C’è aria di epidemia, in giro, e solo gli alberi parlano. Lo fanno attraverso le foglie, le loro lingue che si muovono nel fiato di una giornata grigia, grigia come immagino appaia la mia faccia, con la barba ispida e le occhiaie figlie di qualche notte passata a pensare ad Aldo.
Aldo che non c’è più.
Devo alzarmi da questa panchina. Sgranchire un po’ le ginocchia. Sciogliere i muscoli della schiena che sennò capita che mi blocco.
Avrei voluto cantare storie punk, ma questo è solo smarrimento postmoderno.
Respiro a fondo, cercando di ricacciare indietro tutto quello che potrebbe uscirmi da pozze nascoste appena sotto la superficie.
Nel parco non ci sono mamme con il passeggino, non ci sono anziani col giornale né ragazzi poco raccomandabili a cui chiedere un po’ di fumo, come se ne avessi ancora l’età, dopo tutto quello che ho inspirato in un decennio di palchi, sopraelevati di pochi centimetri e backstage, i bagni o direttamente i banconi dei bar.
Dieci anni di Circolo Vertebra, e poi che cosa? Altri dieci di pausa a tempo indeterminato, durante la quale alcuni amici chiedono scherzosamente quando faremo una reunion, quando suoneremo ancora Psychowedding, e ora i Vertebra sono orfani di batterista. Una morte anonima, come tante. Nessuna overdose, nessuno spettacolare incidente d’auto con una groupie a fianco, niente risse con cocci taglienti. Il colesterolo, forse. L’anonimato, sicuramente. Non che siamo mai stati famosi, neanche nell’underground.
Ora il lutto corre sulla bacheca Friendbook di Aldo. Decine di messaggi, alcuni viscerali, altri così anonimi che sembrano partoriti da un’intelligenza artificiale. I commenti sono andati diradandosi dopo il funerale, celebrato in una città lontana. Una certa Maria suggerisce donazioni a una Casa della Musica di cui Aldo era socio: non ne ho mai sentito parlare ma mi si apre un link al sito dell’associazione appena metto like al commento. Chiudo la finestra senza neanche leggere.
Manca il mio addio. Manca quello dell’amico fraterno che ha scritto con Aldo tutti i testi dei Vertebra. Magari c’è già qualcuno che si chiede cosa aspetti ad unirmi al pianto collettivo. Ancora non ho neanche chiamato a casa sua.
Cammino leggendo sul cellulare. Mi fondo gli occhi sullo schermo, poi li faccio riemergere per godere un po’ del paesaggio, questa enclave di grigio-verde anonimo e addomesticato.
Come lo era ormai lui. Come lo sono io.
Mi fermo vicino a un cestino della spazzatura e la voglia di buttare il telefono è tanta. Inizio a digitare le parole più tristi che mi vengono in mente ma poi cancello tutto perché:
a) un commento di condoglianze su Friendbook mi sembra di cattivo gusto, anche se ormai lo fanno tutti;
b) da me, che ero l’urlatore dei Vertebra, ci si aspetterebbe qualcosa di meglio che “non trovo le parole”. Qualcosa che spicchi.
Cambio app e compro invece un cestino di frutta e formaggi da inviare alla famiglia.
Guardare le foto non basta. Scorrere megabyte su megabyte di istantanee mute non aiuta. Sono immagini ferme nel passato che non fanno che dire: non accadrà più.
Non ho avuto fortuna neanche con i tour della memoria che ho improvvisato per ritrovare i club in cui i Circolo Vertebra hanno suonato. Sono tutti chiusi, adesso, o sono diventati centri Euronics.
Non ho ancora scritto nulla per Aldo. Ho solo spedito una composizione dal sito di Interflora, come suggeritomi da un popup.
“E ora cosa stai guardando?” mi chiede Lisa. Sbircia da sopra la mia spalla il monitor del PC.
Ho sentito dire che alcune persone colte da un lutto improvviso ovviano all’assenza della persona cara cercandola per le vie digitali di RoadView. Sarà capitato, almeno una volta, di essere presenti al passaggio della ViewCar e di venire immortalati e fissati nel paesaggio per sempre, o fino al successivo aggiornamento.
Guardo gli ingressi del Cafè Noir, del Ritrovo degli Artisti, del Pentagram. Tutti posti che non esistono più nella realtà, ma a portata di clic con la funzione wayback. Basta selezionare una data di qualche anno fa.
Sento la stretta di Lisa sulla spalla.
“Lo stai cercando?” chiede.
Vado indietro con le date finché un magazzino BRT non diventa di nuovo un locale di musica dal vivo. Viaggio indietro nel tempo, giorno dopo giorno. Passo in rassegna mesi e anni alla velocità massima consentita dal mio dito indice. Ogni tanto, vicino alle porte dei club c’è qualcuno. Un passante, un ragazzino che fuma, un musicista – forse – in una pausa dopo un soundcheck. Figure umane dalla faccia sfocata ad arte.
Lisa mi lascia solo con qualunque cosa stia facendo. È una brava ragazza. Abbiamo solo avuto qualche discussione quando sono arrivate le cornici ordinate su internet, ma poi ha capito. Quei costosi riquadri di design ora ospitano le locandine dei concerti dei Vertebra, vere e proprie reliquie di vecchie serate nei centri sociali.
“Esponete i momenti migliori vissuti con i vostri cari” diceva il pop up. Come dargli torto?
Lisa ha appena lasciato la minuscola stanza che chiamo studio, quando il mondo cambia all’improvviso.
Quando ormai la speranza è andata altrove, Aldo è lì. Davanti al Fleur du Mal, con una birra in mano. Congelato nell’atto di chiedere un accendino alla persona accanto a lui. Lo scatto risale al tardo pomeriggio di un giorno di undici anni fa. Nonostante la faccia sfocata, Aldo è riconoscibilissimo per i tatuaggi sulle braccia e sui polpacci.
“Come rami di ulivo” dico sottovoce. Una vecchia associazione di idee.
Ha addosso la finta canotta dei Lakers che metteva per suonare, viola e oro, quella personalizzata con il nome Ald e il numero 8. Aldotto.
L’ho trovato. Contro ogni probabilità, l’ho trovato. Migliaia di pixel a imperitura memoria.
E nonostante la gioia, nonostante l’abitudine ormai consolidata nei confronti dell’occhio del Grande Fratello, il fatto che questo ci spii anche indietro nel tempo mi mette a disagio come la remota possibilità di trovare il me stesso bambino o i miei genitori ancora ragazzi.
Meglio smettere di pensarci. Meglio comprare online questo bonsai, pensato apposta per coltivare un ricordo zen dei defunti.
Il campanello mi riporta nel mondo reale, quello di atomi e molecole, ma è come essere risucchiato all’indietro in un sogno da cui mi ero già svegliato. Quanto tempo sto passando su internet? Seguo le tracce. I pezzi di Aldo dispersi nel passato, nel sempre-presente della rete che è qualcosa di più della memoria.
Lisa parla con qualcuno, di là, probabilmente un corriere. I tipici rumori di consegna, una penna che scarabocchia su un foglio. Poi la sento avvicinarsi a grandi passi. Quando entra nella stanza ha in mano un pacco di una trentina di centimetri di lato. Lo molla sul tavolo. Non ricordo di aver comprato nulla di eccessivamente fragile.
“Cos’è questo?”
“Credo sia…”
“Cos’è tutto questo? Cos’è diventata la tua vita? Stai deragliando”.
“Sto elaborando”.
“Te l’hanno detto al corso di yoga che hai comprato online? Tra parentesi, non credo fosse strettamente necessario”.
Ha messo le mani sui fianchi, nella sua posa da combattimento coniugale. Deve essersene resa conto, perché prova già a rilassare le braccia lungo i fianchi.
“Liberissima di pensarlo” dico.
“Non lo penso io. Lo pensa l’estratto conto”.
Sospira, poi con gli occhi mi indica la stanza in cui ho fatto di me stesso un eremita. Lo capisco adesso che guardo i pacchi vuoti allineati lungo la parete e i rimasugli degli imballaggi. Il prodotto finale della mia permanenza online.
Sono sotto assedio. Sono accerchiato.
I fiori di plastica che ho preso con l’intenzione di andarli a mettere davanti alla tomba. I dischi che con Aldo abbiamo ascoltato da ragazzi e che per qualche motivo mancavano alla mia collezione. Il diario di mindfulness per superare il lutto.
Lisa ora è più triste che arrabbiata. Non deve essere stato facile rimanere zitta, cercare di essere comprensiva. Sotto la superficie, trema. Ma all’improvviso si acciglia.
“Dov’è quel posto?”
Mi prende alla sprovvista. Ci metto un po’ a capire che sta guardando lo schermo del PC, fermo sull’ennesima immagine di Aldo presa da RoadView, davanti a una specie di capannone.
Questa volta si vede anche il furgoncino marrone che avevamo affittato per il mini-tour in Austria. Aldo è seduto sul ciglio del marciapiedi, in attesa di qualcosa che non ricordo o che non ho mai saputo.
“È quel posto in cui abbiamo suonato tra le date di Vienna e Innsbruck. Quella cittadina dal nome impronunciabile. Aspetta, era…”
“Non avete mai suonato, lì”.
Lei non era con noi. L’ho conosciuta dopo lo scioglimento dei Vertebra ma le ho raccontato praticamente tutto. Era importante. Posso averle raccontato anche in quante toilette abbiamo vomitato, in seguito a serate più movimentate del solito, ma ciò non cambia il fatto che lei non era lì.
“Ma no, guarda” dico. Apro Friendbook e cerco nella pagina dei Vertebra la locandina che annunciava il tour. “La data è corretta, il posto pure. Corrisponde”.
“Fidati, avete tirato dritto. Il centro sociale l’hanno sgomberato proprio il giorno prima del vostro concerto. Me l’hai raccontato tu. Neanche avete preso l’uscita dell’autostrada”.
Serro la mascella per non sembrare troppo ebete mentre cerco qualcosa da dire, ma i criceti fanno andare la ruota senza troppa convinzione. C’è Aldo sullo schermo, eppure non ci dovrebbe essere.
Lisa ha una memoria di ferro. Ha ragione. Ora ricordo anche io.
“Fammi un favore” le sussurro. “Prendi il telefono ed entra su RoadView con il tuo account”.
“Ok”.
Le detto l’indirizzo di un centro sociale austriaco che non esiste più e le chiedo di controllare una data di quindici anni fa.
“Cosa vedi?”
Lei alza lo sguardo e scuote la testa. Sul suo schermo c’è un marciapiedi vuoto.
La faccia cancellata di Aldo aspetta che io capisca. Mi dice: coglione, ma non ci arrivi?
I tatuaggi, i tour, la canotta dei Lakers: una riesumazione storica a mio uso e consumo. Un museo delle cere per il mio solipsistico bisogno di memoria.
Ho sognato Aldo. Eravamo davanti al centro sociale in cui non abbiamo mai messo piede.
Io, lui e la sua canotta portafortuna.
Ci guardiamo, o più che altro stiamo uno davanti all’altro, perché la sua faccia è cancellata. Passa una macchina e mi rifletto nel finestrino lato passeggero. Anche io sono una nebulosa informe di pixel. Quando riporto l’attenzione su Aldotto, i suoi tatuaggi si muovono, vivi su quella statua di sale digitale. Si allungano dalle braccia e si protendono al di là dello schermo, si avvinghiano alla mia testa perché ora non sono più nell’Austria virtuale ma seduto davanti al PC.
I viticci mi premono sulla nuca e mi sbattono la faccia sullo schermo, una, due volte, tre, finché una ragnatela di crepe non si diffonde sul monitor. Tutto è buio e Aldotto è scomparso per sempre.
Scintille elettriche saltano sui legacci, per poi prendere fuoco. Le fiamme danzano davanti ai miei occhi, poi dentro le orbite e la bocca.
Ora sudo ma lo sporco lavoro lo dovrà pur fare qualcuno.
Nel giardino striminzito dietro casa c’è un piccolo cumulo di oggetti che all’occhio profano sembrerebbero non avere alcun legame tra loro.
Butto sulla pila il libro di autoaiuto di Joan Didion che mi è arrivato ieri. Poi il pacco di cartoline con paesaggi astratti che avevo intenzione di spedire alla famiglia: avrebbero potuto usarli come biglietti di ringraziamento.
Quello che è successo è abbastanza chiaro.
Le immagini di Aldo che ho trovato in giro su RoadView sono state banalmente prese da Friendbook e masticate da una qualche intelligenza artificiale che ha elaborato il mio lutto a partire dalle tracce che ho lasciato sui social. Non ho dovuto scrivere nulla di accorato, triste, lacrimevole. L’AI ha capito tutto da sola. Ogni secondo passato online ha svelato un certo grado di me.
Un database in California ora conosce meglio di mia moglie i miei bisogni riguardo a una quantità di argomenti. Introspezione, musica, speranze, cibo, masturbazione.
A partire da quelle immagini, ha fatto comparire di continuo Aldo nei luoghi della nostra “carriera” musicale per tenermi attaccato ai suoi capezzoli da scrofa e propinarmi di tanto in tanto qualche bella pubblicità mirata.
Più cercavo Aldo, più compravo.
Il risultato è nel mucchio che ho preparato dietro casa. Sono una mente debole. È dovuto intervenire il mio subconscio per suggerirmi la via d’uscita.
Spargo il liquido per accendini – sì, ho comprato uno zippo perché ad Ald8 piacevano un sacco, erano un altro dei suoi vezzi, l’AI lo sapeva – e lo verso su tutto il materiale accumulato durante le mie compulsive scorribande di shopping online.
Lo stesso zippo dà la scintilla, il via a questa pira che in un certo senso è un funerale vichingo che ad Aldo sarebbe piaciuto. Tutta questa roba, arrivata a casa mia per riempire vuoti che non capivo, brucia come le mie pupille drogate di dati. Questi oggetti – che mi servivano per riflettere su dove fosse andato a finire un pezzo della mia vita, quella fase di transizione tra aspirante rockstar e aspirante cadavere – alimentano fiamme che fanno comparire la faccia allarmata del mio vicino.
Il signor Trapazzi mi urla qualcosa ma non lo sento.
Mi allontano verso la strada, ma prima mi chino a prendere il taccuino dei pensierini oh-così-liberatori, oh-così-costruttivi, che sta per essere aggredito dalle fiamme. Lo scuoto nell’aria mentre alle mie spalle sbuffa un estintore.
A due chilometri da casa mi siedo sul marciapiede. Non nel parco, non in una piazza né alcun posto addomesticato. Direttamente sul marciapiede che mi gela i jeans.
Apro il taccuino e la carta è così bianca e liscia che mi viene voglia di scarabocchiarci sopra linee senza senso, ma il mio tributo ad Aldo deve essere versato alla vecchia maniera. Parole, versi, strofe. Se non sarà mai una canzone, almeno sarà qualcosa dei Vertebra, per i Vertebra.
In strada sento di nuovo l’aria di epidemia, ma non è il freddo, questa volta lo capisco. Sono le persone. Poche, non parlano. Le altre sono ancora nelle loro case a cercare i loro defunti in un mondo di pixel fatati.
Questi che mi camminano davanti, curvi sugli schermi, sono passati già alla fase successiva, quella della ricerca strada per strada. Esplorazione della realtà mediata da algoritmo.
Epidemia.
Sono novelli Van Helsing, ma cercano i non-morti con il GPS per tenerli ancora un po’ con sé, mica per palettarli o sparare loro in testa.
Ecco, mi sento un po’ meno postmoderno, ora.
Davanti a me c’è questa signora che potrà avere cinquant’anni. Si ferma davanti alla panetteria ma non la guarda davvero. Fissa lo schermo, che inquadra il negozio e lo ripropone per la boutique di abiti da cerimonia che era una volta. Magari il padre ne era il proprietario. Chissà.
Potenzialmente, i non morti sono tutti intorno a noi. Solo che non sono i buoni vecchi camminanti universali, che minacciano tutti.
Sono zombie personali: ognuno ha il proprio.
E scrivo sul taccuino: “È iniziata l’Apocalisse. Cazzo, me l’aspettavo diversa”.
Le parole sono così così, ma bisogna pensarle distorte, lanciate. Al galoppo su cassa e rullante. C’è bisogno di un test, di una linea vocale al volo per assaggiarle.
Quando inizio a cantare – urlare – la signora davanti alla panetteria smette di pensare ai non-morti e inizia a preoccuparsi un po’ più della propria incolumità.
Palco misero e pubblico infimo, ma la sua faccia mi dà un brivido. Una cosa buona che dalla spina dorsale mi arriva all’anima.
Illustrazione di Spartacos
Flavio Torba è un ingegnere reggino, classe 1986, che scrive sotto pseudonimo narrativa speculativa. Ha pubblicato racconti su varie riviste letterarie (Nazione Indiana, L’Inquieto, Specularia, Malgrado le mosche, la nuova carne) e antologie (Speciale Urania 2024, Macchine, IA e Robot). Il suo primo romanzo, Stupenda creatura idiota (Delos Digital, 2024), è risultato finalista al Premio Urania 2022.
