La forma del tempo

Quando Enrico Andrade ed Ernesto Levi avevano perso la metà dei pezzi a testa, attaccò a suonare un sax. La calca degli scommettitori aumentò, anche se in pochi azzardavano pronostici sull’esito della partita.

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– Sono quindici vittorie a testa, Erni. La prossima è la bella.
Terminato il Simposio degli Ufologi Italiani, Enrico Andrade ed Ernesto Levi avevano prolungato le loro sfide a scacchi all’Hotel Fiume per tredici giorni. Come se il calendario non fosse più composto di giornate, ma caselle bianche e nere da occupare. Come se nelle vene di quelle giornate non scorressero più le ore e i minuti.
Lo spazio imponeva la sua misura, il tempo aveva perso la sua forma.
– Giochiamo ora?
– Conosco un posto qua a Genova. Si gioca su scommessa. Tutto organizzato da un amico che conosco da anni. Sostiene sua moglie sia un marziano.
– Un Grigio?
– Sei il solito credulone, Erni. È solo la moglie a essere inquietante.
All’1.03 della notte, la Tv del bar dell’hotel, una Telefunken con il tubo catodico, trasmetteva senza volume un incontro di boxe: al primo round i pugili si studiano, clinch, qualche montante, non sembrano voler mantenere la distanza. Al secondo round sono più sciolti sulle braccia. Una combinazione a segno del pugile alto. L’altro rimane con un taglio al sopracciglio sinistro. L’arbitro controlla la ferita: è accidentale, si continua. Poi jab, ancora. Al minuto 1,27 secondi del terzo round il pugile con i calzoncini neri prima abbraccia, e quindi morde l’orecchio destro dell’avversario. Il pubblico esplode, festeggia il lobo destro mozzato.
– Il pensionamento è arrivato un giorno dopo il tuo.
– In ritardo su tutto. Come sempre.

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Salinika – Sovraccarica Alcalinica In Metrica Scomposta

Che cos’è la poesia? Cos’è arte e cosa non lo è? È ancora possibile dare una definizione di mondo, e quali sono gli strumenti per fare poesia nell’era del tardo-capitalismo?

Che cos’è la poesia? Cos’è arte e cosa non lo è? È ancora possibile dare una definizione di mondo, e quali sono gli strumenti per fare poesia nell’era del tardo-capitalismo?
Il mockumentary Salinika – Sovraccarica Alcalinica In Metrica Scomposta (Torino, 2017) prova a dare una risposta a questi interrogativi, riassumendo gli ultimi anni di attività del gruppo d’azione poetica nato a Parma nel 2015 e derivante dall’action poetry di matrice messicana.

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Nella foto, da sinistra: Charlie D. Nan, Francesco Salmeri, Davide Galipò

La contrapposizione pratica e ideologica del gruppo – composto da Nicolò Gugliuzza, Davide Galipò, Charlie D. Nan, Francesco Salmeri e Chiara De Cillis – diventa necessaria nella guerra civile e/o culturale che stiamo vivendo e che ha relegato la poesia in uno spazio sempre più marginale rispetto al grande pubblico.
L’obbiettivo di Salinika è quello di recuperare una possibilità di sovversione linguistica, propria del mezzo performativo e poetico, attraverso lo choc dello spettatore e l’aggressione creativa, in un dialogo con le avanguardie degli anni ’20 e le neoavanguardie degli anni ’60.
Per fare una poesia rivoluzionaria, occorre che questa sia tale nella forma, non solo nei contenuti. Da qui la necessità di formare un laboratorio comune, in una prospettiva contro-culturale e di rottura rispetto al pensiero dominante.

Soggetto, regia e montaggio di Davide Galipò, riprese e fotografia di Filippo Braga.

Al servizio della Poesia

Se la poesia è rivoluzione, deve essere la poesia al servizio della poesia?

Mettere la Rivoluzione al servizio della Poesia e non la Poesia al servizio della Rivoluzione. Che quella dei Situazionisti fosse o meno una provocazione, ad oggi è un assunto ancora discusso in ambito poetico; un assunto che a mio modo di vedere non ha margine di discussione, in quanto la poesia è di per sé rivoluzione.
E. Cioran nel primo capitolo di Squartamento sosteneva che nei momenti di stasi della storia fosse necessaria un’aggressione della lingua, nel senso di mettere in discussione un linguaggio storicizzato, e si riportava come esempio il francese (sua lingua di scrittura). Sotto questo punto di vista, credo che il fardello, anche del più accademico dei poeti è appunto l’impellenza, la necessità di riscrivere la propria realtà in contrapposizione alla rappresentazione dominante dei propri contemporanei. Dico così perché l’atteggiamento del poeta, che sia quello di un ritorno alle forme del passato, che sia quello di innovazione del linguaggio contemporaneo proteso quindi ad una veggenza del futuro, essendo volto appunto alla crisi, è palese che non viva nel presente. Sia chiaro che la poesia, accettato quest’ultimo passaggio, non è più una rivoluzione in senso politico, ma nel senso più universale del termine, nel senso di un moto, di movimento nello spazio e nel tempo, nel caso di un poeta di un movimento, un’azione nella propria storia. Continue reading “Al servizio della Poesia”

Opporre Opposizione

Induzione Teorico-Creativa di Ivan Fassio

Induzione Teorico-Creativa di Ivan Fassio per l’operazione visiva di Elisa Camurati, Chiara De Cillis, Davide Galipò, Enrica Merlo, Renata Bolognesi, per lo spazio di Cecilia Gattullo e Piera Romeo.

La fotografia ci obbliga a riprenderci, per riconoscerci, anche se ritagliata da un giornale, per quotidiana opposizione allo scorrimento logico, imposto necessario, in comoda abitudine: così ci lega al nostro io, cauta libertà. Di noi rimane appena, tuttavia, il ritratto sbiadito, mal incorniciato, in sospensione lenta, temporale. Ammaccati, siamo costretti a disfarci delle figure, a stare fermi, in precarietà, a rimuginare.

La ricerca intellettuale per l’estetica novità ci acceca di fronte all’intrinseca bellezza, quale atto di viltà: creatività, sentimento, verità? Occorre scegliere una via e raccogliere la forza. Poi, colmi di energie, potremo dire. L’autore e il lettore sono ormai legati da un’incomprensione giocosa, che non dà vertigine soltanto se ci si lascia abbandonare: ciò che ci legge e ci scrive è il tassello mancante: la pura sostanza, la preziosa inanità.

Una musica soddisfa un’esigenza, talvolta. E il desiderio genera i sogni, le azioni e i bisogni, necessità dipendenza. Per questo, è nato lo spartito, in quanto spirito segnico, senso grafico verso esecuzione, quasi alchemica trasformazione in progresso e a ritroso. Limite verbale, infine, per germogliazione di capacità, talento, irraggiungibile perfezione.

La produzione di significato ci fa capire che la scelta è una scheggia di mina utile a ferire ed uccidere altri dai caduti sul campo. Fuori da noi, la battaglia è un prato di erica. Si ride così –  lo slancio rinnovano – di guerra come di un fiore, tra gli steli delle parole, sostegno dei petali: capriole sul prato.

Il potere delle coincidenze risulta e risalta dall’isteria collettiva che, volenti, rispecchiamo e, nolenti, riassorbiamo e rigettiamo. Cammineremmo a testa in giù, sul soffitto della rimessa in cui viviamo, pur di guarire dalla malattia. E l’indomani sapremmo ripartire con un misto di sorpresa e di terrore. I poeti sono spaventati, provando un tale movimento sussultorio. Scrollati dai ponti delle idee, affacciati alle balaustre del terremoto. Tenendo duro, restano, nella peggiore delle ipotesi, in quanto tramiti della tensione, i fili che depositano al sicuro la corrente: crasi minima evidente.

Un giorno la produzione supererà di gran lunga ogni necessità e l’uomo ne avrà abbastanza: s’accorgerà della vita, che lui stesso aveva scordato quando l’incubo del lavoro l’aveva soggiogato, assuefatto. Allora, l’arte sarà esistenza e niente di più – fare, disfare per nascere, crescere, amare, morire.

Le curve son lunghe. La Storia è una strada? Portiamo con noi una manciata d’immagini, originali, stampate, copiate, dattiloscritte, tirate in illimitata probabilità. Spendiamole bene per l’ultima volta. Non piangiamo, abbracciamoci, ché tanto son rose: di tutti i colori.

 

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Fotografie di Filippo Braga

Flash-foward!

La notte sembrava separare anche la terra, così che lì tutti si potevano fare gli affari loro, separati dal mondo a qualche metro in più verso le stelle.

Oltre i docks dai muri zozzi di gasolio e il sudore e le bestemmie dei marinai, il mare disperdeva le sue acque. La Queen’s Mary era appollaiata all’orizzonte, una Venere d’acciaio devota a San Giorgio, che puntava verso il cielo tutta la batteria di cannoni e antenne varie, un’imperfezione che interrompeva la linea del tramonto di quel martedì di maggio alle 18.32.
Appresso lo scafo a picco della corazziera, un J/70 Speedster guadagnava alla bolina, lega dopo lega, un nuovo orizzonte; al timone Tom Hoak disse a Jess di slacciare il fiocco anche se Jess lo stava già facendo; Jess studiava medicina al King’s College ma se essere un veggente fosse stato un lavoro avrebbe fatto il veggente; sapeva ancora prima di sapere e udiva ancora prima di udire e se avesse potuto avrebbe agito ancora prima di agire.
Essere un veggente in pieno 2017 è una vera menata: brandelli di immagini del futuro scorrono come la pellicola di un film ma senza opzioni nelle scelte e nelle interpretazioni, senza che le conseguenze abbiano alcuna causa. Continue reading “Flash-foward!”

Salinika – Poesia e Rivoluzione è Poesia

Per fare una poesia «onesta» nell’era del tardo capitalismo

coverDa decenni il nostro paese è immerso in una rabbiosa reazione ideologica e culturale, abbacinato dalle luci del Grande Spettacolo. La politica produttivistica del neoliberismo ha strangolato nell’isolamento ogni tentativo di deviazione dal pensiero unico mercantile, lasciando ai lavoratori della cultura due possibilità: tagliare i ponti con la realtà o diventare operai dell’industria culturale monopolizzata – i più furbi e fortunati, funzionari.
Poesia e Rivoluzione è Poesia, il nuovo pamphlet di Salinika – Gruppo d’Azione Poetica stampato per le auto-produzioni di Neutopia, è una valida controffensiva all’estetica del tardo imperialismo e ai presupposti del suo sistema di produzione e riproduzione di suoni, immagini e cartastraccia. Di fronte al regno dell’intimismo e del neo-neo-neo-simbolismo, istituzione di individui alienati, la prima poderosa aggressione consiste nella rivendicazione del collettivo come ambito di elaborazione della prassi poetica, l’organizzazione come strumento di lotta ideologica; così l’Io viene proscritto come detentore dei significati del mondo, le sue arroganze tanto più inopportune, quanto più l’estetica decadentista è una maschera che non tiene più. Da questo non può che seguire un’implacabile dichiarazione di guerra al giusto, al vero, all’intero, come ricorda Davide Galipò in Che cos’è per noi l’azione poetica. Se la totalità potrà mai esistere, sarà solo quando, parafrasando Majakovskij, la vita l’avremo cambiata; per il momento, riproporla o rimpiangerla sono atti di criminale complicità.

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Io sono il vento

Un’anteprima da “Cantico del Vento”

La mia profonda riconoscenza nei confronti della redazione di Neutopia, in particolare a Davide Galipò, che ha sempre creduto nella redazione dei Cantici Elettrici, ma non solo, è il vettore di preziosa letteratura e riflessioni contemporanee.

In questo ultimo anno e mezzo mi sono dedicato alla redazione dei Cantici Elettrici, progetto composto da sette testi per più di cinquantamila battute. L’esigenza non nacque sin da subito, ma a seguito della stesura del Cantico Elettrico, una rielaborazione del Cantico delle Creature e una venerazione dei Demoni della società contemporanea. In quella notte di Novembre, mi ero accorto della mia personale esigenza di cantare la contemporaneità in cui ero immerso.
Come potevo erigere un complesso letterario tale da coinvolgere i lettori? Come potevo dare alla parola sonorità ed efficacia allo stesso tempo?
A quelle domande ho provato a rispondere con la violazione della semantica, sorretta da strutture che potessero trasmettere un immaginario contemporaneo, da tenere a portata di mano nella tasca del cappotto.
Il linguaggio di alcuni Cantici con il passare del tempo è lievemente cambiato. Ho abbandonato la ricerca puramente semiotica e ho utilizzato un linguaggio maggiormente storicizzato poeticamente. Non so se questo sia un bene o un male. I miei più cari amici e la mia fidanzata sostengono sia un lavoro più maturo. Ho sempre rifiutato questa accezione perché dall’interno della fucina dove i Cantici sono stati fabbricati, le scelte erano guidate dalla consapevolezza di dare letture delle realtà anche in maniera maggiormente lirica. Ad oggi rimango fiducioso che l’individuo sia ancora protagonista dell’immaginario urbano. Qui si fonda la mia speranza di presentare un lavoro organico, che non risenta delle scelte linguistiche di un Cantico piuttosto che di un altro.
Passando da un aspetto più discorsivo ad uno più tecnico, credo che il valore dei Cantici  risieda in una riproposizione di quella che fu l’esperienza del Futurismo. Non nego gli aspetti più critici di quella che fu l’espressione italiana dal punto di vista intellettuale. Forse quest’ultimo è il dato che mi ha avvicinato maggiormente al Futurismo Russo e al Futurismo Giapponese.
In sintesi, essendo questo luogo deputato alla presentazione della raccolta, ritengo che l’aspetto più interessante della sopracitata avanguardia storica sia il ruolo che ha riservato al “caso”.
Inoltre, cosciente che relegarsi ad un movimento letterario ultracentenario non sarebbe proficuo, già in Dal Dripping allo Zapping (pubblicato su Neutopia, NdA)  ho espresso le mie opinioni, tenendo anche conto di ciò che ha rappresentato la grande avventura Dadaista.
Per ultimo, non mi rimane che un’eterna dichiarazione alla Beat Generation, il cui ritmo ha certamente contaminato i miei testi, come la mia vita.

I testi riportati sono uno stralcio del Cantico del Vento. Buona lettura.

IO SONO IL VENTO
e osservo sogni astratti
scivolare tra il traffico di ottobre
ho un menù cinese nella tasca
all you can eat 8,90 euro
e se è vero che tutto ha un suo tempo
il rumore di una crepa è il mio dolore
e non temo chi ha tentato
quando il sole si leva e il sole tramonta
tra un via vai di cose fatte e che saranno fatte per chi guarda la casa
e per chi guarda la notte
la caccia aperta alle teste mozze è slegata dalla vita
mente la pupilla rigida di cori greci
risolve gli improbabili grovigli del Cosmo
e avvolge le stelle che bruciano a miliardi di gradi
sulla vita di uomini soli
e testimoni confusi di un solo paradiso
Antichi Ateniesi non si sono resi conto della fine del Mondo
e riordinano i sorridenti soli dei calendari

[…]

Le discussioni per stanotte sono terminate nell’ultimo sorso di Pastis 51
e il tempo dura meno dell’amore tra una bicicletta e il suo palo a cui è legata
difronte all’Ambharabar
allitterazione assoluta dei sentimenti umani
E se io fossi la notte starei ai confini del cosmo dove la contraddizione tra la forza della vita e il rigore delle forme

che contempla  milioni di
sogni in formaldeide

Le belve in sosta contano la parcellizzazione dell’essere in ogni suo attributo
tra il tutto che esiste e il sacrificio dei nostri quotidiani stupori
tanto che San Giorgio muore milioni di volte sul ciglio della strada
comincio a confondere la stazione dal resto
l’ingresso della città
con la porta dell’armadio del bagno

[…]

Medusa rivolge sguardi

a spiriti disossati senza
tornare all’implicazione

mentre Canti Uraniani bruciano
sul greto della strada
e i soli sorridenti mangiati vivi
mentre Canti Uraniani BRUCIANO
e BRUCIANO LE MAESTOSE 24 ORE
e BRUCIA ALESSANDRIA D’EGITTO
e alberi sepolti volano
in una notte immersa nel traffico
dove qualcuno sognava sopra la sua testa

Belve appoggiate al cadavere di un sospiro
mentre accarezzo la notte
ma adesso che ho già visto fucilati il 3 maggio e i marmi
i menestrelli meccanici cantano ad intermittenza la
Cosmogonia anatomica dello scheletro nero:


(Continua sul numero cartaceo in uscita a Marzo)

In copertina, Shadows di Paul Delvaux