#213

 

Quel tavolino che sorreggeva la catena di mani iniziò a vibrare suoni secchi, crepitanti. Il piano incominciava ad alzarsi insieme al volume di gemiti, singhiozzi e lamenti. Era giunto qualcuno: i suoi movimenti strisciavano contro gli indumenti delle persone astanti, rispondendo con versi alle loro domande; seguirono solo fallimenti perché esso non parlava nessuna lingua dei mortali presenti. Non poteva essere un animale perché il suo pianto era lo stesso degli esseri umani. Una donna di scatto lasciò la catena di mani scoppiando in lacrime sul suo giaciglio, soffiando sul gruppo un’aria gelata da ansia e scompiglio: Forse è mio figlio!, – un ululato irruppe il silenzio – non aveva neanche un anno quando mi colse un lampo di cieco delirio, piangeva troppo e l’ho ucciso. Un brivido scosse le ossa del pubblico e un piccolo volto bianco stava comparendo al suo fianco. Era un neonato dal viso sciolto e deformato. La madre aggiunse che gli aveva versato addosso la pentola dell’acqua che bolliva sul fuoco, poi durante il racconto, un uomo, di colpo, si è alzato e con una pistola le ha sparato in testa. La bianca figura del fantasma divenne una fiamma rossa e la seduta ormai finita si spostò in giardino per scavare una fossa.

Glitch-art di Giacomo Carmagnola
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Villa Capriglio

 

Mancava un’ora alle prime luci del mattino e dopo aver bevuto l’ultimo tè al pizza-kebab di Bibo, finivo il turno con il mio collega più giovane, Enrico. Riparcheggiammo la volante in Strada Traforo del Pino, per continuare il posto di blocco, questa volta però vicino ad un vecchio edificio derelitto, Villa Capriglio. Il mio collega si era appena addormentato, io fumavo fuori dall’auto.
«Mancano molti anni al pensionamento», pensavo, «e all’unica fortuna che ho: quella di essere armato». Potevo farla finita da un momento all’altro.
Sul lato opposto, dove finiva il curvone d’asfalto, stava arrivando verso di me, a ritmo lento, una processione di persone vestite di un nero funesto. Erano più di 30, il capobanda aveva una benda rossa sugli occhi, io rimasi impalato, perplesso, a fissarli con la paura che mi stava lussando i ginocchi dal tremore.

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