Villa Capriglio

Riparcheggiammo la volante per continuare il posto di blocco, questa volta però vicino ad un vecchio edificio derelitto, Villa Capriglio.

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Mancava un’ora alle prime luci del mattino e dopo aver bevuto l’ultimo tè al pizza-kebab di Bibo, finivo il turno con il mio collega più giovane, Enrico. Riparcheggiammo la volante in Strada Traforo del Pino, per continuare il posto di blocco, questa volta però vicino ad un vecchio edificio derelitto, Villa Capriglio. Il mio collega si era appena addormentato, io fumavo fuori dall’auto.
«Mancavano molti anni al pensionamento», pensavo, «e all’unica fortuna che avevo: quella di essere armato. Potevo farla finita da un momento all’altro».
Sul lato opposto, dove finiva il curvone d’asfalto, stava arrivando verso di me, a ritmo lento, una processione di persone vestite di un nero funesto. Erano più di 30, il capobanda aveva una benda rossa sugli occhi, io rimasi impalato, perplesso, a fissarli con la paura che mi stava lussando i ginocchi dal tremore.

Erano più di 30, il capobanda aveva una benda rossa sugli occhi, io rimasi impalato, perplesso, a fissarli con la paura che mi stava lussando i ginocchi dal tremore.

Sciolsi la cinghia della fondina, sganciai la pistola, e sparai al cielo per bloccare la folla. Incominciarono ad avanzare con collera. Feci fuoco su una donna che mi stava correndo incontro, a una gamba, poi all’altra, era indemoniata e voleva toccarmi lo stesso pur sapendo di non riuscire a farcela. La chiave non funzionò, non si aprì la macchina, il mio collega dormiva ancora nonostante la raffica di pugni che davo alla scocca. Qualcuno mi toccò, bloccò, disarmò con una forza inaudita, mi mise una mano sulla bocca, mi strappò il pantalone della divisa per torturarmi con una candela accesa. Il mio collega appena aprì gli occhi non riuscì a credere alla scena.

Il mio collega appena aprì gli occhi non riuscì a credere alla scena.

L’abitacolo ondeggiava come una nave ed io strillavo come una sirena. Presero anche lui, ci portarono dentro la casa abbandonata e in una stanza sotterranea ci obbligarono a mangiare un barattolo intero di marmellata fatta con la marijuana. Una forte psicosi e paranoia ci terrorizzò nella buia camera, una signora con dei vermi sul volto ci continuava a baciare, sentivo formicolare l’esofago, strisciare qualcosa nello stomaco, il mio collega alternava ogni effusione con un conato di vomito. L’uomo bendato, con un braccio amputato fino al gomito, richiamò l’attenzione del mostro. Ci disse che facevano parte di un antico popolo estinto nel 1988, e che i loro spiriti avevano trovato rifugio in quel lurido posto. Prese infine un laccio di cuoio e strangolò prima il mio compagno, poi me, l’ultima cosa che ricordo fu un sipario buio che calava sul grigio pavimento umido.
Si staccò la mia anima dal nudo corpo, conservava la divisa, il mio collega mi diceva: «Siamo diventati dei fantasmi!».
Uscimmo fuori dai sotterranei, oltrepassando i muri, passò un giorno, si fece di nuovo tardi e fuori avevano acceso i lampioni. La volante che parcheggiammo per il posto di blocco era sparita e sul vuoto stradone brillava la luna come un’indicazione per la centrale di polizia.

Foto di FragiliMemorie