Mangime

Sarà un mese che ha quasi smesso di mangiare. Dormire, non se ne parla nemmeno. Passa il tempo accartocciato sul divano in salotto, che ormai somiglia alla lingua viscida di un rettile.
Ha abbassato tutte le persiane di casa, non distingue più la luce fioca dell’alba dal bagliore cagliato della notte. D’altra parte, anche quando stava bene, per lui una valeva l’altra. Sperava che le allucinazioni sarebbero iniziate più tardi, invece non si sono fatte attendere: trenta giorni di inedia corrispondono pressappoco a un invito formale, ad un mandato di comparizione. Le sue pupille, crepate da rigagnoli di vene esplose, non funzionano più. Oramai vede, sente, pensa soltanto attraverso le mucose dello stomaco.  Il cervello sfrigola inerte; si è ridotto a un telo bianco su cui si susseguono le immagini di un film impossibile e atroce.
Un focomelico butterato urla e bestemmia in mezzo alla strada. Le macchine lo sfiorano e imprecano a colpi di clacson. Una giovane coppia passeggia per le strade di una città sconosciuta, ma la colonna sonora è una sequenza interminabile di urla umane campionate sul Quartetto per archi in re minore di Jean Sibelius.


Non ricorda più neppure i mesi dell’anno, ma la musica che ascoltava, quella sì. Durante la prima settimana, aveva ancora la forza di fare qualcosa.

Sparava a tutto volume gli stessi pezzi di quando era felice: Sibelius, Jacques Brel, Nick Cave, Luigi Tenco, perché la felicità fa paura e la comprendi solo con la musica triste. Ora la tristezza è diventata un piccolo roditore famelico, e a piccoli morsi lo sta divorando dall’interno. Difatti, il lettore CD si è schiantato a terra una notte, nell’indifferenza generale dei vicini.
Si è trasferito in quel quartiere di villette a schiera da poco. Gli autoctoni lo considerano un tipo strano, con cui è meglio non intrattenere rapporti. D’altronde, finché quei lanci finiscono nel suo giardino e non sul cofano di qualche auto parcheggiata lì vicino, sono ancora nell’inviolabile (ma a fil di voce molto chiacchierato) perimetro della sua proprietà privata. All’inizio leggeva, come al solito, ma a poco a poco la fame ha trasformato le frasi in vermi bavosi d’inchiostro nero appiccicati ai suoi occhi. Una sola sigaretta era bastata, in quelle condizioni, a fargli vomitare anche quello che non addentava da tempo.
Ecco che ricominciano di nuovo. Gli gira tremendamente la testa. Un conato risale lungo la laringe e si blocca a metà strada. Vede fiumi di carne umana irrorare il pavé di una piazza. Sciami di tifosi, arrivati in massa per la tappa finale del Giro d’Italia, cadono a terra sferzati da folate di vento, urlano di dolore, si trascinano tra le carcasse dei piccioni. Un’orchestra fantasma suona a perdifiato la seconda delle Apparitions (Agitato) di Ligeti.
BASTA!
Eppure, si è imposto di resistere. Glielo deve, è il minimo che possa fare. Nessun sogno orribile compete con quello che ha visto davvero. Si osserva le mani: quelle piccole macchioline marroni sono ancora lì. Sono comparse quando ha smesso di mangiare. All’inizio aveva pensato a un’altra allucinazione, ma persino quando recuperava il controllo di sé, quei piccoli nei lo fissavano senza neppure scolorirsi. Prima che la luce dello schermo diventasse insopportabile, aveva fatto qualche sommaria ricerca. Nulla di interessante. Chiamare un medico è fuori questione. Non erano serviti quando importava, e ora non gli importa più granché. È una lotta tra lui e il suo istinto di sopravvivenza, che non immaginava tanto tenace. 

Qualche giorno prima (forse ieri? Ieri, oggi, due eternità, ha ancora senso?) sono venuti a trovarlo. Prima Andrea, poi Bianca. O era il contrario? Prima e dopo, cause e conseguenze: tutto gli cola addosso e scivola via, il grasso untuoso del tempo. Spesso gli capita di socchiudere le palpebre e di risvegliarsi bruscamente, madido di sudore. Ignora se e quanto abbia dormito.

Soltanto alla doccia non ha rinunciato. L’acqua monda, deterge, purifica per un istante anche il dolore più profondo. Ma è soltanto un istante e fa sempre più fatica a raggiungere il bagno.

All’inizio, quando lui gli ha aperto la porta di casa, il suo amico non lo ha riconosciuto. Era sempre stato piuttosto magro, ma Andrea non si sarebbe mai aspettato quella mano bluastra, sottile e friabile come una ragnatela, che si è sporta in avanti per salutarlo. 
– Non puoi farti questo. – Andrea si muoveva a tentoni sul pavimento, quasi temesse che le piastrelle si fossero assuefatte a reggere soltanto il peso ridotto del padrone di casa: una minima pressione e tutto sarebbe crollato.
– Tu dovresti capirmi meglio degli altri – gli ha risposto lui. Lo credeva davvero, e forse si era sempre sbagliato sul suo conto. 
– È passato più di un anno, ormai. Cristo, da quant’è che non mangi, che non esci di qui? – Non si capacitava delle persiane abbassate, dei vinili frantumati a terra, del silenzio sordo che separava la villetta dalle sue chiassose e immediate vicinanze.
– L’hai stretta tra le braccia anche tu, hai visto quando l’hanno portata via. Davvero me lo stai chiedendo?
Lui si era stupito di ritrovare intatta la sua voce, solo un po’ più roca. 
– Ma certo che sì. Poi è ovvio che non posso paragonare sei mesi con tutto il tempo che tu e lei… 
– Ho come l’impressione che non stiamo parlando della stessa persona.
– Ma guarda come ti sei… senti, perché non provi a sentire qualcuno che può aiutarti. Se continui così…
– Cosa? – ha spalancato gli occhi fissando Andrea con una maschera di supplica e di scherno sul volto. – Forse è meglio se vai. Avevi un amico e ti ritrovi faccia a faccia con un mostro. È successo anche a me, proprio ora.
Bianca invece si è precipitata oltre l’uscio e l’ha abbracciato.

Il calore di un corpo, il suo corpo che aveva conosciuto, divorato con lo sguardo, con la lingua, con tutto se stesso, il suo corpo appena nascosto da una maglietta nera. 

– Scusa, mi è venuto naturale. Ne avevi bisogno.
La voce di lei echeggiava nel vuoto che si è costruito attorno. Eppure, non smetteva di fissarla in silenzio. Bianca odorava di tutta la sfacciata, sensuale violenza del luglio inoltrato là fuori, di tutte le estati che avevano trascorso insieme. Bianca era acqua salata sulle labbra, seno sbrigliato dalle visioni dell’adolescenza, loro due stretti in macchina ventre contro ventre (la storia due turisti stranieri, Mr. Q. Compson e Miss H. Baird, non aveva funzionato). Ma Bianca non era soltanto questo, era amore, comprensione, compassione, sfuriate e congedi, poi ritorni, scuse e pretese di scuse.  
– Perché sei qui? – le ha chiesto con un filo di voce. 
– Per salvarti. 
…si sveglia di nuovo, grondante di sudore nel cuore della notte, una notte asfissiante come tutte le altre. Ha sognato Bianca di nuovo. Bianca, quante stronzate. 
Bianca è Sara se fosse ancora viva.
Bianca è il ricordo di Sara, di quello che sono stati, che sarebbero ancora se solo…
Bianca non esiste.

…e poi all’improvviso il respiro si fa irregolare. Gli manca l’aria, prova ad alzarsi ma crolla, annaspa e si dimena sul divano. L’ossigeno è diventato cemento. Cerca di aprirsi un varco tra i mattoni d’aria, ma è tutto inutile. Brividi freddi strisciano lungo la sua schiena, si attorcigliano alla gola secca. Senza riflettere si butta oltre l’entrata del bagno, riempie la vasca e ci si immerge vestito. Contro ogni logica, inspira acqua a pieni polmoni, i muscoli facciali si rilassano e poco a poco si estingue la vampa rossastra da volto congestionato. Senza sollevare la testa dall’acqua striscia i palmi delle mani sul bordo della vasca e le osserva di nuovo: le macchie sembrano più grandi e spesse. Un’altra occhiata lo gonfia di terrore. Le macchie ingoiano centimetri di pelle, si espandono viscide e nerastre sulle braccia. Non può uscire dalla vasca, creperebbe di asfissia. Inizia a sentire dolore dappertutto, come se qualcuno lo stesse ripiegando in più parti come un manichino. Il suo naso si appiattisce e si allunga, le braccia rimpiccioliscono fin quasi a scomparire e si sfaldano come burro, serra le gambe senza volerlo in un unico tronco di carne arricciato sulla parte terminale. Sente le ultime forze fisiche e mentali venire meno, tutto scivola via come quando ha le allucinazioni. E mentre si ricopre di squame e una piccola corazza ossea gli sovrasta la schiena, riesce a pensare a Sara un’ultima volta. Sara si era ammalata quasi due anni prima, le grandi pupille verdi fisse in quelle di lui combattevano una battaglia già persa. Una serie di luminari aveva tentato una diagnosi, ma tutto si era rivelato inutile. Un esperto è “esperto” di ciò che conosce, e quello che stava uccidendo Sara era qualcosa di mai visto prima. Rivede un’ultima volta quello che prim’o poi vedono tutti: la stanza asettica dell’ospedale, il silenzio delle corsie a notte fonda, lo sguardo costernato che si erano scambiati con il padre di lei, quasi si stessero scusando l’uno con l’altro di non essere riusciti a fare abbastanza. Alle quattro di notte era morta. No, non «se n’era andata» non «ci aveva lasciato» non era «passata a miglior vita», espressioni schifose che implicano una certa dose di corresponsabilità da parte di chi «se ne va». Era morta e basta. Una pinna grigiastra affiora dalla vasca, un orribile lamento animale lacera l’aria della casa.

–…me lo ha detto un mio amico che aveva un acquario enorme.
– Sara, aspetta un attimo. Se parli non mi concentro, e per stasera un posto non lo troviamo più.
– Ma senti che bello! Il mio amico dice che li devi prendere in coppia perché si amano da matti e non si separano mai. Infatti, quando è morto uno dei due, l’altro si è rifiutato di mangiare finché è morto anche lui.
– È terribile…
– Terribile e stupendo!
– Già.
– Quanti di noi sarebbero disposti a farlo?
Io sì. Ma questo non lo aveva detto, lo aveva solo pensato.

Illustrazione di Alessandro Gottardo

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