Oltre la pornografia: possibilità del post-porno

Cosa si intende quando si parla di pornografia? Questa domanda sorge in anni relativamente recenti, quando si accetta che esista un pubblico che la consumi e, di conseguenza, si inizia a costruirvi attorno un’industria e una prospettiva di guadagno. È dal Settecento che sono attestate le prime occorrenze del termine, ma è effettivamente dal Novecento, con lo sviluppo incondizionato di una vera e propria comunicazione di massa a livello internazionale, con la nascita del cinema e di altri canali sociali, che la pornografia può arrivare potenzialmente a chiunque e, spesso, con estrema facilità. Nel dopoguerra prende avvio la pornografia audiovisiva, prima nei cinema per soli adulti, passando per le cassette, per arrivare poi a Internet: ora esistono innumerevoli canali che propongono, anche gratuitamente, pornografia. Per sopperire alla domanda sempre crescente, sono nate industrie apposite che, restando sul confine labile tra legalità e illegalità, hanno contribuito a delineare e/o ampliare continuamente il significato del termine.
Tutto questo ha portato i funzionari statali e giuridici a sentire il bisogno di una circoscrizione dell’ambito, che potesse chiarirne i confini e aiutare a regolamentarla, a produrla e a distribuirla e a distinguerla dalla produzione artistica. Dal punto di vista etimologico, la parola ‘pornografia’ proviene da un composto di due parole greche: porné, che significa ‘prostituta’, e graphè, ‘disegno’ o ‘scritto’; quindi pornografia starebbe per ‘documento/disegno di prostitute’ e ‘fare pornografia’ significherebbe raccontare e descrivere le prostitute. D’altro canto, sono stati proposti altri metodi per identificare la pornografia, i quali mettono in risalto gli elementi critici relativi a questa industria e si concentrano sulla funzione da attribuirle. È così che numerose pubblicazioni iniziarono a essere passibili di censura morale da parte dello Stato, che giudicava le opere in base alla loro tendenza a corrompere un pubblico vulnerabile e impressionabile. Pornografia era, allora, sinonimo di oscenità e depravazione, in base ai valori e al contesto culturale del gruppo di riferimento. Anche in Italia venne attuata una politica simile e che durò molto più a lungo, a causa soprattutto del controllo (o sorveglianza) da parte delle gerarchie ecclesiastiche sulle cariche pubbliche, tanto che si parla specificamente di “via italiana alla pornografia”.l

Nel 1953 […] l’Italia era uno dei Paesi più blindati dell’Occidente contro ogni forma di pubblicazione e più in generale di comunicazione oscena. […] Meno di venticinque anni dopo, nel 1977, l’Italia era oggetto di commenti sulla stampa internazionale per la diffusione della stampa pornografica anche hard core a livelli di visibilità (in particolare negli spazi espositivi delle edicole), e di accessibilità ai minori, che non avevano eguali in Occidente. [1]

Tale criterio, basato sull’identità tra pornografia e oscenità/perversione, venne in seguito aspramente criticato per la sua natura arbitraria e soggettiva. Per questo motivo, studiosi di campi diversi si sono adoperati per proporre una lista di criteri distintivi che, quantomeno, potessero proporre una distinzione più chiara tra pornografia e concetti a essa vicini, tra cui erotismo e oscenità.
In generale, si fa ancora molta confusione quando si tratta questo argomento, e lo prova la definizione che per più tempo ha avuto successo: “[n]on tutte le rappresentazioni pubbliche (scritte, figurate, ecc.) di attività sessuali esplicite sono pornografiche; ma ogni rappresentazione pornografica contiene quella di attività sessuali esplicite” a cui andrebbero aggiunti i seguenti corollari: 1) l’intenzione dell’autore di provocare sessualmente il fruitore; 2) la reazione dell’osservatore, che sia essa positiva (piacere, eccitamento, ecc.) o negativa (sconcerto, rabbia, vergogna, ecc.); 3) le reazioni del non consumatore (tendenzialmente si tratta di reazioni repulsive); 4) tratti stilistici, come il tipo di linguaggio usato, la ripetitività delle scene, ecc.; 5) tratti narrativi, come la disumanizzazione e reificazione dei personaggi.
Tutti questi criteri sono però passibili di critiche e non riescono a soddisfare la ricerca di una definizione efficiente e chiara. In primo luogo, i criteri ‘soggettivi’ fanno riferimento a nozioni valutative di bene e male, di oscenità e moralità e, ovviamente, al pudore individuale. Il problema è l’enorme difficoltà di sapere, di volta in volta, quale sia l’intenzione dell’autore e la reazione del singolo spettatore. Inoltre, bisogna tener conto del ‘fenomeno dell’assuefazione’, secondo il quale le emozioni del consumatore si affievoliscono man mano che consuma e, allo stesso modo, la morale di massa si adegua e si rinnova continuamente, facendo in modo, per esempio, che una rappresentazione definita pornografica nel 1800 oggi ci appaia del tutto innocua.

In realtà, ogni innovazione nel campo della “pornografia” mitiga l’atteggiamento generale nei confronti delle produzioni precedenti, il che consente a qualcuno di affermare ironicamente che la pornografia di oggi altro non è che l’erotismo di domani. […] La percezione delle differenze fra “documento a carattere sessuale”, “erotismo” e “pornografia” subisce manifestamente modificazioni collettive, storiche e sociali. Quel che era ritenuto “pornografico” dalla maggioranza dei consumatori in un dato momento e in un dato luogo in seguito può diventare semplicemente “erotico” […]. Quel che era “erotico” può diventare un mero documento a carattere sessuale […]. Ma la percezione di queste differenze cambia anche nel corso della storia individuale, in ragione, fra l’altro, della sensibilità personale e dei fenomeni di assuefazione emotiva. [2]

Si deve forse concludere che “‘pornografia’ è un ‘sacco vuoto nel quale ognuno infila ciò che vuole’?” [3] Nel contesto di questa intensa attività classificatoria, le attiviste e filosofe femministe del secondo Novecento teorizzarono una ‘condanna’ a certi tipi di pornografia. Queste, infatti, a differenza dei conservatori, non criticavano tutte le rappresentazioni esplicite di attività sessuali, ma esclusivamente quelle che potevano ledere i diritti delle donne come genere e come classe. La critica femminista contribuì, tra le altre cose, al rifiuto del criterio di oscenità e all’introduzione nel dibattito di un insieme di nozioni ritenute meno “moralistiche”, come per esempio l’analisi stilistica dei testi pornografici dal punto di vista della lotta per i diritti. Tra queste, si è espressa la filosofia Helen Longino:

La rappresentazione di un rapporto sessuale fra adulti caratterizzato dal rispetto reciproco non ha nulla di riprovevole, una volta che abbiamo dissociato la sessualità dalla moralità […] Anche se vi sono produzioni erotiche che oltrepassano i limiti del pudore di qualcuno, non per questo sono immorali. [4]

Questa idea è propria di alcune femministe anti-pornografia, una branca del femminismo che si rifà alla definizione e alle idee sviluppate negli anni Ottanta da Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon. Le due attiviste iniziarono una battaglia contro un certo tipo di pornografia, che si definisce mainstream e che si differenzia per alcune caratteristiche da una pornografia ‘etica’ ed equa, individuabile, secondo la loro teoria, come ‘erotismo’. Dworkin e MacKinnon collaborarono a una bozza legislativa per sostenere l’idea che la pornografia dovesse essere riconsiderata dal punto di vista della tematica sui diritti civili delle donne. Scrissero, nell’ordinanza che rimase famosa come The Minneapolis Anti-Pornography Ordinance, che “[p]ornography is a discriminatory practice based on sex which denies women equal opportunities in society”[5] e che definisce più specificamente la pornografia come la subordinazione grafica sessualmente esplicita delle donne, sia in immagini che a parole, che include anche una o più delle seguenti caratteristiche:

  1. Le donne sono presentate come oggetti sessuali che godono del dolore o dell’umiliazione; o
  2. Le donne sono presentate come oggetti sessuali che provano piacere sessuale nell’essere violentate; o
  3. Le donne sono presentate come oggetti sessuali legati o mutilati o picchiati o feriti fisicamente, o come smembrati, troncati, frammentati o tagliati in parti del corpo; o
  4. Le donne sono presentate come penetrate da oggetti o animali; o
  5. Le donne sono presentate in scenari di degrado, lesioni, abusi, torture, mostrate come sporche o inferiori, sanguinanti o contuse o ferite in un contesto che rende queste condizioni eccitanti; [o]
  6. Le donne sono presentate come oggetti sessuali per il dominio, la conquista, la violazione, lo sfruttamento, il possesso o l’uso, o attraverso atteggiamenti di servilismo e sottomissione o esibizione.[6]

In America, prima del fondamentale apporto di Dworkin e MacKinnon, vigeva l’approccio basato sull’oscenità per la regolazione (e la definizione, come visto sopra) della pornografia, concepita come materiale che muoveva interessi pruriginosi attraverso la rappresentazione di atti sessuali, violando così gli standard di decenza della comunità. Questo precedente approccio fa riferimento alla preoccupazione per il materiale pornografico in termini di indebolimento delle convenzioni tradizionali riguardanti la sessualità:

Se i valori comunitari esistenti sono misogini, ad esempio, non sarebbero offesi dalla pornografia misogina. Inoltre, in un contesto sociale in cui il materiale sessuale, inclusa la pornografia, è pervasivo, tali rappresentazioni risulteranno “offendere” sempre meno i valori della comunità, dal momento che stanno fissando gli standard della comunità. In altre parole, più il nostro mondo è pornografico, più la pornografia rappresenta e crea valori comunitari. Da nessuna parte in questo approccio c’è preoccupazione per la disuguaglianza, o la disuguaglianza basata sul sesso, o per i danni concreti dell’abuso sessuale.[7]

Il documento stilato da McKinnon e Dworkin, nonostante rappresenti un enorme passo avanti nella trattazione della pornografia da un punto di vista civile e sociale (e non più moralistico, come era sempre stato erroneamente fatto), è stato spesso frainteso sia dalle autorità legali e statali, sia dalle/dagli studiose/i; questo ha portato nel primo caso a un inasprimento della censura, in particolare in Canada, dove venne sequestrata e resa illegale la pornografia lesbica a causa della sua presunta pericolosità sociale, specialmente per le donne. Una tale interpretazione semplicistica della definizione di Dworkin e MacKinnon ha portato a un accanimento da parte del mondo accademico e delle femministe pro-porno e pro-sex che supportarono, al contrario, la pornografia come strumento di liberazione dall’oppressione del patriarcato, grazie a una rappresentazione del corpo e del piacere femminile. Queste dispute tra femministe pro e contro la pornografia sono definite “sex wars” o “porn wars”. Secondo la concezione dell’ala pro-porno, la liberazione femminista ha ricevuto una spinta notevole con la nascita delle riviste pornografiche che presentava direttamente in copertina donne semi-svestite o svestite: proprio questo ha permesso di riscattare una corporeità femminile che fino a quel momento voleva essere costretta e censurata. Allo stesso modo, lo sviluppo dell’industria pornografica ha fornito posti di lavoro per le donne, una maggior conoscenza delle pratiche, una continua e sempre più sfrenata rappresentazione del corpo femminile.

[Le femministe dell’ala pro-porno] hanno attaccato le ordinanze sostenendo che: (1) quelle leggi rappresentavano un approccio protezionistico alla sessualità delle donne; (2) la liberazione delle donne richiedeva una maggiore libertà sessuale per le donne e che la pornografia, come definita nell’ordinanza, esemplificava la libertà sessuale per le donne; (3) lo statuto di Indianapolis è stato “promosso e difeso” da un’alleanza tra coloro che lo hanno sostenuto e conservatori (“The New Right”); (4) l’ordinanza di Indianapolis è censura, “soppressione” del discorso; (5) la pornografia è fantasia e l’evidenza empirica è insufficiente per stabilire che la pornografia, come definita dall’ordinanza, causa danni alle donne; (6) se qualche materiale è “subordinazione” è soggettivo e non significativo; (7) altre forme di “discorso” sessista, come la pubblicità, danneggiano almeno quanto la pornografia; (8) il discorso sessista come la pornografia è discorso politico e quindi al centro delle preoccupazioni del Primo Emendamento; (9) la pornografia coperta dalla definizione dell’ordinanza può essere eroticamente piacevole per le donne e, come tale, essere sessualmente liberatoria; e (10) l’ordinanza rafforza gli stereotipi sessisti. [8]

Un altro aspetto della posizione pro-porno è l’affermazione che la pornografia – anche quella che presenta violenze sulle donne – può essere una via di liberazione. Questa idea è stata difesa da Carole Vance e Gayle Rubin: entrambe affermano che il pericolo e il potere sono per gran parte al centro del piacere sessuale e che quindi se anche le donne dimostrano di godere della loro posizione di subordinazione, diventa una forma di libertà radicale: «even when women enjoy “rape fantasies,” they are “rebels,” apparently because having such a fantasy insists “on an aspect of her sexuality that has been defined as a male preserve.”»[9] Gayle Rubin sostiene che la società enfatizza eccessivamente il valore del sesso, e questo porta a un investimento eccessivo di significato, soprattutto se si tiene conto che qualsiasi discorso legato alla sfera del sesso è stato condotto con l’obiettivo di emarginare le “sessualità alternative”:

Secondo Rubin, queste regolamentazioni, in combinazione con le credenze sociali dominanti sul sesso, rafforzano una visione della sessualità in cui il sesso e le sessualità “normali” e “giuste” (o moralmente ammissibili) sono “semplici” (cioè eterosessuali, cioè tra donne e uomini), monogami, si verificano nei matrimoni, sono finalizzati alla riproduzione e simili. Queste opinioni dominanti e potenti sulla sessualità sono repressive nei confronti delle donne e delle minoranze sessuali; manifestano un tentativo pervasivo di controllare la sessualità delle donne e negano loro il “libero arbitrio” sui propri desideri e piacere sessuali.[10]

All’opposto, le femministe contrarie alla pornografia – tra cui Lori Watson, che propone una lucida interpretazione della problematica in Debating pornography – ritengono che queste rappresentazioni del corpo femminile non siano state un aiuto ma l’ennesima catena all’emancipazione reale delle donne.

La produzione e il consumo di pornografia rappresentano un grande business – molto grande. Le stime per le entrate annuali generate dall’industria della pornografia negli Stati Uniti sono comprese tra 13 e 14 miliardi di dollari. A livello globale, si stima che l’industria della pornografia generi 97 miliardi di dollari all’anno. […] I numeri citati non includono servizi e beni accessori. Per questo motivo, e per il fatto che l’industria, in quanto industria della prostituzione che tratta di persone per uso sessuale, è in un certo senso e in alcuni punti e in alcuni luoghi illegale e clandestina, la dimensione totale dell’industria della pornografia come un motore economico è sicuramente più grande dei numeri riportati.[11]

Molte femministe anti-porno non negano completamente i passi avanti compiuti dalle donne grazie anche all’aiuto delle sex workers, ma pensano che la liberazione femminista si sia mossa, a causa della pornografia, in un contesto patriarcale e consumistico: per questo motivo, la donna viene sessualizzata come creatura intrinsecamente inferiore all’uomo, che decide ancora come e quando spogliarla e ‘liberarla’ e/o che pensa di emanciparsi realizzando fantasie sessuali tipicamente maschili. Questo avviene anche all’interno delle case di produzione, tramite lo sfruttamento delle sex workers. Inoltre, Lori Watson riporta una testimonianza emblematica delle ingiustizie radicate nell’industria pornografica: si tratta del caso di Linda Marchiano (Boreman), meglio conosciuta col nome d’arte di Linda Lovelace, l’attrice di Deep Throat, che durante le riprese del film, venne costretta a performare pratiche sessuali che si rifiutava di fare. Il film, rimasto nella storia in quanto prima pellicola di argomento dichiaratamente pornografico ad apparire nei cinema, fu (appunto) distribuito in quasi tutto il mondo e chiunque poté assistere a quello che, in effetti, era lo stupro di una sex worker. Oltre a quella di Linda Lovelace esistono numerose altre testimonianze di professioniste del sesso che sono state maltrattate, sfruttate e addirittura stuprate sui set di video hard. Il fruitore, in questi casi, non si accorge di certe violenze e nemmeno si pone il problema, eppure l’industria del porno mainstream, sebbene agisca (formalmente) su territori legali, non ha mai veramente abbandonato il modello coercitivo soprattutto contro le donne, le minoranze e chiunque non facesse parte della categoria ‘maschio adulto bianco etero’. Si provi a pensare, per esempio, alle categorie presenti online che vengono più spesso seguite e dove si ravvisano varie forme di ineguaglianza, non solo sessuali, ma anche di età (nella categoria “teen”), di razza (come nella categoria “ebony”), di identità di genere, ecc. L’eccitamento prodotto dall’ineguaglianza è tipicamente rivolto al pubblico maschile, bianco ed etero, che desidera, quantomeno nelle fantasie masturbatorie, sentirsi superiore, più forte, più potente: “[t]he “sexiness” is in the inequalities, the hierarchy between the paired groups. The gay/straight divide is a sexual one, but it’s presented in terms of the hierarchy between straight and gay or lesbian. Here too, inequality is eroticized.”[12] L’industria pornografica, basandosi sulle pulsioni sessuali del proprio pubblico di riferimento, non ha alcun interesse nel migliorarsi, quantomeno dal punto di vista del messaggio trasmesso e, quindi, è fuorviante pensare che una qualsiasi liberazione sessuale possa avvenire attraverso la pornografia mainstream. Se gli utenti vogliono vedere video che trasmettono loro un senso di dominazione, allora le case di produzione e di distribuzione daranno loro quanto richiesto, sfruttando le restanti categorie di persone. La visione di certe situazioni, soprattutto in momenti emotivamente carichi, come può essere quello della masturbazione, è socialmente pericoloso, secondo Lori Watson, perché causa un meccanismo di empatia nel fruitore che tenderà ad ‘ammorbidirsi’ di fronte alle scene d’ingiustizia e a ritenerle naturali. Per tutti questi motivi, quindi, le femministe della corrente anti-porno, definiscono la pornografia come la sessualizzazione di una diseguaglianza e, perciò, la condannano. Come precedentemente accennato, però, non condannano qualsiasi tipo di pornografia ma esclusivamente quella che si adatta alla nozione appena esposta.
Dunque, come definire le restanti rappresentazioni di attività sessuali? Per sopperire a questo problema, è stata avanzata la proposta di utilizzare la categoria di “erotico” per quel materiale sessuale che non presenti alcuna diseguaglianza o che, nel caso in cui vi sia, sia voluta da ambo le parti in gioco.

[È] cruciale capire che questo è ciò che i filosofi chiamano una definizione stipulativa di pornografia […] in cui il significato della parola in questione […] è dato per un contesto particolare, in questo caso la legge. Alcuni hanno criticato la definizione di “pornografia” nelle ordinanze in quanto non traccia completamente l’uso linguistico ordinario del termine. Quindi, ad esempio, molte persone pensano alla pornografia come a qualsiasi immagine sessualmente esplicita volta a suscitare il suo spettatore. […] [Ma] [n]on tutti i materiali sessualmente espliciti provocano danni.[13]

Insomma, appoggiare questa definizione di pornografia, seppur legata all’ambito del diritto civile, è utile nel momento in cui si decide di affrontare la questione dal punto di vista dei risvolti sociali e culturali che può avere sulla comunità.

La pornografia come discorso

Un altro modo di esaminare la pornografia è quello di considerarla nel suo essere discorso e, di conseguenza, può essere analizzata secondo la teoria degli atti linguistici di Austin. Egli distingue tre aspetti degli atti linguistici in atti ‘locutori’, ‘illocutori’ (cioè quelli che si compiono nel dire qualcosa e sono resi possibili dal soddisfacimento e dal rispetto di alcune procedure e regole convenzionalmente accettate, cosa che rende la frase pronunciata condivisibile da tutti gli interlocutori) e ‘perlocutori’ (gli atti che producono effetti sui sentimenti, pensieri e azioni di chi parla o ascolta. Corrispondono agli effetti che l’azione mediata dal linguaggio ha sulla realtà e coincidono con le conseguenze del dire qualcosa). 

L’atto linguistico illocutorio esegue la sua azione nel momento dell’enunciazione; però, quel momento, nella misura in cui è ritualizzato, non è mai un singolo momento […] [ma è] una storicità condensata: eccede se stesso in direzione del passato e del futuro, come effetto di invocazioni precedenti e future che costituiscono l’istanza dell’enunciazione e sfuggo a essa. [14]

Secondo Judith Butler la circoscrizione di Austin della situazione dell’atto linguistico è problematica perché non basta più trovare il contesto per giudicare gli effetti, ma “potrebbe essere ciò che non è anticipato rispetto all’atto linguistico offensivo sia ciò che costituisce la sua offesa, il senso del mettere fuori controllo l’interlocutore”[15]. Se si pensa al caso della pornografia, inoltre, possiamo considerare che l’offesa scaturisca nel momento in cui i contesti di enunciazione risultino contrastanti: il discorso pornografico (nella prospettiva precedentemente descritta) offende/umilia/sottomette ecc. le donne (o altre categorie) nel momento in cui queste riescono a percepirne l’errore di fondo – cioè la sessualizzazione della diseguaglianza. In questo modo, forse, è possibile capire anche perché alcune donne non la contrastino: vi sono casi in cui anche le categorie sottomesse condividono il pensiero di chi le sottomette. A questo gruppo, comunque, non appartengono le femministe pro-porno, che hanno altre motivazioni (che più avanti rivedremo) per sostenere la pornografia. Tornando agli atti linguistici, Butler parla di hate speech riferendosi al linguaggio che offende e che ferisce, istituendo un’associazione linguistica tra offesa e dolore fisico. Secondo questo principio, è possibile porre in relazione l’offesa verbale e il ‘dolore sociale’, per così dire, che la pornografia provoca. Se Lori Watson, e prima ancora McKinnon e Dworkin, parlano della pornografia dal punto di vista della disuguaglianza sociale (e del diritto civile), si può pensare che se, ad esempio, il linguaggio razzista sia un ‘assalto verbale’ e sia paragonabile al ricevere uno schiaffo in faccia, la pornografia (ma anche il razzismo stesso) è un discorso ravvisabile anche come ‘schiavizzazione’ dell’altro.

Si arriva a “esistere” in virtù di questa dipendenza fondamentale dall’appello dell’Altro. Si “esiste” non solo grazie al riconoscimento che si ottiene, ma, in un senso che viene ancora prima di tutto ciò, nell’essere riconoscibili. I termini che facilitano il riconoscimento sono essi stessi convenzionali, sono gli effetti e gli strumenti di un rituale sociale che decidono, spesso attraverso l’esclusione e la violenza, le condizioni linguistiche dei soggetti che possono sopravvivere. Il linguaggio, se può sostenere il corpo, può anche minacciare l’esistenza. [16]

Se il linguaggio può fare tutto ciò, a maggior ragione la rappresentazione pornografica è passibile di costruire – o confermare – certe diseguaglianze sociali. Inoltre, Austin classifica ulteriormente gli atti linguistici dal punto di vista della loro forza illocutiva:

[c]hiamo queste classi di espressioni, classificate secondo la loro forza illocutoria, con i seguenti nomi:
(1) Verdittivi
(2) Esercitivi
(3) […]
[…] I primi, i verdittivi, sono caratterizzati dall’emissione di un verdetto, come suggerisce il nome, da una giuria o un arbitro. Ma non è necessario che siano definitivi; possono essere, ad esempio, una stima, un calcolo o una valutazione. Si tratta essenzialmente di dare un parere su qualcosa – fatto o valore – di cui è difficile essere certi per ragioni diverse. I secondi, gli esercitivi, sono l’esercizio di poteri, diritti o influenza. Esempi sono la nomina, la votazione, l’ordinazione, la sollecitazione, la consulenza, l’avvertimento, ecc.[17]

Riferendosi a questa classificazione, Lori Watson spiega come la pornografia subordina le donne come inferiori agli uomini, come oggetti sessuali, e come legittimi la violenza sessuale. In particolare, fa riferimento agli atti verdittivi, in quanto gli uomini sarebbero (o si sentirebbero, complice il retaggio culturale patriarcale) investiti dell’autorità di emettere verdetti che abbiano, quindi, potere creativo per determinare un nuovo stato di cose o per confermarne uno già vigente. Accanto ai verdittivi, anche gli atti esercitivi concorrono alla spiegazione di Watson e, anche in questo caso, chi parla deve possedere l’autorità necessaria. Watson “characterizes both verdictives and exercitives as ‘authoritative illocutions’.”[18] Questa autorità appartiene al discorso pornografico dal momento in cui, come per l’arbitro nel calcio, viene pronunciato all’interno di un consorzio di regole, il “game of sex”:

gli autori di discorsi pornografici non sono semplici spettatori del gioco; sono parlanti il cui verdetto conta. La pornografia dice ai suoi ascoltatori quanto valgono le donne: classifica le donne come cose, come oggetti, come prede. La pornografia dice ai suoi ascoltatori quali mosse sono appropriate e ammissibili: se dice loro che certe mosse sono appropriate perché le donne vogliono essere violentate, legittima la violenza.[19]

Al contrario, per Nancy Bauer l’autorità di chi crea discorsi pornografici deriva dai fruitori e dalla loro accettazione del punto di vista dei pornografi, quindi nella forza perlocutiva dell’atto linguistico. Però: “[t]he significance of separating illocutionary (consitutive) and perlocutionary (causal) effects of language, especially in the context of pornography, is overstated.”[20] Questo perché il modo in cui le parole funzionano nei loro effetti sociali spesso ne determina il significato e perciò:

Quindi, chiamare legalmente la pornografia una pratica di discriminazione sessuale, un atto di subordinazione sulla base del sesso, identifica il modo in cui funziona (i suoi effetti in questo contesto storico) come costituente il suo significato come pratica sociale. La sua funzione (l’erotizzazione della disuguaglianza) determina il suo significato. Il fatto che produca eccitazione sessuale è sia una causa che una conseguenza dell’esistenza all’interno di una cultura dello stupro in cui la subordinazione delle donne agli uomini è sessualizzata. L’erotizzazione della disuguaglianza è allo stesso tempo un atto costitutivo e un effetto; non sono separabili.[21]

Le fonti di autorità della pornografia sono multiple. Tra queste vi è il fatto che ha legalmente lo statuto di discorso e che, quindi, l’autorità statale stessa garantisca una certa protezione alla pornografia, grazie alla quale essa può proliferare virtualmente non regolata. Perciò “pornography is imbued with the social power to define and determine dominant meaning of sex. The consumers, mainly men, consume it as sex. They have sex with it. The eroticization of inequality is sex for them.”[22] La pornografia, secondo Watson, usa l’autorità di cui godono gli uomini (socialmente e legalmente) di imporre la loro visione del sesso. Inoltre, si potrebbe pensare anche al fatto che, data la disponibilità illimitata di fruire la pornografia online, sia spesso una delle prime forme attraverso cui ci si approccia al sesso e che, per alcuni di più e per altri di meno, determina poi i rapporti che si avranno (almeno inizialmente) all’interno della sfera sessuale, sia coi partner, sia col proprio corpo.
Judith Butler, riferendosi all’atto linguistico della minaccia, afferma che:

l’atto linguistico, come atto di un corpo che parla, è sempre in qualche misura all’oscuro di ciò che mette in atto, vale a dire che dice sempre qualcosa che non intende dire e che non è quell’emblema della padronanza o del controllo che a volte dà a intendere di essere. Felman richiama l’attenzione sulla maniera in cui un corpo parlante produce significati in modi che non sono riconducibili a ciò che tale corpo “dice”. In questo senso, chi parla è per molti versi “cieco” […]. Per Felman, tuttavia, questo non significa che la parola e il corpo siano radicalmente separabili, ma solo che l’idea di un atto linguistico completamente intenzionale è perpetuamente sovvertita da ciò che nella parola sovverte l’intenzionalità.[23]

Si rompe, grazie al corpo che parla, la dicotomia metafisica tra mente e fisico che rimangono correlati in maniera chiasmatica. L’argomentazione di Butler riguardante la minaccia si può avvicinare in un certo senso a quello sulla pornografia, poiché anche nel discorso pornografico è presente questo tipo di atto linguistico, tra gli altri. Il fruitore di rappresentazioni pornografiche, infatti, ha esperienza di un’eccitazione provocata dalla visione di una diseguaglianza ma che crede innocua – o quantomeno non legalmente limitabile – in quanto termina con la fine della rappresentazione e non ha riscontro con la ‘vita reale’ o con le sue azioni future. Eppure, la pornografia può rappresentare la minaccia fatta alle donne (e a tutte le categorie che vengono discriminate, tra le quali possono esservi anche gli stessi uomini) dal sistema capitalistico-patriarcale. “La minaccia prefigura o, di fatto, promette un atto corporeo e, tuttavia, essa è già un atto corporeo, stabilendo dunque nel suo gesto i contorni dell’atto che verrà.”[24] A maggior ragione nella pornografia, che sia letta, ascoltata o vista, la prefigurazione dell’atto e il suo pronunciamento coincidono e, talvolta, corrispondono anche al momento dell’effetto primario (l’eccitamento): così, nella pornografia che stiamo esaminando ora, il momento di catarsi sessuale viene causato dall’immersione totale in un tipo di hate speech.

La post-pornografia

Come accennato poco sopra, esiste però una pornografia eticamente corretta e che non racchiude né nasconde alcuna subordinazione o disuguaglianza. I prodromi della ribellione alla pornografia mainstream risalgono agli anni Settanta, a opera delle femministe pro-sex. In quegli anni, infatti, il movimento anti-sex – il femminismo di MacKinnon e Dworkin, per esempio – stava venendo applicato da alcuni organi statali in maniera scorretta, tanto che portò alla censura della visibilità di alcune minoranze sessuali – in particolare, lesbiche – mentre le rappresentazioni pornografiche eterosessuali stereotipate non subirono alcuna critica: tutta questa errata applicazione e interpretazione delle teorie anti-porno ha fatto sì che, ancora al giorno d’oggi, la divisione tra contrarie e favorevoli sia determinante, sebbene i due pensieri convergano più di quanto comunemente si creda. Per questo motivo, ‘storicamente’ si individua nella proposta di una pornografia egualitaria e attenta a ogni sessualità esclusivamente l’attivismo e l’impegno dell’ala femminista pro-sex. Dal momento che, dalla nascita di questa opposizione si sono andate creando fazioni radicali dei due gruppi, vorrei proporre una rivalutazione dei due termini: il femminismo pro-sex sarebbe allora quello favorevole a un nuovo tipo di pornografia e all’attenzione verso le/i sex workers (si includeranno in questo gruppo, nonostante l’evidente controsenso, anche MacKinnon, Dworkin e Watson, di cui si è precedentemente discussa la tesi, con lo scopo, in effetti, di riavvicinare i pensieri delle attiviste); mentre il femminismo anti-sex sarà quello di chi nega spazio a qualsiasi tipo di pornografia e a ogni lavoratore del sesso.
Negli anni Settanta stava cominciando a nascere un’attenzione e conoscenza maggiori del piacere, della sessualità e del lavoro sessuale. Pioniera di questo nuovo fenomeno fu Annie Sprinkle, sex worker e attivista, che iniziò ad approfondire pratiche e concetti fino a quel momento adombrati, diventando lei stessa regista e sceneggiatrice, oltre che performer, del film Deep inside Annie Sprinkle. In questo video, Annie Sprinkle problematizza e ridicolizza l’ossessione per la sessualizzazione degli attributi femminili, nonché delle pratiche subordinanti della pornografia mainstream. La post-pornografia, che nei termini precedentemente usati potrebbe essere ‘erotismo’, è un fenomeno che non prevede categorizzazioni e limitazioni, ma lascia la completa libertà di autodefinirsi. 
Paul B. Preciado, filosofo e importante sostenitore della teoria queer, in un’intervista, rievocando la circostanza della prima occorrenza del termine post-porno, ne riassume efficacemente lo spirito:

el término posporno fue inventado por el artista holandés Wink van Kempen en los años 80 para denominar un conjunto de fotografías de contenido aparentemente explícito (es decir, con representación de órganos genitales en primer plano) pero cuyo objetivo no era masturbatorio, sino paródico y crítico. Pero fue la artista y actriz porno americana Annie Sprinkle la que dio al término una dimensión cultural y política mas amplia, cuando lo utilizó para presentar su espectáculo El anuncio público del cuello del útero” en el que invita a los espectadores a explorar el interior de su vagina con la ayuda de un especulum ginecológico. Ironizando al mismo tiempo los códigos visuales de la medicina y de la pornografía tradicional, Sprinkle  advierte a los visitantes de su útero: “queréis ver más y más, acercaos, mirad, esto que veis es de verdad el sexo.” Lo único que verán los insaciables visitantes con la ayuda de una linterna será un canal rosado y el reflejo destellante de la luz en el fondo del útero. De este modo, Sprinkle reduce al absurdo el imperativo de máxima visibilidad del sexo femenino que impone la pornografía tradicional. Sprinkle nos enseña que la pornografía produce la verdad del sexo que pretende representar: se trata de un género cinematográfico de ficción hecho de códigos, convenciones, representaciones normativas…cuya narración dominante está construida para satisfacer la mirada masculina heterosexual. Sprinkle nos pregunta: ¿cual es el cuerpo representado por la pornografía? ¿Por qué y para quién aparece como excitante?¿Cuáles son los límites de la representación pornográfica? ¿Qué es aquello que cuando es representado impide la excitación? [25]

Preciado vede in questa performance l’inizio del post-porno come caduta dei codici precostituiti appartenenti alla pornografia mainstream, attraverso la messa in ridicolo dei preconcetti e delle verità assolute sul sesso. La post-pornografia è, allora, una continua ricerca della sessualità particolare, potendo così dare dignità a tutti i soggetti che rimanevano esclusi dal porno. Inoltre, se nella pornografia l’intento era l’eccitamento del pubblico prevalentemente composto da maschi bianchi etero, ora tutto ciò viene messo in discussione: il fine non è più la masturbazione, ma la scoperta di sè e dell’Altro; il pubblico non è socialmente definito ma è volutamente eterogeneo, così come sono eterogenei i soggetti che vi lavorano all’interno; non è fruibile gratuitamente (elemento che porta a eliminare i soprusi a discapito dei sex workers) ma su piattaforme a pagamento e tramite festival e iniziative autogestite. Come spiega Rachele Borghi, il post-porno è:

caduta definitiva della divisione tra pubblico e privato, uso dell’ironia, rottura del binomio soggetto/oggetto, eliminazione del confine tra cultura alta (quella artistica) e bassa (pornografica), coinvolgimento degli/delle spettatori/spettatrici, condivisione pubblica di pratiche collocate nella sfera del privato, denuncia della medicalizzazione dei corpi, rovesciamento e messa in discussione del rapporto sesso/sessualità, uso di protesi (lo speculum in questo caso). Il postporno rompe con tutti quei binomi attraverso cui la sessualità viene rappresentata e performata per enfatizzarne il valore politico e farla uscire dalla sfera del privato in cui è stata relegata. Si tratta di un fenomeno fluido, che cerca di liberarsi da ogni tipo di etichetta. Sono gli/le stess* protagonist* ad autodefinirsi “postporno”; allo stesso tempo, però, rifiutano l’idea di far parte di un movimento omogeneo, alcune addirittura di un collettivo, accomunato da caratteristiche definibili e dai tratti ben demarcati. [26]

Il post-porno, rompendo i binomi della sessualità e del corpo, è visto anche come la concretizzazione della teoria queer.

¿Qué otra máquina política conoces que tenga el mismo poder de producir placer? La pornografía es una potente tecnología de producción de género y de sexualidad. Para decirlo rápidamente: la pornografía dominante es a la heterosexualidad lo que la publicidad a la cultura del consumo de masas: un lenguaje que crea y normaliza modelos de masculinidad y feminidad, generando escenarios utópicos escritos para satisfacer al ojo masculino heterosexual. Ese es en definitiva la tarea de la pornografía dominante: fabricar sujetos sexuales dóciles…hacernos creer que el placer sexual “es eso”. [27]

I ‘diversi’ sono rappresentati, portati finalmente in scena, viene data loro voce e, soprattutto, la possibilità – o almeno la prospettiva – di autodefinirsi.
Centrale per comprendere la battaglia della postpornografia (e delle femministe pro-sex, così come sono state definite poco sopra) è l’analisi della distinzione sociale, gerarchicamente connotata e costruita, del gender. Vi sono, in particolare, due rappresentazioni del genere nella cultura prevalente: la prima guarda al gender come un insieme di differenze tra ‘maschile’ e ‘femminile’, che per alcuni sono definite da fattori riproduttivi, da altri dall’organizzazione diversa del cervello; la seconda distinzione guarda al gender come potere e autorità, divisione che, quindi, divide due gruppi sociali gerarchicamente connotati: “those for whom social power is a right, conferred based upon their masculinity; and those for whom social power is denied on the basis of their femininity.”[28]

Violence and aggression are displays of masculinity, culturally not biologically. […] “I win,” “I dominate you all,” is the message they seek to convey through these acts of violence. Femininity, in contrast, is accomplished by displaying a lack of power, being “properly” submissive, signaling weakness. Hallmarks of “proper femininity” include: displays of sexual availability to men (but only up to a point); nurturing, caring, acts of selflessness; presentation of self as a beautiful object; avoiding confrontation; and, deference to men, often understood as staying in one’s place. [29]

Allo stesso modo, anche altri tipi di differenze sono stati prepotentemente soffocate e sottomesse dalla mascolinità dominante, all’insegna di una presunta normalità. Proprio così nasce la definizione di ‘queer’, che inizialmente stava per ‘strano’, ‘abbietto’, ‘deviato’, qualcuno la cui stranezza impedisse la distinzione in uomo/donna. Nasce, perciò, propriamente come insulto: “[l]a palabra “queer” no parecía tanto definir una cualidad del objeto al que se refería, como indicar la incapacidad del sujeto que habla de encontrar una categoría en el ámbito de la representación que se ajuste a la complejidad de lo que pretende definir.”[30] Dagli anni Ottanta, grazie agli attivisti di gruppi come Act Up, Radical Furies e Lesbian Avangers[31], la parola ‘queer’ ha cominciato ad assumere i significati che ha oggi di rottura intenzionale con le norme di genere e di sessualità, diventando simbolo di resistenza al ‘normale’, si tratta di un movimento post-identitario.

“Queer” no es una identidad más en el folklore multicultural, sino una posición de crítica atenta a los procesos de exclusión y de marginalización que genera toda ficción identitaria. El movimiento “queer” no es un movimiento de homosexuales ni de gays, sino de disidentes de género y sexuales que resisten frente a las normas que impone la sociedad heterosexual dominante, atento también a los procesos de normalización y de exclusión internos a la cultura gay: marginalización de las bolleras, de los cuerpos transexuales y transgénero, de los inmigrantes, de los trabajadores y trabajadoras sexuales. [32]

Dalla risemantizzazione del termine ‘queer’ si è sviluppato, quindi, un diverso modo di concepire il gender e l’identità stessa.
In generale, gli elementi per approcciare l’argomento della pornografia e del sex working sono innumerevoli e, soprattutto, ampi. Fondamentale è l’apertura verso le possibilità offerte e verso i diritti dei/delle sex workers, specie durante questi ultimi periodi.
Di seguito, si segnalano due link per approfondire questo tipo di discorso:

https://www.edizioniminoritarie.it/corsi

e

https://www.flipbookpdf.net/web/site/6e101999d8065382e01ad89e513d1c293046727d202103.pdf.html#page/1

Illustrazioni di Eleonora Ballarè


[1] Ortoleva, Il secolo dei media. Riti, abitudini, mitologie, Milano, Il Saggiatore, 2008, p. 167, 168

[2] Ogien Ruwen, Pensare la pornografia. Tutti la consumano, nessuno sa cos’è, Milano, Isbn Edizioni, 2005, p. 54-56 (corsivo mio)

[3] Ivi, p. 56

[4] Ivi, p. 53

[5] Altman Andrew e Watson Lori, Debating Pornography, Oxford, Oxford University Press, 2019, p. 114

[6] Ivi, p. 114, 115 (traduzione mia)

[7] Ivi, p. 173

[8] Ivi, p. 261 (traduzione mia)

[9] Ivi, p. 263

[10] Ibidem

[11] Ivi, p. 207-208

[12] Ivi, p. 213

[13] Ivi, p. 183

[14] Butler Judith, Parole che provocano. Per una politica del performativo, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2010, p. 4

[15] Ivi, p. 4, 5

[16] Ivi, p. 7

[17] Austin John L., How to do things with words, Oxford, Oxford University Press, 1962, p. 150

[18] Altman e Watson, op. cit., p. 192

[19] Ivi, p. 193

[20] Ivi, p. 198

[21] Ibidem

[22] Ivi, p. 199

[23] Butler, op. cit., p. 14

[24] Ivi, p. 16

[25] Preciado Paul Beatriz, Historia de una palabra: queer, «Parole de Queer», articolo Web, http://paroledequeer.blogspot.com/p/beatriz-preciado.html

[26] Rachele Borghi, Postporno. Questo porno che non è un porno, https://abbattoimuri.wordpress.com/2014/04/03/postporno-questo-porno-che-non-e-un-porno/

[27] Preciado, http://paroledequeer.blogspot.com/p/beatriz-preciado.html

[28] Altman e Watson, op. cit, p. 162

[29] Ivi, p. 164

[30] Preciado, op. cit.,  http://paroledequeer.blogspot.com/p/beatriz-preciado.html

[31] Ibidem

[32] Ibidem

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