Ci siamo solo io e papà. Mamma non viene più. Giulia e Marco forse verrebbero, ma il rischio d’incontrarci è troppo alto. Chissà se Giulia continua a odiare le gonne. Chissà se Marco fa ancora karate.
Papà mi avvolge la mano con le sue dita da serpente costrittore. È un uomo imponente, ma i neon lo riducono a un nano: sono luci per camici e mascherine, per chi dorme e non sa svegliarsi. Illuminano male chi viene da fuori.
Oltrepassiamo una porta, poi un’altra. Nella prima una donna parla con un alluce sfuggito al lenzuolo, nella seconda un vecchio, pochi capelli e braccia conserte, contempla la finestra. Porta numero tre, siamo arrivati. Oltre la soglia, Jason ci aspetta e non lo sa.
Fare, un caso singolare | Nicola Griffante
Il Grande Poeta si chiedeva come fosse possibile che un locale del genere, storico e in pieno centro, non avesse un dehor degno di questo nome, o almeno un fumoir interno, mancanza che lo aveva costretto a uscire sul marciapiede piuttosto stretto, offrendo la sua figura moderatamente sovrappeso al viavai dei passanti con le loro fisicità e le loro borse della spesa o da passeggio.
