Una nuova utopia

La tipica conversazione da colloquio di lavoro è – ahinoi – arcinota. Ci viene chiesto cosa sappiamo fare, di cosa ci occupiamo, quali siano le nostre naturali predisposizioni.
Per cominciare, si risponde che abbiamo collaborato con «varie riviste, può vederlo dal curriculum», poi azzardiamo la parola impronunciabile, quella che da noi equivale ad essere considerati nel migliore dei casi un senzatetto o nel peggiore una prostituta: «letterato». A questo punto si viene guardati come si guarda un alieno proveniente da un altro pianeta, uno strano animale disperso, una razza in via d’estinzione.

Letteratura oggi è sinonimo, infatti, di lavoro semi-clandestino, oscuro e per pochi adepti, fatto di pubblicazioni sporadiche su un numero di blog imprecisato, partecipazioni alla replica della replica del reading di tizio o di caio, rapporti frammentati in conventicole ed élites, che poi si riducono a delle cerchie di amici; e i poeti da social, i militanti da tastiera ‒ avranno mai una vita, degli amici, degli affetti? A volte ce lo chiediamo. Se la letteratura debba essere difesa solo da addetti ai lavori, da professori stinti e avviliti o da improvvisati. Eppure ci sarebbe molto altro.

Ci sono realtà che, nonostante la marginalità, vivono e scrivono; ci sono poeti – non soltanto poeti che trattano delle proprie delusioni amorose, ma poeti autentici – sotto la finestra di casa nostra, se li sappiamo vedere. Poeti che magari non pubblicano, per scelta o per circostanza; o narratori che sono alle prime armi, all’opera prima; scrittori che non si vedono, ma esistono.

La convinzione secondo cui occuparsi di arte equivalga a lavorare nel disinteresse generale, in un Paese che spende pochissimo nell’università e nella ricerca, è sempre dietro l’angolo. Consapevoli del rischio che corriamo, apriamo questo spazio. Ecco dunque Neutopia: uno spazio telematico, ma anche qualcosa di più.

Questo non è un blog, questo non è un diario, questo non è un social network: questo è un piano. Per coloro che vorranno farne parte, potrà servire ad abbattere alcune frontiere – tra le arti in primis, ma anche altrove – per tentare di riportare la letteratura a ciò che era in origine: uno slancio dell’immaginario.

Questo non è un blog, questo non è un diario, questo non è un social network: questo è un piano. Per coloro che vorranno farne parte, potrà servire ad abbattere alcune frontiere, per tentare di riportare la letteratura a ciò che era in origine: uno slancio dell’immaginario.

La letteratura non può rimanere una parola fluida tra un post di Facebook e un altro. Deve incarnarsi: e dunque ecco che è necessaria un’organizzazione che, attraverso il web, porti alla creazione di eventi, di letture, di incontri. Poesia, racconto, critica, fotografia e molto altro. Le arti non vivono separate tra loro: vivono insieme, l’una è il secondo volto dell’altra. L’incontro tra le arti, la loro mescolanza, è una possibilità per ritornare a quella materia viva che è alla base dell’opera – quando sei lì e raccogli le idee, prima della creazione, prima che diventi un racconto, un film, una poesia: è lì – nel «prima» – che tutte le possibilità sono racchiuse. Grande attenzione alle contaminazioni e alle sperimentazioni, dunque; e contemporaneamente un occhio volto a raccogliere e unire le esperienze di chi, ancora, crede che l’arte esista e sia viva.

L’incontro tra le arti, la loro mescolanza, è una possibilità per ritornare a quella materia viva che è alla base dell’opera.

È un’utopia? Forse. Ma questo non ci spaventa. «L’utopia è come l’orizzonte», scriveva Galeano: si allontana sempre, ma tentare di raggiungerlo permette di continuare a camminare.

Mettiamoci in viaggio.

Illustrazione di Gipi
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9 thoughts on “Una nuova utopia

  1. Oppalà, come mi piace questa cosa! Secondo me ad ammazzare l’arte in Italia è proprio la convinzione di essere dei derelitti incompresi, che ci spinge a scrivere cose generalmente incomprensibili. Sto pensando che serva farsi coraggio e rimboccarsi le maniche, e non pensare sempre che tanto vende solo Fabio Volo.
    Vi seguo, sono dalla vostra!

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  2. Fondamentalmente non riesco ad accettare la logica da “colloquio di lavoro” per chi scrive e non sia esclusivamente un giornalista; io mi sentirei basito davanti a domande come quelle citate qui. La definizione letterato mi pare tutta da analizzare perchè non è detto che chi scrive sia un letterato e vicevrsa che un letterato sia uno scrittore. La scrittura prevede un quid in più…l’ho scritto io ebbene sì e spesso si palesa in modo positivo solo post mortem: la storia letteraria è piena di esempi simili.
    La rte dalla quale volete-vogliamo fuggire non ci permette più di viverci e produrre con serenità al suo interno per il semplice fatto che sui blog c’è l’interloquio, il contatto in tempo reale e ciò nuoce a mio parere alla scrittura. Le uniche cose decenti che io ho scritto le ho scritte in solitudine, poi , messe sul palcoscenico, si sono lentamente deteriorate tra un commento a sproposito e un equivoco non necessario; qualcosa di discreto è venuto fuori devo ammetterlo anche nel rapporto con l’esterno ma è stato indissolubilmente marchiato dal tono delle polemiche.
    Sul resto, sulla mescolanza tra le arti ( l’ipertesto dei blog ne è un esempio perfetto), sull’utopia di una letteratura svincolata dalla routine e dalle ideologia, sul momento magico in cui puoi dire di ciò che hai messo nero su bianco- Sì è così, mi rappresenta, mi comunicherà- concordo pienamente.
    L’acquerello dell’intestazione è una delizia.

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    1. Noi pensiamo che le polemiche facciano crescere, caro Vincenzo, e partiamo dall’assunto che l’arte non sia solitudine (con buona pace di Nietzsche). Come ha scritto Gabriele, è nel ‘prima’ nel quale le idee prendono forma che avvengono le contaminazioni migliori. Allo stesso tempo, però, ci interessa anche la loro rappresentazione nel mondo reale. Questa è la nostra aspirazione, altrimenti non si può discernere tra puro elitarismo ed insignificanza. Un saluto.

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      1. Non mi sembra di essere entrato in polemica Davide, ho espresso solo un parere diverso, in alcuni punti, rispetto alla teoria gioiosa e produttiva ( lo riconosco) qui enunciata. Quanto alla solitudine che dirti, questione di idee ma ho visto spesso l’insignificanza travestita da un elitarismo che viveva in ben definiti circoli chiusi. Io non ne sarei capace. Un saluto anche da me

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      2. La nostra ricostruzione è tutt’altro che “gioiosa”, anzi, sappiamo che andiamo a scontrarci con un vuoto che a volte è totalizzante: per questo, realisticamente, abbiamo scelto di chiamare il blog Neutopia. Se ci uniamo è proprio per superare la solitudine, se scriviamo è (anche) per combattere la rassegnazione. Buona serata.

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      3. Davide cerca di capire, ci son cose che chi scrive da decenni in assoluta solitudine non riesce a superare ma credo che la vostyra idea sia buona. Non ho alcuna intenzione di immiserirla credimi. Ciao

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