La forma del tempo

Quando Enrico Andrade ed Ernesto Levi avevano perso la metà dei pezzi a testa, attaccò a suonare un sax. La calca degli scommettitori aumentò, anche se in pochi azzardavano pronostici sull’esito della partita.

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– Sono quindici vittorie a testa, Erni. La prossima è la bella.
Terminato il Simposio degli Ufologi Italiani, Enrico Andrade ed Ernesto Levi avevano prolungato le loro sfide a scacchi all’Hotel Fiume per tredici giorni. Come se il calendario non fosse più composto di giornate, ma caselle bianche e nere da occupare. Come se nelle vene di quelle giornate non scorressero più le ore e i minuti.
Lo spazio imponeva la sua misura, il tempo aveva perso la sua forma.
– Giochiamo ora?
– Conosco un posto qua a Genova. Si gioca su scommessa. Tutto organizzato da un amico che conosco da anni. Sostiene sua moglie sia un marziano.
– Un Grigio?
– Sei il solito credulone, Erni. È solo la moglie a essere inquietante.
All’1.03 della notte, la Tv del bar dell’hotel, una Telefunken con il tubo catodico, trasmetteva senza volume un incontro di boxe: al primo round i pugili si studiano, clinch, qualche montante, non sembrano voler mantenere la distanza. Al secondo round sono più sciolti sulle braccia. Una combinazione a segno del pugile alto. L’altro rimane con un taglio al sopracciglio sinistro. L’arbitro controlla la ferita: è accidentale, si continua. Poi jab, ancora. Al minuto 1,27 secondi del terzo round il pugile con i calzoncini neri prima abbraccia, e quindi morde l’orecchio destro dell’avversario. Il pubblico esplode, festeggia il lobo destro mozzato.
– Il pensionamento è arrivato un giorno dopo il tuo.
– In ritardo su tutto. Come sempre.

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L’iconoclastia di Giordano

Giordano divenne iconoclasta all’1.39 del mattino del 13 settembre 2016…

La tramontana può essere calda verso fine estate, un vento meglio noto come «Foehn». Il termine sta a indicare un vento caldo e secco, con spiccate caratteristiche «catabatiche» – ossia discendenti – che si attiva ogni volta che un flusso d’aria, esteso alle varie quote, è costretto a scavalcare una catena montuosa che si trova nella sua traiettoria. Il «Foehn» è un vento frequente in Italia, sia lungo la catena alpina che sulla dorsale appenninica, dove le correnti che rispondono a queste caratteristiche vengono definite «Garbino» – il Foehn degli Appennini.

Giordano divenne iconoclasta all’1.39 del mattino del 13 settembre 2016: il vento cuoceva a 45 milioni di gradi il sonno e le labbra dei ragazzini – i vuoti di bottiglia e due zingare con le gonne larghe rattoppate che parlavano ad alta voce ad un vecchio cellulare modello sunnypeople nerazzurro – un ubriaco dall’addome gonfio, che pareva un bonzo addormentato su di uno scalino tra le spire delle tramontana calda, che aveva ancora addosso la felpa dell’azienda per cui aveva smesso di lavorare da almeno 10 anni.

Genova a metà settembre, con il ritorno degli studenti, tende a riabilitarsi all’ordine pubblico, con qualche ronda della polizia ad ammanettare lo spaccino di zona. Nel mentre, sulle guance di Giordano soffiavano gli ultimi giorni dell’estate cittadina, e attraversava Piazza delle Vigne con l’intenzione di scendere verso il porto. Passando di lì ancora una volta, non poteva sopportare la vista delle sei figure alte almeno tre metri, avvolte nelle loro toghe da dotti, che campeggiavano accostate due a due a partire dall’insegna del tipografo, e a salire proseguendo fino a che lo sguardo di Giordano giungeva alla cima dei palazzi che intingono i tetti nella notte buia. Forse si trattava di notabili genovesi del ‘600 – essendo il palazzo del ‘600, così come riportato dalla targhetta per i turisti.

Le sei figure erano state dipinte in prospettiva e pertanto continuavano da centinaia di anni ad osservare qualsiasi passante, e se ce ne fossero stati di più, sarebbero stati fissati tutti nello stesso tempo. Dunque non fu difficile per Giordano trovare un motivo per diventare iconoclasta. Infatti, i servigi forniti alla città dalle sei figure di notabili genovesi non potevano essere sufficienti ad acquisire un tale diritto centenario – ma visto che a Giordano tale pensiero pareva un po’ troppo “socialista”, s’era messo a riflettere ancora, e alla fine aveva concluso che i sei notabili si erano arrogati scientemente il diritto di campeggiare dai muri sulle teste delle persone. Questo pensiero gli risultava intollerabile.

Le sei figure erano state dipinte in prospettiva e pertanto continuavano da centinaia di anni ad osservare qualsiasi passante e, se ce ne fossero stati di più, sarebbero stati fissati tutti nello stesso tempo.

All’1.40 l’arsura bruciava come sempre, e gli alcolici non potevano placarla a dovere. Così Giordano, lasciate per strada le ultime apologie del caso, andò a casa a cercare la latta di vernice bianca, che sua madre aveva lasciato assieme alla pennellessa nello sgabuzzino. Nel portare a termine la propria azione, il primo problema che si presentò era relativo alla realizzazione rapida del proprio intento evitando sguardi indiscreti, cosa di per sé non facile in una piazzetta genovese.

Pertanto, alle 2.13 della notte, dovendo sperimentare una tecnica diretta a sfigurare efficacemente il volto delle sei figure dei notabili genovesi, fece il primo attentato all’immagine di Charlie Chaplin, ritratto nei panni dell’operaio interpretato nel celebre film “Tempi Moderni”, dipinta sulla serranda di una gelateria artigianale in via San Bernardo, subito prima del bar Moretti. Dal momento che il vicolo tendeva a restringersi proprio all’altezza dalla saracinesca della gelateria, fu repentino nel guardarsi prima alle spalle e poi di fronte, per poi dare un colpo di pennellessa ben assestato. La testa di Chaplin esplose nel bianco.

Fu repentino nel guardarsi prima alle spalle e poi di fronte, per poi dare un colpo di pennellessa ben assestato. La testa di Chaplin esplose nel bianco.

Mentre, alle 3.56, rifletteva sulle altezze a cui si trovavano i notabili genovesi, Giordano pensò al bianco, reputandolo un’ottima scelta proprio perché, contenente l’intero spettro cromatico, in qualche modo avrebbe aiutato ad esorcizzare gli sguardi arroganti delle figure dei sei notabili.

Alle 4.35 il vento aumentò ulteriormente poiché, a ridosso dell’alba, le temperature diminuivano e per i pescatori sarebbe stato un buon momento per prendere il largo con le correnti a favore. Tutti sanno che settembre è periodo di tonni, e così fu. Alle 4.35 del 13 settembre 2016 si sgretolava una ballata di pescatori, luci dai retrobottega delle focaccerie, urla di uomini arsi dentro dagli sballi e dai pianti, uomini neri in continua divagazione. Alle 4.35 una ragazza con i jeans e i capelli raccolti risaliva la china di San Lorenzo. A quell’ora era difficile odiare il vento e la precarietà della vita, che trascinava con sé per andare ad accarezzare chissà quale terra.
Giordano vide l’immagine di una madonna a metà di Vico Canneto «il lungo», e dato che a fissarlo fu pure lei, allora senza badare troppo a chi potesse transitare fece un salto abbastanza alto da raggiungerle il volto con la pennellessa.
Alle 4.47 l’ora non gli parve tarda per andare al porto a sperimentare la questione, divenuta ormai annosa, di colpire un’opera realizzata in altezza: allora prese di mira uno dei graffiti giganti nei pressi di Palazzo San Giorgio, su uno dei piloni che inchiodavano la sopraelevata a terra. Non sembrava impossibile arrampicarsi sulle travi, inoltre la questione dell’arte contemporanea gli parve piuttosto chiara: l’arte contemporanea non esiste perché, in un mondo in cui il male non esiste più, o per lo meno non va oltre l’accusa di essere tale, la bellezza non può esistere e figuriamoci una bellezza contemporanea. Era un po’ come sostenere che esistesse uno stupore attuale ed uno stupore antico quando l’uomo, secondo Giordano, non faceva altro che rendersi conto di quanto sia precario su questa terra ergendosi sui muri, arrogandosi il diritto di stare lì, ad osservare la solitaria storia procedere tra i fischi del vento caldo di settembre. Il gigante pesce azzurro che afferra la nave, graffiato ad arte da dieci artisti canadesi di fama internazionale, nonostante fosse sempre piaciuto a Giordano, perse la testa nel bianco lo stesso.

L’arte contemporanea non esiste perché, in un mondo in cui il male non esiste più, o per lo meno non va oltre l’accusa di essere tale, la bellezza non può esistere.

Alle 5.02 dovette scappare da qualche curioso che aveva assistito alla scena. Alle 5.07 si diresse in Piazza delle Vigne per assaltare gli odiati sei notabili genovesi. Alle 5.12 notò che due ragazzi stavano fumando una sigaretta sulla scalinata della basilica, ma soffermandosi si pose anche il problema di arrampicarsi per almeno un metro su di una grondaia per poi mettersi in piedi sull’insegna spessa della tipografia, senza poi poter raggiungere i notabili ai piani più alti. Alternativamente, allora, avrebbe preso posto per la notte in uno degli affittacamere che piacciono tanto agli stranieri, con le stanze che davano appunto sulle teste dei primi due. Ciò gli avrebbe permesso con un minimo sforzo di raggiungere i primi quattro notabili, anche se si poneva ancora il problema di come raggiungere gli ultimi due. Probabilmente avrebbe potuto fare irruzione dal tetto – una volta risalite le scale del palazzo dell’affittacamere, avrebbe colato il colore. Un gesto non troppo convincente dal punto di vista estetico, ma efficace.

Probabilmente avrebbe potuto fare irruzione dal tetto – un gesto non troppo convincente dal punto di vista estetico, ma efficace.

Alle 8.09 della mattina, dopo una lunga colazione, chiamò l’affittacamere. A Giordano piaceva la focaccia con le cipolle, lesse anche i giornali con le notizie sul Genoa, che doveva giocare in trasferta contro il Sassuolo.

Alle 12.22 entrò nella biblioteca comunale Berio in Via Fieschi, per prendere informazioni sui sei notabili. Alle 3.35 sostava al quinto piano, dove si trovano i libri di storia riguardanti Genova, ma ancora non aveva trovato informazioni sufficienti, se non che le sei figure di notabili genovesi erano probabilmente appartenenti alla famiglia proprietaria dell’edifico; in particolare, due alti prelati abbigliati di viola, di nero i notabili appartenenti al Consiglio della Città, di rosso porpora con mantello di ermellino i Dogi della Repubblica.

Alle 4.01 scoprì, a pagina 345 di un libro intitolato Storie delle famiglie genovesi, che uno dei notabili probabilmente fu un tal Francesco Maria Malacalza, cugino di secondo grado di Sant’Alessandro Sauli, nato a Genova intorno al 1583. Nel 1601 la famiglia Malacalza, della quale fu primogenito di tre fratelli, decadde e per fuggire dai creditori del padre Erminio Malacalza, andò a distribuire la zuppa sui Catrai del porto, sotto il nome di Sesto Castaneda. Con il suo nome di famiglia ricomparve solo nel 1614, dopo aver combattuto come soldato di ventura alle dipendenze della famiglia Doria. Trovando impieghi e mansioni in diversi uffici, si fece poi strada nella diplomazia, trattando anche come commerciante di armi. Uccise forse il fratello Camillo, rifugiatosi in Francia. Trasferendosi per lo scandalo politico derivante dal presunto omicidio, presso l’ambasciata francese a Parigi, dove cominciò a commerciare le prime baionette, nel 1642 divenne amico di Pascal. Nel 1646, in cambio dell’esclusiva del commercio delle baionette, si fece dipingere sul muro del Palazzo di proprietà di Agostino Doria, il quale lo fece nominare consigliere della città. Morì il 14 settembre 1647, senza potersi vedere dipinto, come però succedeva a Giordano tutte le notti che passava da Piazza delle Vigne. Il fatto che avrebbe compiuto il suo attentato iconoclasta proprio quel giorno, però, dava a Giordano un certo tono, ché alla fine la storia è un po’ come il vento caldo di quei giorni: un evento a cui partecipano sia gli uomini consapevoli che quelli inconsapevoli, le città con le loro mura e le armi con i loro boati. Quelle mura, appunto, erano lì a ricordarci che gli eventi si erano susseguiti ancora una volta, trascinando con loro qualche altro uomo.

Giordano pensò che Francesco Maria Malacalza, che aveva visto esplodere le prime baionette in funzione, probabilmente aveva capito che la sua glorificazione e la sua punizione sarebbero consistite nel dover restare lì, ad osservare altri eventi trascorrere. Anche Francesco Maria Malacalza divenne iconoclasta nel 1636, poco prima di uccidere il fratello, il quale deteneva l’unico quadro di loro padre e di cui Francesco Maria voleva cancellare lo sguardo.

Giordano divenne cacciatore di vento alle 17.47 di un pomeriggio del 14 settembre 2016.

Opera di Banksy