Víctor Rodríguez Núñez | La “nervosa ossatura di tutte le cose”

La poesia di Víctor Rodríguez Núñez, poeta cubano naturalizzato statunitense, è un richiamo naturale che si solleva mite tra gli strepiti della modernità. Ne Il quaderno del topo muschiato, edito in Italia da Taut – casa editrice milanese con passione «incendiaria» per stessa ammissione del suo direttore, Alberto Pellegatta, qui anche in veste di curatore e traduttore – lo sguardo di Núñez si rivolge allo spettro completo dei sensi; il significante della sua poetica è il mondo, venato da dedizioni particolari, dediche amicali che non escludono un suono diacronico fra il poeta e il paesaggio che lo ingloba. Núñez è, prima di tutto, un inventore: riattualizza il simbolismo di altri poeti ispanofoni – come gli «sciami di monete» di Lorca, per fare un esempio, ma la lista potrebbe essere lunga: in esergo al testo, Antonio Cisneros, Pigmeos, Anacreonte, René Char, Ana Ajmátova. Autori uniti dal loro comune interesse verso la sfera altra, dis-umana, che vede l’animale come naturale completamento dell’umano e non come essere a sé stante, escluso dal nostro inconscio. Questa zootopia, per usare un neologismo, è frutto di un attento gioco di rimandi che ha nell’oscillazione tra gli elementi il suo punto di forza. Núñez però li fa propri e li risignifica completamente, scrivendo un’opera del tutto originale e fuori dagli schemi. Se per Herbert il topo era il simbolo del declino della civiltà occidentale ne La città assediata[1], per Núñez è invece il preludio per un ricongiungimento con la sfera animale: la «nervosa ossatura di tutte le cose».

Se per Herbert il topo era il simbolo del declino della civiltà, per Núñez è invece il preludio per un ricongiungimento con la sfera animale, la “nervosa ossatura di tutte le cose.”


Non solo topi muschiati – o nutrie, che dir si voglia: l’immaginario «zoologico» dell’autore si popola di oche affamate, cani randagi, granchi mondani, salmoni cocciuti, conigli nottivaghi. Sullo sfondo, la morte, che per il poeta dell’Avana «cinguetta» una nota afona, priva di grazia, mentre la vita scorre come un fiume incontrollabile, che si protrae come la sua prosodia:

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Nessuno ormai si preoccupa delle piene
abbattimenti di nidi

                                   preghiera avanguardista

del fiume Agabama uscito a dismisura
è che il discorso ha proiettato le sue dighe
può trascorrere
con equanimità con nitidezza
l’erba e il tu hanno complottato
perché il fiume torni a essere
scabrosa dialettica
[…]
tua madre sull’altra sponda

                                   non ti lascia attraversare

Torna alla mente, leggendo questi versi, la scena meravigliosamente descritta dallo scrittore cubano Reinaldo Arena – anch’egli esule negli Stati Uniti – nella sua autobiografia, Prima che sia notte, quando la madre lancia maledizioni al padre del ragazzo, dall’altro lato del fiume. O ancora, il racconto del messicano Juan Rulfo, Es que somos muy pobres, nel quale il fiume che esonda scandisce un fondamentale passaggio tra vita e morte, «dialettica» appunto: il decesso degli animali, per chi è vissuto in campagna, rappresenta difatti la sciagura, poiché non soltanto sono fonte di sostentamento per gli uomini, ma parte integrante della nostra esistenza. Il paesaggio cui fa riferimento Núñez è però prettamente nordamericano, come si evince da altri versi dove torna il tema della fine della vita come principio ordinatore:

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[…]
la vita è come un fiume dell’Oregon
termina in spuma

                        nello stagno repentino

la corolla dei venti profuma di muschio
gli sfinteri aprono
sbalzi di deposizioni d’uova controcorrente
la pioggia è la prova
che si deve rammendare il cielo.

Il decesso degli animali, per chi è vissuto in campagna, rappresenta difatti la sciagura, poiché non soltanto sono fonte di sostentamento per gli uomini, ma parte integrante della nostra esistenza.

Vi è, in questo senso, una proiezione degli accadimenti atmosferici come intrinseca prova di volontà, nel continuo rimando panteistico dell’esistenza all’opera d’arte, alla pittura: «un volo a spirale/ senza piacere né vertigine/ la cifra della tua carne.» Laddove le labbra del poeta si fanno «preghiera in marea», tutto appare al suo posto, in una ricostruzione ondivaga dell’universo, che ha, come in Whitman, la sua perfezione nella formica, così come nel granello di sabbia.[2]


[1] Zbigniew Herbert, Rapporto dalla città assediata: «Lunedì: magazzini vuoti, un topo è divenuto l’unità di valuta»

[2] Da Walt Whitman, Foglie d’erba:E la formica è ugualmente perfetta, come un granello di sabbia,/ come l’uovo di uno scricciolo,/ E la piccola rana è un capolavoro pari a quelli più famosi.»

Victor Rodriguez Núñez, Il quaderno del topo muschiato, Taut Editori, Milano
Traduzione di Alberto Pellegatta, testo spagnolo a fronte, 106 pagine

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