato
© Alterego Edizioni (2020)
412 Pagine

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