Caratteri: il sogno umanista non è ancora perduto

I poeti, da sempre, sono i non accreditati legislatori del mondo. La poesia ha dunque il potere – o meglio, il potenziale – di rifarlo e migliorarlo. Di costruirlo, così come avrebbe la possibilità di decostruirlo. In questa radicale operazione, l’arte e la poesia anticipano il movimento complessivo dell’umano. Questo tentativo di costruzione, inedito e, vorrei aggiungere, generoso, l’ho visto in Francesco Terzago, poeta spezzino originario di Verbania che con il suo libro Caratteri, opera multimediale che ora ha ritrovato asilo sulla pagina grazie all’editore Vydia con una prefazione di Gian Mario Villalta, è stato insignito del premio Elena Violani Landi all’Università di Bologna.
Scrivo “ritrovato” perché già nel 2016 Caratteri era stato auto-prodotto in forma di plaquette dall’autore in cento esemplari e “multimediale” poiché nasce come libro on-line, corredato da fotografie e individuato nel carattere cinese ren (人), che significa “persona”.
Non a caso, l’umanesimo è al centro di questi ventinove componimenti scritti nel corso di una decade, che Terzago suddivide in quattro momenti: come un ragno tesse la propria tela con minuzia e attenzione, così l’autore toglie i propri personaggi dalla “nebulosa ” che li contiene, e ne delinea momentaneamente i caratteri appunto, in un’overture dove il desiderio si paventa nella centrifuga d’una lavatrice e l’amore è rappresentato dall’intreccio dei calzini:

Ci domandiamo come sia possibile che calzini
e polsini si annodino tra loro nel ricongiungimento
di ogni opposto. Abbiamo fatto pace,
mi domando. Il Mare del Nord sta
per esondare dalla fotografia alle tue spalle
e la mia speranza è che ci trascini lontano.

Da Caratteri, Nebulosa, p. 10

Fin dalla Dedica iniziale, ciò che si evince è un’attenzione estrema per il dettaglio, la materia, l’orizzonte quotidiano che si sposa con l’universale, in un misurarsi costante con il tempo, altro grande tema della raccolta, e con la morte, vista come qualcosa di assolutamente naturale, che fa parte del cosmo.
Poi un largo adagio, Quasi una storia d’amore, che mette in scena la parte più intima del poeta, il suo sguardo sapientemente gozzaniano, distante da registri aulici o ampollosi, che riesce a riempire di senso le cose di ogni giorno e a trasformarle, cambiandone la forma e aggiungendo nuovi concetti.

C’era, davanti al sottopassaggio, un vecchio fusto,
un vecchio fusto di ferro – qualche volta
mi fermavo davanti a lui e ci facevo a botte.
Era un buon avversario, uno di quelli che non
si lamentano e stringono i denti. Ogni fibra
del mio essere riverberava – quasi io stessi percuotendo
il timpano del pianeta. Ero, a quel modo, sollevato
dal mondo – potevo sentire il vento sulla pelle,
il vento che in giornate come questa sgombra il cielo
di ogni fardello. E nella città decide delle
nuove distanze di ghiaccio – oggi, ciò che ci è chiaro
è ciò che ci è lontano. Hai ragione, mi dicevo, non
c’è scampo. Tornavo a casa ripetendomi che sempre
lo inseguiamo. È il lavoro – il lavoro che va
da una parte all’altra, senza dirci niente.

Da Caratteri, Esorcismo, p. 25

C’è in questa parte dell’opera una qualità narrante dei poemetti, una storia tenuta insieme da quella che in un articolo precedente per «Poesia del nostro tempo» ho definito una “poetica delle macchine”, laddove la macchina è vista – in chiave deleuziana – non soltanto come qualcosa di estraneo all’umano, ma come l’elemento desiderante che può modificare ogni nostro linguaggio e paradigma.

Era il suono di una macchina. Di questo
si stava convincendo. Non una macchina qualsiasi,
non la betoniera. Era la macchina della fine dei tempi.
Un setaccio che gira e gira e frantuma le strade,
le palazzine, le automobili parcheggiate,
le barche in rada e i crocieristi. La macchina
rompe ogni involucro, libera le sostanze.

Da Caratteri, terremoto?, p. 34

Se questa poetica potrebbe, ad una lettura superficiale, essere tacciata di troppo ottimismo, nel recitativo che costituisce le Abiure, Terzago smentisce la sua visione accelerazionista per fare posto a una riflessione maggiore in componimenti come L’uomo senza braccia, dove il progresso tecnologico viene visto anche come limite e non soltanto come “porta” verso un futuro radioso.

A quel punto è arrivato l’uomo senza braccia,
l’uomo senza braccia e senza mani. La prima porta scorrevole
si è aperta davanti a lui senza che vi fossero problemi e poi
si è richiusa alle sue spalle La voce registrata, a quel punto,
gli ha detto di fare quelle stesse cose che noi avevamo già fatto:
di mettere un dito sopra il quadrato luminoso ma lui
non aveva un dito da mettere sopra a quel quadrato.
Una delle sportelliste ha guardato in direzione dell’uomo
senza braccia e senza mani e poi ha guardato
la coda di gente che si stava formando. Ha sorriso
all’uomo d’affari che le stava davanti e gli ha chiesto
di scusarla, di darle un momento. La sportellista
si è alzata ed è andata là, dall’uomo chiuso tra una porta
e un’altra porta. Dall’uomo che non poteva obbedire.
Su, dico a lei, è già successo altre volte. Faccia
in fretta che ho da lavorare. Non so lei.
Faccia in fretta. Faccia così. Apra la bocca.

Da Caratteri, L’uomo senza braccia, p. 44

Quando il canto dello sviluppo tecnologico riprende, più avanti, è solo apparente, come nelle arie finali di Bayun, dove il “vuoto d’aria” preposto nel titolo rappresenta giocosamente una metafora dell’esistenza nella quale siamo tutti sospesi, volenti o nolenti. In questa consapevolezza c’è chi riempie “sacchetti di carta” terrorizzato dal vuoto e chi, come Terzago, si gode i fenomeni atmosferici e la struttura dell’ala dal finestrino.

È quasi come se questa nostra esistenza avesse
lasciato la presa, avesse ritratto, delle due,
la sua mano munifica. Il vuoto d’aria. Il vuoto d’aria
è un silenzio che si diffonde lungo tutta la cabina,
che scende come un balsamo bianco e ci segna
la fronte; anche il ragazzino, tre file avanti a me,
ha smesso di parlottare con sua madre e di fare
i capricci per il suo tè. Ognuno dei passeggeri
stipati con me in questa siringa di metallo, nell’aereo
della Shanghai Airlines, meraviglioso esemplare
di Boeing 767, sta pensando che il senso di ogni cosa
stia in quel segreto che risponde al nome di ‘peso’
– mentre cadiamo ci pare di non averne più, sentiamo
qualsiasi cosa dentro il nostro corpo diffondersi
e rivoltarsi. Quando, alcuni secondi più tardi
l’aereo riprende quota, so per certo che ognuno
di noi si è gonfiato d’elettricità. Sono
gonfio di elettricità, sono un rospo elettrico.

Da Caratteri, Vuoto d’aria, p. 52

Ed è questo, per me, il fattore che più d’ogni altro differenzia la raccolta di Terzago dalle altre opere dei suoi contemporanei: la consapevolezza che l’utopia, qualora percorribile, abbia senso solo nel momento in cui venga rinfrancata dalla vita, poiché senza questa, si concretizzerebbe nel suo contrario: la distopia della distruzione e del controllo, la macchina come privazione anziché come alleggerimento.
Proprio perché, come scrive lo stesso autore, “alla vita/non basta il principio – la vita è mutamento.”

Caratteri, Francesco Maria Terzago
Collana Nereidi – Poesia
© Vydia Editore, 2019

90 pagine, brossura

Foto dell’autore


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