Karōshi | Retina

Per un io lirico esprimere la propria esperienza (spesso, la propria pena), equivale a rappresentarsi, nell’arena di una poesia, come detentore di un dolore unico e speciale, così tanto da crederlo utile ai propri simili. In questo l’io lirico confessa, accusa e sfoga, e bellissimo e pieno di pathos ricade nell’egopatia che l’aveva condotto a quella coraggiosissima e un po’ autoritaria parola io. Può succedere però anche il contrario: che un io lirico più coraggioso e sincero tenti di donarsi al testo con l’umiltà di scomparire in esso, di affiorare e affondare ancora come la verità che cerca. E allora diventa una scena, qui particolare, privata, sconosciuta se non alle retine degli occhi interni, una scena forse archiviata nelle viscere da generazioni da cui emerge un nome impronunciabile o pronunciabile solo nel silenzio. E in quel silenzio si ritrova una concreta e materica vecchia sarta che con gesto creativo e liturgico prova a recuperarsi, a non disperdersi nel caos che la chiama, a vivere ancora nella tremenda violenza di un nome indicibile, di un’origine perduta per sempre, poiché mai avuta. Ogni occhio che passa passa e non comprende, interpreta quelle stoffe come mostra d’orgoglio identica alla propria superbia e non vuol vedere. Che le stoffe che lei tesse senza pace sono ciò che l’essere umano non ha mai smesso di fare: tentare di riprodurre nella materia, con la materia, l’angoscia di non aversi.


(Lorenzo Lombardo)

Retina

Dal vetro, verso l’interno:
ossatura perlacea di plastica
un manichino mantiene la posa,
la faccia vuota estatica – premuta
in un grande cappello. Agli altri
identico, occupa il margine
estremo del pavimento.

Su di esso scende copiosa
una luce azzurrognola – aspersione,
battesimo celere: chi passa alimenta
la doccia elastica, il nodo
lento; la morsa; le braccia
lunghe d’inverno.

Dietro:

retrobottega.
Una vecchia che mastica
quel ronzio caldo e sudato
sul tavolo;
s’agita, ferma, in un punto:
lo segna precisa, assetata
del prossimo; in scia
pulitissima alterna
allo spazio il suo rovescio:
sistema binario,
vita – decesso – vita – decesso.

Una voce nasale introduce i clienti.
Si fanno avanti, specchiano
gli occhi sulle pareti.
I passi vanno e vengono
i posti sempre occupati:
così il pubblico fronteggia
i retroscena.

Retrobottega.
La sarta non si dà pena
dei suoi burattini; la irrita
l’esposizione violenta
degli arti: gli zigomi alti,
gli occhiali pigiati, lei vuole
soltanto la stoffa distesa: pianura
inaudita, retina orizzontale
a fiaccarle le dita, la superficie
ultima; una terra
da consolare.
Ripete sempre
quel salto dal piede
alla sedia: sventola
un nome, bianco,
le lettere chiuse
sotto qualche strato.

Nella mano che sale,
che scende, che cerca,
qualche volta il nome
si dimena; non emerge.

Allora sbaglia,
riproduce lo strappo.

Rattoppa. Ricuce.

Un tratto – uno spazio – un
tratto – uno spazio – mare
aperto – un tratto – uno strazio –

Dov’ero rimasta?

Solleva lo sguardo.

Vede soltanto una fronte piana,
distesa, e una barca fiaccata:
come lingua strana,
in mezzo alle labbra
di plastica.

Dov’ero rimasta?

Mastica e chiama.

Un nome che sale,
che scende, che cerca.
Si dimena; non emerge.
Si dimena non emerge
dalla tela.

Dov’ero rim–astica e chiama.

Si nasce si cresce ci si assottiglia.

Mi somiglia sempre.

Si chiama:

Karōshi – Retina – Regia di Bonifacio del Dubbio, riprese di Marco Bavarino

Karōshi (過労死), è un progetto spoken word music nato dall’unione della musica elettronica di SOFIA_ con i testi di Elena Cappai Bonanni. Nel 2022 è risultato vincitore al Premio Roberto Sanesi di poesia in musica. Il loro primo album, dal titolo omonimo, è in uscita per ENF/RBN a marzo 2023.

Testo e voce Elena Cappai Bonanni
Musica SOFIA_
PRODUZIONE ENF/rbn, 2022

Nessuna maschera dietro le mani | Un’intervista a Somma Zero

Somma Zero, all’epoca Simone Tencaioli, scrive e produce i suoi progetti ed è stato vincitore della seconda edizione del Premio Sanesi, avventura che gli ha consentito di intraprendere il viaggio di scrittura di Peek-a-boo!, il suo nuovo progetto, che sta per uscire per Radiobluenote Records e che vede alle produzioni il fondatore del collettivo torinese, Davide Bava. In occasione di questa nuova uscita, anticipata qualche mese fa dal singolo X, abbiamo deciso di contattare Somma Zero per ascoltare assieme il nuovo album e chiedergli come lo sviluppo dell’opera abbia preso forma.

Ciao Simone, benvenuto. Cominciamo dalla fine: il tuo nuovo lavoro, Peek-a-boo!, è un concept album a tinte cangianti, assieme fosche e energiche, lunare e solare. In questa terra di mezzo, intrecciati nei testi, si alternano immagini di un tempo statico, circolare, a cui ogni ribellione viene ricondotta come altra strada per la stasi, e invece la ricerca continua e speranzosa di una chiave di apertura del loop, in cerca di un nuovo inizio, e il tutto confluisce nella frase con cui il disco termina, “l’alfa è solo un simbolo spezzato d’infinito”. Come vivi, in questi testi, i due temi del tempo e della speranza?

Ciao Isidoro, cominciamo da una fine che in realtà è un inizio. Il verso a cui fai riferimento l’ho scritto più di dieci anni fa. Andare a pescare così lontano nel tempo è un modo per manifestare al contempo ciclicità ed evoluzione. All’evoluzione si collega la speranza, ciò che mi ha spinto a buttarmi in questo progetto. Immaginare e creare a parole una realtà migliore, sia esterna che interna, è il primo passo per stare meglio.

All’interno del tuo rapporto con la scrittura sul suono si è sempre di più incontrato un lavoro metrico cesellato e intenso, che qui in Peek-a-boo! libera soluzioni molto differenti tra loro, seguendo lo svilupparsi del racconto interno all’album. Come è cresciuta, per te, la tua scrittura, con questo ultimo disco, considerando che per la prima volta ti sei trovato a confrontarti con delle produzioni non tue?

È stato un esercizio interessante. Nei miei lavori precedenti testo e base crescevano su linee quasi parallele. Qui mi sono trovato a confrontarmi con una struttura preesistente, sulle prime è stato molto difficile. C’è stata una svolta quando ho capito che il testo non doveva a tutti i costi seguire rigidamente questa matrice, ma poteva farsi a sua volta schema. È come se avessi composto una seconda strumentale fatta di parole che si integra alle musiche di Davide.

L’esperienza della traccia Sproloquio, dalle sonorità che evadono molto da quelle in cui il resto del disco è ammantato, porta in scena il tema della maschera, indossata (per poi liberarsene) dal protagonista del disco sia come tramite per liberare altre parti di sé che per ottenere, tramite un’attitudine diversa, qualcosa a cui altrimenti non avrebbe accesso. Non posso non pensare al tuo agire sotto pseudonimo, quindi ti chiedo: percependo qualcosa di estremamente intimo nelle tue produzioni, quali sono i gradi di separazione tra Somma Zero e Simone?

In questo caso lo pseudonimo non crea dal nulla un’altra identità. Ha una funzione simile al titolo che si dà a un’opera: conferisce una direzione all’agire e fa da prima chiave di lettura per ciò che viene prodotto. Non è tanto una questione di gradi di separazione, quanto di gradi di intensità. Più che di maschera parlerei di trucco scenico, non nasconde i lineamenti ma ne rinforza o mitiga l’aspetto. Trovo che le operazioni artistiche che antepongono il personaggio alla persona siano dannatamente noiose.

La scelta di un racconto, nel concept, che oscilla tra una voce interna che racconta il proprio stare e una voce esterna ma partecipante che si estende al generale e sembra parlare sia al protagonista che all’ascoltatore come se avesse già attraversato queste tematiche, si accomoda bene alla piegatura temporale che l’album descrive. Ma, all’esterno, da artista che ha prodotto l’opera, a chi diresti che questo intero disco sia riferito? A chi parla?

Voglio che passi un messaggio di positività. Credo che la musica debba avere un ruolo di supporto sia a livello personale che sociale. Personalmente questo progetto mi aiuta tantissimo nel quotidiano, non so come potevo farne a meno sino a qualche anno fa. I dialoghi che si possono intravedere nei testi sono un collage di pensieri rimasti tali, frasi dette o sentite dire, rimpianti, fantasticherie e speranze. Mi piace mescolare le carte e far scomparire mittente e destinatario. Qui arriviamo al livello della ricezione esterna. Non c’è un ascoltatore designato. Parlo a chiunque faccia bene sentirsi dire determinate cose.

Questa è la tua prima uscita dopo il Premio Sanesi, anticipata qualche mese dal singolo X che ha segnato il tuo ingresso in Radiobluenote Records, per la quale Peek-a-boo! uscirà e che vede alle produzioni il sopracitato Davide Bava e al microfono, in un featuring, Brownie, due membri del collettivo con i quali hai già partecipato ad alcuni live. Quali saranno le direzioni che prenderanno i tuoi lavori, nel futuro? Hai qualche desiderio specifico?

Ho una memoria digitale strapiena di progetti da ultimare. Credo di avere già a disposizione il materiale per la prossima uscita, solo non ne sono ancora pienamente consapevole. Poi in questi mesi ho incontrato un sacco di artisti validissimi. Mi piacerebbe mettermi alla prova con un’esperienza diametralmente opposta a Peek. Lasciare per una volta la scrittura e produrre un disco dove far convivere più artisti e generi differenti.

NEMESI

è
come se non ci capissimo più
io sempre più saldo [fermo]
nella mia convinzione
sempre più stanco [cerco]
di avere ragione
sull’incertezza [il fine]

della mia condizione

mi guardo intorno e trovo solo torvi attori
[sorridi o muori]
chi mi parlava del futuro ora mi tiene fuori
[fatti tuoi]

eppure questo cuore mio non sa attutire i tonfi e i contraccolpi

niente più davvero [sclero] mi tiene a freno [fremo]
ho da riscattare un debito [spero] di fremiti non spesi [tremo]
senza assenso o pentimento
tento di aver la meglio
su un inverno parassita
che si insinua, si attorciglia
avvizzisce meraviglia
in tralci e viticci
di intralci e capricci
non cerco lusso
il mio agio è tra meticci e meretrici

è vero spesso opporre i sogni al nulla porta incomprensioni
fisso l’orizzonte è limpido, si sta avverando
la promessa scritta a mano con il sangue caldo
due figure si contendono in un limbo metafisico [granitico]
un diritto che il mito relegava al destino
ho capito
che il mondo è il punto di arrivo
per uno spirito che taglia i fili
al suo burattino

Testo e voce Somma Zero
Produzione e musica Davide Bava
Illustrazione di Eleonora Ballarè
RADIOBLUENOTE RECORDS © 2022

Un’evasione sofferta | Disco per l’estate di Luca Atzori e SOFIA_

Decisamente meno consolante di quanto il titolo possa lasciare intuire, Disco per l’estate (Radiobluenote Records, 2022) è il nuovo progetto discografico di Luca Atzori che, dopo il progetto Almagesto, pubblicato sempre per Radiobluenote con le sonorizzazioni di Alessio Cannarozzo, decide di affidarsi a un altro membro della scuderia dell’etichetta torinese, SOFIA_, monicker di Sofia Spampinato, giovane catanese trapiantata a Torino. Dopo i due suoi singoli usciti la scorsa estate, nei quali SOFIA_ si era spostata dal computer al microfono, affidando le produzioni alle sapienti mani di Davide Bava, qui ritorna a un lavoro più simile a quello del suo EP di debutto, Cornici, nel quale le sue produzioni ospitano contributi di altri artisti, e solo in un caso compare la sua voce, qui presente solo a sostegno della strumentale o in alcune doppie. Parallelamente, anche per Atzori si osserva un processo simile: dopo un album come Almagesto, in cui la ricerca era votata esclusivamente alla potenza immaginifica del suono, raggiungendo il suo parossismo nella monumentale traccia di chiusura, Epiciclo, qui si ha un ritorno alla parola e al suo significato che richiama più il suo Iperrealismo Magico, album del 2020 realizzato in collaborazione con la contrabbassista Veronica Perego e gli studi torinesi BNDCKS. Riprendendo e sviluppando questi approcci che hanno già reso loro successo, Disco per l’estate è un joint-album veloce ma dal peso specifico notevole, nel quale entrambe le personalità artistiche mantengono la loro natura convergendo su un obiettivo specifico.

Già entrando nella prima traccia, Bonifacio, si percepisce infatti quell’atmosfera sottesa di angoscia che, emergendo in maniera più o meno chiara in ogni traccia, sia nell’impiantito sonoro di SOFIA_ che nei testi e nell’interpretazione di Atzori, accompagnerà l’ascoltatore lungo tutto un disco che si svela pian piano come una serie di tentativi più o meno falliti di evasione, che in alcuni casi sfociano direttamente l’uno nell’altro. Se il racconto della prima traccia, infatti, parla del desiderio solitario di spostarsi in altro luogo per sfuggire alle tensioni, la drum-and-bossanova Deltaplani racconta invece la fuga anestetizzante in un amore inconcludente e distratto che prova a canticchiare di sè senza tenere di conto le immagini minacciose che contiene dentro, tra cui il micidiale “silenzio a sonagli” che chiude il ritornello dell’unica traccia che, ad un ascolto meno attento, potrebbe non comunicare questa tensione dominante nell’opera. Le tre tracce successive, infatti, disvelano pian piano il malessere in maniera sempre più chiara: si parte dalla violenza delle immagini e dei segni in Clitennestra, in cui la figura femminile, idealizzata, esce dal mito e disvela tutta la sua pervasività allargandosi, raccontando coi termini di Eco nel suo Trattato di semiotica il percorso di un osservatore verso la sua ossessione (con un possibile richiamo anche al mondo della pornografia online, dall’ambivalenza del termine “finestra”, sia elemento architettonico che scheda del browser), passando poi per Les chansons de geste, che di questi segni ne denuncia sia l’ammorbante sovrabbondanza che confonde, sia l’opportunismo di chi li sfrutta per manipolare la percezione altrui della realtà, dal marketing alle fake news, per poi giungere a Torino di merda, in cui quest’ansia da soffocamento, stordita dal coro di segnali, esplode in un’invettiva che spalma questa tensione su tutte le pareti della città dove sia Atzori che SOFIA_ vivono da anni, fino a fare emergere nel fiume di parole i primi segnali (“Torino unica/quando scopri che è il mondo/una merda”) di quello che poi emergerà nella traccia seguente, in cui la voce di Luca si rifugia più indietro nel panorama sonoro per restituire le doppie e gli echi delle parole di Tito Sherpa, altro ospite ben conosciuto in casa Radiobluenote. Ne Il sintomo, ultima traccia in cui la parola compare (e non più quella di Luca, che prima di dissolversi dietro Sherpa si perde in un grammelot drill-trap ad inizio del pezzo), Tito traccia il ritratto di un personaggio che, nella confusione, realizza che quella pace di evasione tanto ricercata non può trovarsi, e che la vera fonte della tensione è che “sono io il Diavolo/che vede il Diavolo/su facce umane”. Dopo il disgregato termine della traccia, il disco si conclude con La guerra degli hippies, una traccia estremamente lo-fi, chitarra e voce, che riprende la melodia di Deltaplani svuotandola del testo.

Se uno dei fulcri centrali di questa narrazione è la varietà, la potenza, la pervasività e il fittissimo mutarsi degli stimoli di cui i personaggi di queste storie sono circondati, il lavoro sul suono e sull’interpretazione del duo si muove perfettamente lungo questo asse, con l’approccio già multiforme, cesellato e intragenere di SOFIA_ che in questo progetto sfodera una notevole quantità di approcci alla produzione fusi in un flusso unico nel quale tra mantra, casse Rotterdam, campionamenti da James Joyce (che apre Il sintomo con un pezzo da Annalivia Plurabelle, da Finnegans Wake), utilizzi non convenzionali della voce, piattini trap, synth roboanti ed un attento editing vocale su di Luca, l’interpretazione di Atzori si appoggia perfettamente, passando a sua volta da più e più terreni vocali, tra il canto, la cantilena, lo scream, il recitato lirico e quello grottesco, in perfetta coerenza non solo col tema ma anche coi testi che, se osservati, rivelano quanto lavoro ci sia stato nel fondere al meglio tutti questi stimoli, non aggrappandocisi pedissequamente ma concedendosi il lusso di modificare, di elidere, di ripetere – lavoro che già si è riscontrato negli scorsi lavori di Luca, peraltro, i cui testi sono tratti da libri editi e quindi utili per un confronto tra la pagina e l’ascolto. Questo percorso con finale aperto attraverso la caoticità sovrastimolante e violenta, generatrice di tensione, non poteva che prendere una forma sonora di questa natura, e SOFIA_ e Atzori in questo hanno colto nel segno.

BONIFACIO 

sono ai piedi delle bocche di Bonifacio 
lontano dall’industria e dall’entusiasmo 
cosa faccio 
vieni con me 
porta il dolore 
nella foresta 
c’è una festa dove si fa tutti l’amore 

tutto comincia con 
l’incompetenza 
la maggioranza è passiva 
appesa sul balcone 
ed io che sono un sasso 
come tale consuono 
appaio come un fiore   
l’odore non scompare 
la chiesa e il sesso 
paragonato alla passione 
per favore  
il suo nome è l’ossessione 
lo sento sul torace 
vado via apro la porta 
ci sono sogni che hanno mura così profonde 
si ti otturano 

lei ti insegue senza radici 
e più tu scappi più ti illudi che le puoi estirpare 
ma il regalo negli opifici del mio amore 
svegliarsi pieni di rancore 
così antico e così dolce 
fissato con la calce 
di angosce assolte 
bigonce rotte sulla testa del tuo aggressore 

sono ai piedi delle bocche di Bonifacio
lontano dall’industria e dall’entusiasmo
cosa faccio
vieni con me
porta il dolore
nella foresta
c’è una festa dove si fa tutti l’amore 

Saint Paul ou le colosses 
au pied de l’argile
 
ville de pietrobugno 
ed ecco il dito

Disco per l’estate
radiobluenote records, 2022
testo e voce di luca atzori
produzione e voce di sofia_
Copertina di Eleonora Ballarè

Consolatio | Un mistero che sonnecchia sotto le coperte del quotidiano

Dopo quasi un anno di distanza dal suo scorso progetto, Fiori per una Visita, e dopo una densa annata di lavori in casa Radiobluenote che lo ha visto coinvolto nei progetti di tutta l’etichetta, l’arrivo di Consolatio di Davide Bava, EP di poco meno di dieci minuti, restituisce una nuova evoluzione del sapore facilmente riconoscibile della sua penna. Il racconto mantiene le sue coordinate intime, urbane, con un mistero che sonnecchia sotto le coperte del quotidiano, ma le coordinate vengono interpolate con quelle del pianeta Trap – non solo musicalmente parlando (le produzioni di Consolatio sono a cura di Bava stesso) ma anche e soprattutto come generatore di immaginario.

Non è uno studio di stile, non è una scopiazzatura: l’approccio alle metriche e alle doppie, alle ripetizioni che mutano di particolare in particolare, alla perdita di sfumatura e definizione del linguaggio (“ho una cosa in tasca e non la uso”, forse il verso più trap, compare già nel primo brano), all’abbraccio di strumentali sia cupe che saltellanti, al contempo lente e veloci, è di taglio personale e trova nel suo rimaneggiamento il senso. 

Se FXUV emerge infatti da una casa vissuta da un loop di immagini che si affastellano, feriscono e non risolvono, come un groppo in pancia in camera da letto mentre si vorrebbe dormire, la telecamera casalinga di Consolatio è facilmente immaginabile (come anche accenna Alfonso Maria Petrosino nella sua presentazione al progetto di Bava) nel bagno, in un lungo bagno di acqua calda dove riflessioni personali, ricordi, dolori e tensioni si rilassano, sfocano lasciando alla figura piena più potere dei dettagli, mostrandosi più interi e meno capaci di far male. Un rituale consolatorio che prende le forme di gatta antropomorfa nella copertina di Eleonora Ballarè: la musa è fumetto bidimensionale, è vestita di pelo, con sguardo malinconico, col capello tagliato corto. E forse è nel suo semplificarsi di linea, radice di fumetto tanto contrapposta a quei dettagli nella copertina di FXUV che raccontano il vero significato dell’immagine, che la realtà riesce a liberarsi dal peso per raggiungere un canto se non gioioso almeno liberatorio, se non possibile almeno immaginato, come in quella Piove Alcol agrodolce che sembra raggiungere l’orecchio dell’ascoltatore al momento giusto, in chiave catartica, facendo della cantilena strumento liberatorio. Si può vederla diversa, si può vederla leggera anche senza snaturare le cose, sembra dire. 

Fotografia di Paolo Alù


La chiusura in minore, registica, di Consolatio, è invece affidata alle parole di Ivan Fassio, penna alla quale Davide è sempre stato molto legato, in un brano che sonorizza un testo di Ivan il cui incipit fu già utilizzato da Bava nella strumentale da lui prodotta per il Lirika Contest di Radiobluenote. L’abbraccio della strumentale è rispettoso, vivo e caldo: dopo una lunga introduzione la voce del poeta compare da lontano, per poi pian piano tuffarsi sempre più nelle parole e prendere lo spazio necessario, mentre la traccia pian piano scompare per lasciare alle ultime parole il termine, in silenzio, con un fruscio di ambiente che ancora per un attimo rimane sospeso. Come qualcosa che ancora c’è, ma ferisce meno. 

Isidoro Concas

CASSAFORTE


Una dura chiave
apre l’intimo
bellezze ritoccate regrediscono
allo stato attuale
la lingua si fa spirale,
coda di maiale

Così ti piace (sì)
Così può andare

Rimaniamo indecifrabili
in alcuni casi, sì
poesia che trapassa
ogni parte della psicanalisi
indossare
e domandare

Così ti piace (sì)
Così può andare

Riposando sull’isola dei gatti
viviamo attimi 
di un’epoca prescientifica
gli altri sono solo
una notifica sul cellulare
la vediamo lampeggiare

Così ti piace (sì)
Così può andare

Non dimentico (no)
combinazioni  e particolari
i ladri invecchiano
diventano antiquari
da soddisfare

Così ti piace (sì)
Così fa male

Consolatio radiobluenote records (2021)
voce, testo e produzione davide bava
copertina eleonora ballarè

Fiori per una visita | Un segreto sottopelle

Se già in Poesie per la Dora e nel successivo Voyeurismo la presenza della metrica e della struttura all’interno dei suoi testi cominciavano a seguire strade più musicali e meno strettamente narrative, in quest’ultimo progetto appare chiara la varietà strutturale con cui Davide Bava ha voluto scandire le tappe della sua narrazione, non solo come autore ma anche, sempre più, come regista.

Fiori per una visita è un concept album, prima opera di Davide Bava al di fuori di Radiobluenote – per quanto sia sempre sotto Radiobluenote Records che si è autoprodotto l’intero progetto. L’album porta in seno una traccia fondamentale dall’ultimo lavoro collettivo dell’etichetta, Voyeurismo, nato dalla quarantena e volutamente costruito attorno ad essa: il segreto, dichiarato come necessario alla poesia, che viene citato nell’introduzione. Figlio di questo sentore, Fiori per una visita è un concept album mascherato, in cui il legame tra le tracce va oltre l’autorialità di Bava e si riunisce in una storia, in un oggetto unico del quale restano solo frammenti: proprio come vengono presentate dal loro autore le sezioni di Teatro Decomposto di Matei Visniec, oggetti vivi a sé stanti, i brani di Fiori per una visita si riferiscono a qualcos’altro, ad un ambiente unico. Un segreto, che qui non sveleremo.

Il disco comincia con due tracce strumentali, eccettuato un breve testo in coreano, quasi un richiamo dei multiculturali skit del progetto Radiobluenote, che suonano come dichiarazione di una volontà artistica che sempre più visibilmente negli ultimi progetti si è estesa dalla poesia per occuparsi anche della produzione, e infatti sarà la componente musicale che fungerà da maggiore collante per l’intera esperienza d’ascolto. Da un lato, è la varietà polimorfa dei pezzi che sale evidente agli occhi, sia per quanto riguarda i generi messi in gioco (da echi di cantautorato al chopped-and-screwed Bava elabora una soluzione originale di trip-hop, toccando perfino, in singoli pezzi, un’oscurissima trap o delle registrazioni di riti sciamanici) sia per le diverse penne che collaborano alla narrazione, da Brownie e Tito Sherpa, già collaudati in casa Radiobluenote, così come l’attrice Loredana Iannizzi, fino ad un prezioso contributo di Ivan Fassio, uno dei più grandi nomi dell’underground artistico torinese scomparso poco tempo fa. D’altra parte, però, questa multiformità non impedisce all’album di mantenere una unità d’atmosfera ben precisa, notturna come le immagini del progetto fotografico di Paolo Alù, che accompagna l’ascoltatore traccia dopo traccia. Questa sensazione, quasi più fisica che concettuale, è la prima chiave per leggere la sottintesa unità tra brano e brano.

Gli scenari prendono forma di quadro in quadro, e si osserva quanto il sopracitato elemento musicale in Bava abbia a sua volta influenzato la sua penna: se già in Poesie per la Dora e nel successivo Voyeurismo la presenza della metrica e della struttura all’interno dei suoi testi cominciavano a seguire strade più musicali e meno strettamente narrative, in quest’ultimo progetto appare chiara la varietà strutturale con cui l’autore ha voluto scandire le tappe della sua narrazione, non solo come autore ma anche, sempre più, come regista. Sul contraltare narrativo, l’elemento del segreto: “La bellezza è il più grande timore dei segreti”, conclude Davide Bava, dichiarando il difficile equilibrio che ha cercato di regalare alla sua opera, un racconto senza disvelamento, una bellezza che cela, come dei fiori regalati, un significato.

Un altro passo importante nella direzione registica è Abbiamo un’ora, uno dei due brani affidati alla voce di Brownie, in quest’opera quasi una voce narrante esterna in chiusura delle due metà dell’album. Di tutti i progetti Radiobluenote, questo è l’unico caso in cui Bava abbia scritto per un altro interprete. Fiori per una Visita è così l’arrivo di un processo lunghissimo di lavoro sull’autorialità, che promette ancora larghe evoluzioni. La scrittura strettamente intima dei lavori di Bava si lega sempre di più a processi di vita ampi, a quelle evoluzioni di crescita che Gilles Cheney, nella sua presentazione dell’album, lega indissolubilmente agli interventi esterni che si abbattono e modificano un’esistenza, ma che vengono elaborati negli attimi, giorni, mesi successivi all’impatto, prima della reazione, in quello stato sospeso che viene riassunto perfettamente nell’aforisma contenuto in Anticamera, ripetuto ipnoticamente: “l’occulto è solo un viaggio in ambulanza”.

(Isidoro Concas)

sə.kʁɛ

Le chaman met directement et explicitement en cause 
l’état pathologique et son siège: nous dirions 
volentiers que le chant constitue une manipulation 
psychologique de l’organe malade, et que c’est 
de cette manipulation que la guérison est attendue.

Il nostro segreto è una montagna di neve in cortile.
Tu mi chiedi – Quanto dolore dovremo ancora subire?
– Da questo momento anche il tempo ci vuole punire.
Conteremo le ore che mancano alla luce del sole.

Possiamo uscire insieme e fare un giro per le strade,
ogni cortile ha il suo cumulo di neve.

Questa notte non ci sono finestre con luci accese
ma solamente un freddo stare bene.

L’alba è, ogni volta, uno spettacolo affascinante.
Mi riporta alla mente le piante accanto alla finestra,
le sveglie, la tua nuca scoperta dalla mia testa.
Eppure vedi, la bellezza è il più grande timore dei segreti.

La cure consisterait donc à rendre pensable une situation
donnée d’abord en termes affectifs et acceptables
pour l’esprit des douleurs que le corps se refuse à tolérer.

Voce, musica e testo di Davide Bava
Cover di Eleonora Ballarè
Fotografie di Paolo Alù