Poema pornografico d’amore (1 di 2)

A Roberto Bolaño

In quel risto-kebab di Torino, nel barocco pulito e decisamente piemontese di via Milano, è raro che l´omone olivastro molto simile a una coscia di pollo rivolga la parola a chicchessia: pare sempre immerso in un intenso dialogo con se stesso e il suo silenzio prende facilmente le sembianze di una profondità senza fondo. Le sue mani cicciotte – perfette per un gastronomo o un gastrologo –  e anche affusolate. Particolare combinazione di caratteri digitali che solo i kebabbari possono permettersi. Tutte queste osservazioni (tra cui, in ordine di probabilità: la musica pop orientale, alcune copie del Corano mal tradotte in libera consultazione, l’assenza triste per noi cattolici di alcolici) e molte altre ancora che gli acuti osservatori cui mi rivolgo probabilmente non mancheranno di notare.
Dopo aver di certo osservato – come noi tutti d’altronde – si sedettero e ordinarono.
I soggetti sono una ragazza e un ragazzo. Una commessa e l’altro articolista di un giornale locale. Non scrive male e ha simpatie di sinistra. Vengono spesso a mangiare qui, soprattutto il martedì sera, e vivono in un monolocale in Borgo Dora. Alcune di queste sere, ho avuto modo di incontrarli e di penetrare, grazie alle mie mirabili doti di narratore, il contenuto psichico e mnestico che le loro espressioni facciali mi rivelavano. C’è da aggiungere che ho talvolta origliato le loro discussioni, per lo più patinate e mai accalorate.
Io invece sono un uomo solo. Origlio le coppie nei risto-kebab e ci scrivo, essendo un giornalista a mia volta.

Capitolo numero uno

Una storia avvincente ed emozionante che narreremo a più voci. Irene è la commessa e ha un volto bellissimo. Mi sono innamorato di lei e questo è uno dei principali motivi per cui scrivo questa storia. Bellissima: non l’avrò mai. Irene è cresciuta in una famiglia molto cattolica – come la mia, quante coincidenze! – e ha sempre amato tantissimo suo padre, tanto da sognare spesso dei rapporti sessuali incestuosi. La mattina dopo si è sempre lavata nervosamente i genitali. Irene l’ha amato a tal punto che si è potuta trasferire a Torino dal barbaro meridione della progredita penisola italiana. Dopo la sua morte, i sogni erotico-incestuosi hanno subìto una sempre più severa censura, fino a prendere la forma di noiose discussioni sul compito di latino, attraverso una fase di soft-porno. Irene ha sempre odiato la madre. Quando il maschione morì di una morte orribile, non ha sopportato che sua madre vivesse ancora e si è imbarcata. Sui suoi zigomi alti e inverosimilmente sferici leggiamo la (mia) pulsione ero. Nei suoi occhi di spiaggia tirrenica una proiezione dei miei sogni su di lei. Sulle sue labbra, io amo la sabbia. Irene parla di sé con se stessa attraverso il mio filtro autorale.

Un bruciore che non brucia, un fiume che raddoppia la sete. E una sporcizia non pulibile. Irene sfrega con forza un fazzoletto sulla bocca. Sento dei precipitati non scrostabili nei miei polmoni, nel fegato, nel palato, nel cervello e nel cervelletto. Mi sento come il lavandino di un neandertal che vi riversa del vecchio olio esausto, che rimane a galla e non va a fondo. Ogni boccone non fa che aumentare il peso specifico del mio corpo e occupa il vuoto in natura. Occupa il mio vuoto per fare spazio a ulcere. Questa violenza del linguaggio-pensiero non è la compitezza dovuta e tutte queste parole. Pensando questo Irene fa vagare lo sguardo sul piatto, sulla forchetta e lo indirizza sul muro davanti al quale siede solitario un uomo. Mauro le parla di suo fratello con la solita vivacità narrativa, che è pessima e potrebbe solo allacciarmi le briglie. Avrei sempre amato essere un cavallo disegnato da Dalì.  Comunque, lei non può ascoltare, perché la assorda il gocciolio del lavandino della sua anima. Potrà anche fare finta e mantenere nella tensione appropriata i suoi muscoli facciali, ma difficilmente può evitare di sentire. Nel caos prodotto da gocciolio più rauca voce maschile si impazzisce! Come non lasciarsi attraversare da un fremito violento, sotto l’aspetto quantitativo e qualitativo? Quel fremito che si lascia sposare ugualmente dal fastidio e dall’odio. Reprimere subito l’odio! Inaccettabile la violenza. Io sto davvero impazzendo in questo posto orribile con questa persona orribile. Che io amo e ho sempre amato e amerò con tutta probabilità anche domani. Questa persona fantastica. Ma davvero intollerabile il brusio che produce in me, cassa di risonanza dell’ansia e dell’angoscia, questa voce che io amo terribilmente.

Una mano abbandona la forchetta nel piatto con i falafel e sguscia felina sotto il tavolo accarezzando la coscia attraverso i pantaloni striati.

Una mano abbandona la forchetta nel piatto con i falafel e sguscia felina sotto il tavolo accarezzando la coscia attraverso i pantaloni striati. Percorre i pochi centimetri che la separano dalla patta rigonfia in corrispondenza inequivocabile del pene e dei testicoli di Mauro e comincia il massaggio rituale. Oh! Lui comincia a parlare rottamente, a rottamare le sue frasi. A parlare più delicatamente e acutamente. Il suo naso bascula tra l’eccitazione e l’imbarazzo e una voglia matta di portarmi quanto prima sotto le cop… Io lo amo e l’ho sempre amato e voglio mattamente che mi sfondi. L’autore percepisce dallo sguardo felino e inumidito di Irene l’eccitazione vera o simulata e attua la scelta stilistica di trasporla in un linguaggio volgare. Poi, un disgusto che atterrisce. La mano viene bruscamente ritratta e torna alle sue mansioni gastronomiche. Lo stesso disgusto, identico, si ripropone da tempo. Da sempre. Dodici anni prima, nella classe della scuola media, l’ultimo banco. Brufoloso e con l’apparecchio, ma sicuro di sé. Perché è il figlio del padrone, un borghese di famiglia socialista. Scuola pubblica per ideologia. Sappiamo noi che certi borghesi amano trasgredire e questo dà loro un’ebbrezza orgastica. Amano l’umanità che viene loro conferita dall’utilizzo dei servizi pubblici, quando potrebbero usare i privati. La stessa oscenità e la lezione di scienze. La mano sporca di muco e sperma e saliva. Di grafite e inchiostro e bianchetto.
Forse esagero. Quella mano di preadolescente prese la mia e la mise sulla sua coscia. I miei occhi terrorizzati si fissarono sulla lavagna. Prese la mano, sollevandola dalla coscia e la mise più sopra. La lasciò lì per un minuto: una precauzione dovuta. La mise sulla sua patta e la lasciò lì per un altro minuto. Poi la strinse sul suo piccolissimo pene. Restò così per un minuto ancora, poi la portò sotto i pantaloni e le mutande. La vecchia non si accorse di nulla. Aperse la patta e guidò la mia mano masturbandosi. Lasciò che facessi io. Continuai. Venne dopo un minuto sotto il banco. Lo stesso disgusto. Cui ci si affeziona e lo si trasforma in amore. Lo stesso disgusto. Chissà dov’è finito quello stronzo?
“Amore, tutto ok?”.

In copertina, illustrazione di Dino Buzzati
Annunci

Published by

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...