I Disconnessi | Massimo Pisatti
Erano arrivati al confine del mondo connesso. Da lì in avanti si stendeva il deprimente mondo di quelli che non la pensavano come loro, gli ultimi ribelli.
Erano arrivati al confine del mondo connesso. Da lì in avanti si stendeva il deprimente mondo di quelli che non la pensavano come loro, gli ultimi ribelli.
All’epoca abitavo nella periferia nordest di Torino, lei faceva la cameriera in un ristorante di tacos lì attorno, il Tacos Royal – un classico cesso gastronomico da periferia metropolitana. Aveva seguito l’iter di tutti i ristoranti o generici luoghi di ristoro del quartiere: appena aperto era tutto pulito e all’apparenza sofisticato – una macchia verde smeraldo e oro in mezzo al grigio – e le mogie ma fiere famigliole dei paraggi avevano preso ad andarci.
Osservo la mascella definita della Me Virtuale, delineata e squadrata come i lati di uno smartphone. Forse lei sarebbe capace di riconquistare Elia. Ha sempre qualcosa di interessante entusiasmante esaltante da mostrare sotto la luce giusta di un book café o della golden hour, mentre io sono una massa informe sbiadita, un eccesso sbrodolante di culotte de cheval e ore sprecate a lasciar marcire il cervello tra lenzuola stantie.
C’è aria di epidemia, in giro, e solo gli alberi parlano. Lo fanno attraverso le foglie, le loro lingue che si muovono nel fiato di una giornata grigia, grigia come immagino appaia la mia faccia, con la barba ispida e le occhiaie figlie di qualche notte passata a pensare ad Aldo.
Il mare si era ritirato e non si sapeva dove. Forse in un buco laggiù, al largo. E da lì se ne era sceso nelle viscere della Terra, sparendo come l’acqua nello scarico di un lavandino. Tutte le anime viventi di C. aspettavano il suo ritorno ormai da giorni, ripetendo tra le labbra che era una disgrazia di proporzioni gigantesche e che inginocchiarsi davanti a qualche candela, con le mani giunte, stavolta sarebbe stato inutile. Nessuno lo aveva mai detto ad alta voce, ma il mare a C. contava più del tizio messo in croce.