Whore on acid | La realtà è una guerra in acido

Ciò che è vero e normale è codificato, già stabilito e tradizionalmente accettato, e diventa ben presto indice di scrematura e rimozione di quel superfluo. È questo “superfluo”, spesso tacciato d’essere inutile o improduttivo, che l’indagine compiuta da Valentina Giacuzzo – aka Whore On Acid – tenta di scagionare e di salvare nei lavori oggi presentati da «Neutopia», riscoprendolo squisita esperienza metafisica e transensoriale.

Ervin Goffman ha spesso parlato del concetto di “stigmatizzazione” di un individuo all’interno di un istituto psichiatrico o di una prigione, definiti da lui come “istituzioni totali”[1] per il loro potere di tracciare un limite ben definito tra sanità e malattia mentale e separare dunque lo staff (chi si occupa, attraverso le svariate mansioni, di reintegrare un individuo all’interno della società che lo ha escluso) dal paziente (chi svia da un comportamento socialmente accettabile e produttivo). Lo studio di Goffman, che va ad ampliare il filone aperto già da Michel Foucault con la sua Storia della Follia in Età Classica  (Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique, 1961), descrive un’istituzione più ampia, quella della nostra società liberale e capitalista, come fortemente segnata dalla narrazione – fittizia – della verità e della normalità.

Can You Hear My Heart, pensato per comunicare la realtà di sovraccarico di un sistema psichico disturbato da voci e suoni ripetentesi a intermittenze, è costruito attraverso un interessante stratagemma, essendo il testo una traduzione automatica operata dagli algoritmi traduttivi della piattaforma YouTube. Lungi dal rappresentare un facile escamotage per la composizione di un brano, la tecnica qui messa in atto dall’autrice è in grado di edificare, attraverso un procedimento simile al ready-made, un effetto sensoriale ben specifico, avvicinando l’ascoltatore ai sintomi di paracusia, allucinazione positiva e schizofrenia.

Es Dominion, invece, brano dalla matrice testuale più complessa e organizzata, è un trittico che indaga la reazione di un sistema cognitivo-comportamentale alla realizzazione della psicopatologia, ovvero la reclusione o autoreclusione cui l’individuo stigmatizzato è destinato nella società odierna. In esso viene descritto infatti lo sforzo, impossibile da compiere, di escludere realmente le logiche irrazionali e simboliche della nostra psiche dalle azioni quotidiane. La guarigione e il ritorno ad una regolarità accettata dall’ecosistema umano sono, per questo, tentativi frustrati di assettarsi a un confine impossibile.

Nella prima parte del brano, il modello virtuale di una realtà reale e univoca è arso, bruciato dal “blue spectrum of fire” il cui rogo rade al suolo la città, metafora di quell’insieme di norme scritte e agrafe che governano la sopravvivenza del branco all’interno dell’ingranaggio sociale e la produzione ad esso sottesa. La guerra cui fa dunque riferimento il progetto più ampio nel quale Es Dominion è inserito si prefigura così non solo come il netto contrasto tra interiorità ed esteriorità, ma anche come il fagocitare assoluto della prima nei confronti della seconda. La natura di questo conflitto è psichedelica, lisergica, poiché sempre combattuta nel mondo inaspettato e imprevedibile di corrispondenze che a partire dai traumi generano la nostra autocoscienza.

La seconda parte del brano, che richiama più da vicino Can You Hear My Heart, tenta infatti di restituire, attraverso la sovrapposizione e la ripetizione di input verbali tra loro incoerenti e contraddittori, il gomitolo di istanze e impulsi che attanagliano la mente quando è labile e perduta nella dispercezione, che è qui rappresentata non come la devianza da un modello “corretto” di percezione, bensì come la natura ultima e concreta della percezione stessa.

Il risultato a cui si giunge è l’esclusione, che è anche il tema della terza e ultima scena del brano. Un’esclusione serena, quasi stoica, in cui il soggetto si accartoccia su se stesso in un rifugio di “Pink radial ribs”, un ventre costruito da chi lo abita, accettando a braccia aperte lo spazio animalesco e antico di una mente liberatasi dall’imposizione della sanità. Ciò che era stato additato come mostro è in realtà sublime,  enorme, incomprensibile e ricco di segreti come l’abisso, rivelando un giacimento-fiumana di scoperte interiori tali da superare l’esteriorità ed il fenomeno per diventare metafisiche.

A questa riflessione circa il rapporto tra psiche polimorfa e sanità mentale se ne affianca un altro, non meno importante, volto a indagare la relazione tra lingua e realtà. Il linguaggio difetta della capacità di esprimere e comunicare realmente il sé, e i due brani qui presentati, specialmente Can You Hear my Heart, tentano di consacrare la nascita di un nuovo codice insieme linguistico e a-linguisitico, significante e aleatorio, fatto di suggestioni, risposte sensoriali autonome,  sussurri, distorsioni. Su questo comparto tecnico di effetti sonori si installa poi l’utilizzo di un inglese liberato dalla sua caratterizzazione coloniale che vuole sempre contrapposti il “buon inglese” all’inglese degli emigrati. Quello di Valentina Giacuzzo è un inglese di tutti e scevro dai nazionalismi, scelta grazie alla quale l’autrice ha potuto collaborare anche con uno dei progetti cross-linguistici e transcreazionistici più importanti per quanto riguarda la lingua inglese, quello organizzato dal collettivo Mother Tongues, con sede a Londra.

Se la performance recitativa è volutamente offuscata e soffusa, tanto da rendere ostico in alcuni tratti l’ascolto del testo, fortificando ancora di più l’idea di ambiguità, liminalità e polimorfismo, la musica che l’accompagna è costruita ad hoc per trasmettere sensazioni d’ansia e paranoia ed evocare atmosfere peste e soffocanti. A un lieve sgocciolio elettronico sono accostati, infatti, grevi e improvvisi violini, quasi strattoni volti a spezzare la tranquillità dell’ascoltatore inoculando in lui disagio, paura e solitudine e trasportandolo con forza in un mondo di alienazione e incomprensibilità.

(Lorenzo Lombardo)

Es Dominion

This is Reality is an acid war
The section of the city appears on fire
It burning like a hypnotic forest.
We live in the blue spectrum of fire
While the stake changes the physiognomy of what happens
Let’s rewrite the map
Every day, daily exercise
Setting references, keeeping lucidity
Remain in the logical axis
Expect the Accidental
We crawl along plastic walls
Smell of burning glass
Emerging from dark water

Asphalt segments are fords
Where are we going?
The spectrum burns the perceptual fibers
But we know it: it is the subsoil
Of my body, point two references,
Change of shape/
confidence and intuitions

The obelisks stand out
in the reality illuminated by the sun
But we don’t understand its symbols.
Hot flashes on the metal armor
Our codes here are not valid
The mysteriously changing order
Alienating revolt
Illogical…

Peace is recognizing the shadow.

II:

IO
DO IT DON T DO THAT
DO IT
I’M MAKING AN EFFORT
I’M MAKING AN EFFORT

DON’T THAT
DO IT
DO IT
DO IT

I ‘MAKING AN EFFORT

III:

Imagination organizes the remedy:
a gush that allows you to breathe
like the greatest of sea creatures,
cetaceans etymologically calls them monsters,

they live sunke,
they seek air emerging from the waves
to avoid to fall into complete unconsciousness.

Living in perceptive depth
Resurfacing through restorative images:
the greater the danger
the greater what saves

Clear morning light on the shoreline
center of Metaphysical  force
A belly built by who is inhabit it,
the womb is carved in crystal,
to find shelter in beauty.

Language is distance
Is a vision
here’s
an image


I built my house of pink radial ribs
My essence is inside a shell
between the dunes you imagine of a sandy beach
evoked by the very reality that still wants me present
Lucid

Knees bent towards the chest
The Mother of pearl caresses my forehead
Fatigued by the crystallization of obsessive shadows.
My home , self-centered of illusions was built in a dream
It is a fascination  surfaced by my unconscious
Magical addiction.

***

Questa è la realtà è una guerra in acido
La sezione della città appare in fiamme
Brucia come una foresta ipnotica.
Viviamo nello spettro blu del fuoco
Mentre il rogo cambia la fisionomia di ciò che accade
Riscriviamo la mappa
Ogni giorno, esercizio quotidiano
Settare riferimenti, mantenere lucidità
Rimanere nell’asse logico
Aspettarsi l’Accidentale
Strisciamo contro muri plastici
Odore di combustione di vetro

Emerge dall’acqua scura

Segmenti di asfalto sono guadi
Dove stiamo andando?
Lo spettro brucia le fibre percettive
Ma lo conosciamo: è il sottosuolo
Del mio corpo, punta due riferimenti,
Cambiamento di forma e
Intuizioni

Gli obelischi svettano nella realtà illuminata dal sole
Ma non ne comprendiamo i simboli.
Vampate incandescenti sulle armature metalliche
I nostri codici qui non valgono.
L’ordine misteriosamente mutevole
Rivolta straniante
Smarrimento

Assurdità

La quiete è riconoscere l’ombra.

II:

IO
FALLO NON FARLO
FALLO
STO FACENDO UNO SFORZO
STO FACENDO UNO SFORZO
NON FARE QUELLO
FALLO
FALLO
FALLO
STO FACENDO UNO SFORZO

III:

L’immaginazione organizza il rimedio:
uno zampillo che ti fa respirare
come la più grande delle creature marine,
i cetacei li chiamano etimologicamente mostri,
vivono affondate, cercano l’aria che emerge dalle onde
per evitare di cadere in completa incoscienza.

Vivere in profondità percettiva
Riemergere attraverso immagini restaurative:
maggiore è il pericolo maggiore è ciò che risparmia

Chiara luce mattutina sulla battigia
centro di forza metafisica
Un ventre costruito da chi lo abita,
il grembo è scolpito nel cristallo,
per trovare rifugio nella bellezza.

La lingua è distanza
È una visione
ecco
un’immagine

Ho costruito la mia casa di costole radiali rosa
La mia essenza è dentro un guscio
tra le dune immagini una spiaggia sabbiosa
evocata dalla stessa realtà che ancora mi vuole
presente
Lucida

Ginocchia piegate verso il petto
La Madreperla mi accarezza la fronte
Affaticato dalla cristallizzazione di ombre ossessive.
La mia casa, egocentrica di illusioni, è stata costruita in un sogno
È un fascino emerso dal mio inconscio
Dipendenza magica.

Testo e musica di Valentina Giacuzzo
Traduzione di Lorenzo Lombardo
Illustrazione di Lulu Lin


[1] Vedi Goffman, Ervin (1961) Asylums. Essays on the social situation of mental patients and other inmates, trad. Franca Basaglia (1968), Einaudi, Torino.

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