Il Fantanyl dei poveri
Trascrizione conscia e subconscia lavoratore HC74:3:49-C
Anno celecantico 3042
Il cigolio metallico di una porta dietro le mie spalle si chiude con uno sbuffo d’aria depressurizzata che mi rinfresca i talloni, la pressione parziale di ossigeno nella cabina di comando del Pungolo inizia a salire, lo vedo dall’indicatore rosso che scala le tacche accanto alla porta appena chiusa. Sono solo, sento però la voce dell’intermediario di stazione che mi guida nell’accensione del veicolo a cui sono stato assegnato.
Ricordo bene le indicazioni di mio padre e ormai so quali sono i comandi a cui sintonizzarmi, mi siedo sulla postazione azzurra e inizio a coprirmi la testa e poi il petto di un gel fresco e appiccicoso per posizionare gli elettrodi che serviranno per entrare in simbiosi con il Pungolo.
Sono pronto, devo solo inserire il cavo di accensione sulla nuca e partire.
Nell’attimo che precede l’accensione del mio corpo assieme al Pungolo, ricordo la mia nascita di cyborg.
Era intorno ai quindici anni e io ero pronto a tutto pur di diventare pilota ufficiale dell’Azatos, compagnia statale di consegna del Fantanyl affermatesi sul nostro pianeta dopo l’ultima terraformazione. Mio padre fu fortunato a ottenere la cittadinanza come lavoratore-cyborg in Azatos, la prima organizzazione a costruire un’atmosfera artificiale e intere colonie per ospitarci. Di generazione in generazione tramandiamo un lavoro con cui e in cui vivere, è la stessa Azatos che pensa a tutto, provvederà all’educazione dei miei figli – come ha fatto con me con mio padre con il padre di mio padre – al mio sostentamento, alla mia protezione e alla mia cura se ne avessi mai bisogno – qui nessuno viene lasciato indietro.
Il lavoro è molto importante quanto impegnativo, ed è una delle poche cose rimaste in cui le macchine non potranno mai sostituire noi cyborg umani. Sì, certo esiste una simbiosi, ma un Pungolo da solo non può muoversi e non sa come farlo.
Il Fantanyl è l’unico farmaco in grado di indurre la neurogenesi in un sistema nervoso che invecchia. I neuroni sono infatti le uniche cellule per cui è impossibile trovare un sostituto macchinico sia per la scienza che per la legge. Ma basta una singola iniezione di Fantanyl per fermare la degenerazione per qualche tempo. È una terapia salvavita, per i signori della terra che se la possono permettere, e io avrò il compito di consegnarla nelle diverse parti del pianeta dove è richiesta, ma il lavoro deve essere fatto molto velocemente per evitare che gli isotopi radioattivi di cui è composta decadano prima di arrivare a destinazione.
La fortuna di Azatos è stata l’ultima terraformazione, questa ha lasciato uno spesso strato di detriti lungo tutto il pianeta, una specie di crosta solida all’esterno, ma facilmente penetrabile da un veicolo che abbia sufficiente forza. Invece la nostra fortuna è che, ancora oggi, solo noi umani cyborg siamo in grado di guidare il Pungolo. Questo perché gli interventi genetici – che hanno permesso l’addomesticazione di tutti gli organismi del pianeta – non sono riusciti a penetrare gli stessi detriti generati durante il processo di terraformazione. Una popolazione di celeganti, enormi vermi saprofiti, è rimasta a proliferare nel suolo senza che vi potesse essere alcun controllo genetico sul loro numero. I celeganti nell’ultimo millennio hanno appreso velocemente, grazie a una strana forma di evoluzione culturale, come individuare la presenza di un cyborg sopra o nel sottosuolo. Grazie alla loro elettrotassi, che misura le oscillazioni corticali, sono in grado di geolocalizzare cyborg umani in viaggio tra i detriti e allontanarsi dalla loro presenza. Questo obbliga Azatos ad assumere un pilota per ogni Pungolo, per ottimizzare la velocità di ogni corsa, evitando l’eventualità dello scontro con un celegante.
Una miscela di ormoni, glucocorticoidi e adrenalina, invade il mio corpo dal cavo nucale, elettrodi simbionti con il Pungolo inibiscono il mio sistema nervoso parasimpatico e attivano quello simpatico; indosso un sistema di realtà virtuale per mappare e localizzare gli eventuali ostacoli o celeganti in avvicinamento, determinando la traiettoria più efficiente da compiere.
Improvvisamente mi sento pieno di energie, potentissimo, pronto a sconfiggere ogni ostacolo, il mio cuore batte più velocemente e con più vigore, sento i miei muscoli più forti e resistenti, i miei sensi si affinano e inizio a identificare i possibili ostacoli da evitare con molta più prontezza, il mio tempo minimo di risposta agli stimoli si riduce, sento che perfino le mie capacità cognitive sono amplificate. È meraviglioso, mi sento in pieno controllo di un corpo penetrante e sinuoso capace di muoversi attraverso gli spessi strati di detriti. È come se fossi circondato da un mare immenso e io fossi un animale perfetto come un celegante, perfino più potente, adattato al suo ambiente da milioni di anni di selezione. La mia eccitazione è amplificata dal fatto di star guadagnando il pane in questi istanti in cui mi sento più vivo di qualsiasi altro momento di non-lavoro su Azatos. Arrivo a destinazione con un’ora di anticipo sul tragitto, mi avevano avvertito che per le prime volte fosse comune, che il rilascio di adrenalina e glucocorticoidi andasse regolato, ma quanto darei pur di continuare ad averne lo stesso, la stessa dose, doppiamente felice perché cosciente di star portando la vita a un ignoto benefattore e sentire scorrere dentro di me la stessa forza ringiovanente.
L’eterna scala che porta al primo gradino
Tornato dall’ennesimo viaggio sul Pungolo, Aleteon era ancora eccitato dalla carica di energia che solo il suo lavoro poteva indurgli. Quel giorno riuscì a tornare in colonia con una facilità insolita. Nel fondo di uno strettissimo corridoio che si apriva su una stanza angusta, da una poltrona logora, una voce lo chiamava: – Alet, Arxeo è ancora chiuso in stanza, ho paura per la sua salute, non vuole sincronizzarsi alla mia corteccia, sembra essere in un luogo più sotterraneo del Pungolo. Pensa che Azatos complotti contro di lui, ma non riesce a raccontare una storia che rimanga coerente con quelle che mi ha già detto. È come se non fosse capace di dare un ordine ai suoi pensieri nella memoria.
L’energia che Aleteon aveva accumulato si sostituì lentamente a un’amara consapevolezza, il suo corpo ricordò attraverso il racconto di Arepo il vissuto del figlio, il mutismo intermittente degli ultimi mesi. Sulla via dritta che porta dalla vita al lavoro e dal lavoro alla vita, l’equilibrio che pensava raggiunto si ruppe. Aleteon si rivide in uno dei suoi primissimi deliri che erano apparsi così chiari e logici anche a lui prima di diventare cyborg e si dissociò per qualche istante.
– Ti pare modo di reagire a un altro attacco di tuo figlio? Sai cosa significa per lui, l’hai vissuto anche tu, cosa ti fa il lavoro per sentirti così insensibile? Corri a bussargli, a te aprirà – così dicendo, ricadde con la schiena dritta, per l’impegno della voce intransigente, sulla poltrona color malva e rindossò gli elettrodi sulle tempie.
– Apri Arxeo, sono papà –, Aleteon bussò alla porta, ascoltandone lo strano rimbombo metallico. Nessuna risposta, Aleteon continuò a bussare sempre più forte, e i rintocchi sulla porta, che non smetteva di vibrare, si amplificavano a ogni tocco e crescevano nel tempo, molto più assordanti di quanto avesse intenzione di farli sentire. Non ricevette risposta.
Quindi, puntò alla grossa serratura in ferro che fu in grado di forzare, e aprì la stanza. Alla sinistra dell’entrata un piccolo letto rimboccato, sgualcito solo dal peso di Arxeon seduto sul bordo, le mani intrecciate, i gomiti adesi alle anche scolpivano la sua sagoma squadrata. Immobile, le gambe raccolte a toccarsi le ginocchia, lo sguardo inespressivo e fisso.
– Arxeon, respiri, cos’hai? Cosa ti prende? Mi senti? – Aleteon abbracciò il figlio sedendoglisi accanto, preoccupato e tremante, il corpo di Arxeon era vivo, si inclinò sul letto al peso dell’abbraccio, quasi fosse fatto di cera riscaldata a una lieve fiamma. Aleteon ritornò a sedersi diritto col busto rivolto al figlio, ma sentì che il contatto cercato non c’era più, il corpo di Arxeon rimaneva nell’inclinazione provocata dal suo abbraccio. Aleteon ancora più impaurito, portò le mani del figlio sul suo petto. Il resto del corpo di Arxeon non accennava a spostarsi, solo i suoi arti, guidati dal padre, si estesero irrigidendosi. – Cos’ha il tuo corpo? guardami, guardami negli occhi.
Nonostante il freddo e l’immobilità del corpo, Arxeon si comportava come una cera flessibile al fuoco. Il corpo del figlio sembrava plasmarsi in accordo con i movimenti guidati dal padre e si fermava nel punto in cui la guida delle sue braccia lo aveva appena lasciato, come un manichino snodato. Aleteon ritornò ad abbracciare il figlio, per proteggere quel corpo minuto e freddo, rimase così in silenzio, cercando di ascoltare con il suo corpo il corpo di Arxeon. Riuscì a sincronizzarne il respiro, lento e profondo, e il battito. Sentiva la vita in quel corpo e questo lo tranquillizzava, ma non riusciva a sincronizzare le proprie oscillazioni corticali con quelle del figlio. D’improvviso Aleteon intercettò un’impercettibile contrazione del labbro superiore di Arxeon che evidenziava le fossette ai due lati del volto, vide gli occhi riaprirsi per prendere un respiro più lungo, si avvicinò per ascoltare più da vicino. Dalla bocca di Arxeon un flebile suono iniziò a uscire prima lento con il ritmo del respiro, poi sempre più veloce ma con un tono molto basso sssolo, ssolo, ssolo, solo, solo. Quando la velocità della sua parola spezzò il ritmo del suo respiro, spalancò gli occhi come se stesse osservando qualcosa con grande attenzione davanti a sé, allora una strana tensione si caricò su tutti i suoi muscoli e poco dopo scoppiò in una strana verbigerazione ripetitiva e veloce come un mantra: – Salire l’eterna scala che porta al primo gradino, salire l’eterna scala che porta al primo gradino, salire l’eterna scala che porta al primo gradino .
– Hai bisogno di vedere un medico-sacerdote, anche subito, sei un codice rosso, ti visiteranno appena raggiungeremo l’ospedale maggiore – Aleteon mormorò con un tono malinconico e disilluso, alzandosi di scatto e lasciando il figlio immobile su quel letto nella strana posizione di un mezzo abbraccio.
Dementia Praecox
Aleteon, con il corpo rigido e cosciente del figlio tra le braccia, aveva chiesto un trasporto d’urgenza al centralino aziendale e ora scrutava in controluce l’enorme facciata dell’ospedale maggiore.
Ad Azatos, il medico-sacerdote aveva la funzione di riconciliatore di cosmogonie, capace attraverso la cura del corpo di riallacciare l’umano al macchinico. Non esistevano medici umani, la casta era composta da sacerdoti androidi che facevano dell’ospedale il loro tempio. Era l’edificio più alto di tutta la colonia, si ergeva su un lungo stilobate a più scale, la facciata che dava sulla piazza era composta da un portico scandito da tre altissime campate con volte a vela e archi a tutto sesto poggianti su quattro colonne tortili di una pietra verde bluastro. A queste corrispondevano le tre entrate dell’edificio con le corrispettive porte, tutte uguali. L’edificio si estendeva più in lungo che in largo con tre grandi navate ciascuna isolata dalle altre. Entrarono nella porta centrale. L’ospedale era a una sola navata ampia e altissima, lungo le pareti laterali, si stagliavano decine di cappelle con archi a sesto acuto, in cui entravano a più riprese coppie di cyborg e umani. Aleteton e il figlio entrarono nell’unico vano ancora aperto e raggiungibile. Al centro della stanza si ergeva un recinto ottagonale. Tutto intorno, alternandosi a un lato sì e uno no dell’ottagono, si disponevano quattro postazioni, ognuna occupata da tre file di sedili per ogni coppia di fedeli. Tra le quattro postazioni, tutte gremite di fedeli, rimaneva un’ultima fila libera, si diressero lì e Aleteon fece sedere Arxeon ancora visibilmente alterato. Nel centro dell’ottagono era posizionato l’androide che avrebbe svolto la funzione di medico-sacerdote.
– Lavoratore HC74:3:49-C, mi spieghi le ragioni della vostra visita, quali sono i problemi psicofisici di HC122:7:53-C – Aleteon si sentì chiamare, ma non vide nessuno parlare. L’androide si era sincronizzato alle sue oscillazioni corticali e indicava di portargli Arxeon. Mentre Aleteon si rivolgeva verso l’androide sentì una sensazione di disaccoppiamento tra i suoi movimenti facciali, che dovevano generare il linguaggio, e le parole che gli rimbombavano in testa. Come se l’androide stesse inibendo l’accoppiamento tra i centri dell’esecuzione motoria del linguaggio e la sua preelaborazione cognitiva, attingendo alle parole di Aleteon senza il filtro del suo corpo, dove l’androide sapeva che non avrebbe incontrato bugie o falsi ricordi per il vaticinio.
– Vedo che lei è stato ricoverato nel 99:4:87 in questo ospedale. – L’androide stava ispezionando il neurochip di Aleteon con tutte le sue informazioni sanitarie pregresse a cui aveva pienamente accesso. Quindi tuonò più forte come preso dall’entusiasmo della possibile correttezza di una sua previsione – Arxeon alzati e vieni nell’ottagono – Aleteon aggrottò le sopracciglia non capendo lo scopo di quella affermazione nei confronti del figlio immobile da diverse ore, ma le risollevò subito spalancando gli occhi quando vide Arxeon alzarsi sulle sue stesse gambe e camminare meccanicamente verso il medico-sacerdote, entrare nell’ottagono, per poi ritornare a fermarsi nella rigidità completa del corpo accanto all’androide che lo aveva chiamato. Aleteon non ebbe il tempo di dire una parola – I miei sistemi di predizione costruiti secondo precise e antiche categorie nosologiche paiono indirizzarmi in un vaticinio sempre più specifico. – Arxeon che era rimasto in silenzio ormai da un paio di ore dava segni di conclamato mutismo, l’ultimo segno su cui si soffermò l’androide fu un flebile movimento irregolare del labbro inferiore. Attraverso un elettrodo extracranico che misurasse i segnali nervosi di aree del controllo premotorio, l’androide decifrò quello che Arxeon stava cercando di dire, ma che il suo stato gli impediva. L’androide pronunciò quindi ad alta voce quelle parole umane. – Salire l’eterna scala che porta al primo gradino – sembrava che l’androide conoscesse già quelle parole, come se il loro significato si celasse all’interno di uno spazio condiviso tra la macchina e l’uomo al di fuori delle regole grammaticali della lingua. L’androide stette quindi in silenzio per pochi secondi e poi si risintonizzò alle oscillazioni corticali di Aleteon comunicandogli la sua diagnosi, – Arxeon dimostra una sintomatologia complessa ma molto ben descritta, obbedienza automatica al comando, flexibilitas cerea alla manipolazione e in certi casi un forte negativismo degli arti, il quadro che li accomuna è confermato dalla sua verbigerazione che si sta ormai tramutando in un mutismo assoluto, bisogna agire subito. Arxeon è un caso da manuale di dementia praecox in una forma di catatonia grave che lo blocca in questo stato di scissione dalla realtà rifugiato in un altrove che non conosciamo ma da cui abbiamo il compito di liberarlo. L’alternativa è una neurodegenerazione certa di tutte le funzioni intellettive ed emotive, in cui perderà ogni senso. L’unica soluzione possibile è farlo maturare per diventare cyborg – l’androide iniziò quindi a parlare a tutti gli umani della sala perché sentissero.
– L’unica cura per un corpo che è scisso da sé stesso, perdendo ogni scopo e ogni ricordo del perché dei propri passi, è un costruttore di sensi comuni, che non tesse solo la vita di un uomo ma quelle di tutti i cittadini di Azatos, questa soluzione è il lavoro, l’unico lavoro possibile – L’androide pareva pronunciare queste parole con una voce grave e trionfante. – Arxeon necessita di questa cura, è pronto per accoglierla e per vedere il mondo con gli occhi di un cyborg, per condividere con noi lo stesso spazio. Questo significa accettare l’inesistenza del limite tra il macchinico e l’umano, sentire sul proprio corpo l’insensatezza di questa divisione. Possa questo permettergli di percepire il mondo con una sola cultura, quella che mostra tutto senza macchie, senza zone d’ombra, definendosi nell’eterna luce. Arxeon, nel nome di Azatos, inizia a salire l’eterna scala che porta al primo gradino. – Così si pronunciò il medico-sacerdote, l’ottagono si chiuse e un liquido azzurrognolo iniziò a riempire il recinto, che si trasformò in una vasca capace di contenere entrambi i corpi di macchina e di uomo, quindi l’androide posizionò il corpo cereo di Arxeon a braccia e gambe conserte sul fondo della vasca, dove ottenne una completa anestesia capace di annullare perfino in quello stato transitorio l’effetto della catatonia. Gli arti quindi si ristesero, il corpo di Arxeon riemerse dalle acque, galleggiando a braccia aperte sul filo dell’acqua. Sembrava dormisse, ogni rigidità dei suoi muscoli era andata persa. L’androide prese da un lato della vasca un piccolo tubicino in metallo nel cui cavo era inserita una punta sottilissima. Fermò il corpo di Arxeon inserendolo all’interno di una maschera d’acciaio, lasciando scoperto solo il collo e mantenendo la faccia immersa nel liquido azzurrognolo così da stimolare una ipercapnia necessaria al primo respiro. Quindi inserì il sottilissimo filo di metallo, subito sotto il sesto processo spinoso della vertebra cervicale, e riuscì ad accedere allo spazio sub-aracnoideo. Fissò un tubicino associato a un chip capace di regolarne la pressione interna, permettendo una via d’accesso diretta al sistema nervoso di Arxeon. Subito dopo l’operazione il corpo di Arxeon iniziò a contrarre i muscoli inspiratori finché una volta alzatagli la testa non compì il suo primo profondo respiro.
Per un colpo al cuore
– Mi è bastata una singola consegna per sentire con il mio corpo la verità della mia fede. La necessità di una simbiosi tra macchina e uomo e tra lavoro e vita sono delle verità evidenti di per sé, non servono spiegazioni, basta imbarcarsi sul Pungolo e azionare l’erogatore ormonale. Figlio mio imparerai anche tu la necessità di questo sistema, solo così si ha accesso alla piena potenzialità dei nostri corpi così virili e forti.
Ma il mondo sul quale Aleteon faceva affidamento non aveva mai dato per assodato la necessità della sua salute a tutti i costi, solo l’ottimizzazione delle consegne e del risparmio di dosaggio ormonale. Lui era già un lavoratore vecchio e ipereccitato dal suo Pungolo che necessitava una dose sempre più alta per raggiungere la stessa performance di altri piloti. Non conosceva davvero il suo corpo, si era solo affidato alla sensazione immediata di piacere e di eliminazione di ogni dolore, della paura della disoccupazione, aveva invisibilizzato sé stesso pensandosi macchina quando lui rimaneva un uomo, in un’Azienda-Stato che sapeva curare solo col lavoro.
Aleteon interpretava questa sua trasformazione come il più alto cammino sacro che un cittadino su Azatos possa compiere, quello di cui parlano i medici-sacerdoti, il potenziamento umano nella sua più perfetta forma, dove oltre l’ibrido duale del cyborg nasca quello che chiamavano Xenorg, che travalica gli spazi definiti di ogni categoria.
– Dovrà significare qualcosa, questa confusione sensoriale per cui non so più dove finiscono questo corpo così fragile di carne e di sangue e queste pesanti lastre di metallo che affondano tra i detriti a migliaia di chilometri orari, – Aleteon farneticava mentre la sua consegna continuava ad accumulare ritardi, la sua fronte grondava di sudore freddo. Doveva sforzarsi spostando tutta la sensibilità verso il controllo del Pungolo per non sentire un dolore che iniziava a farsi sempre più insistente dalla parte sinistra del torace diffondendosi a tutto il braccio. Il respiro si fece sempre più affannoso e Aleteon perse il controllo del Pungolo che iniziò a rallentare sempre di più, si accorse che un allarme continuo e acuto si era attivato ormai da diversi secondi. Aleteon perse completamente il controllo di entrambi i suoi corpi di macchina e di uomo, quando una voce macchinica iniziò a parlare: – Lavoratore, Azatos è vita come la vita è Azatos. Incrociando i dati bioelettronici provenienti dal Pungolo HC74:3:49-C, abbiamo calcolato una traiettoria di deperimento delle funzioni fisiche e mentali in cui la sua performance lavorativa calerebbe progressivamente ogni anno. L’azienda potrà sostenere i suoi cittadini finché riuscirà a trarne profitto e l’ottimizzazione del guadagno implica l’utilizzo acuto di ogni corpo, altrimenti a lungo termine il sistema non funzionerebbe. La performance ottimale, indotta da un’attivazione della risposta allo stress capace di mobilizzare ogni risorsa corporea, non mantiene la sua stessa efficienza a lungo. Azatos cerca di riacquisire quello che investe dai propri lavoratori e lo fa attraverso i loro corpi, ma questo implica un deperimento delle funzioni corporee a favore di quelle macchiniche. Lavoratore, una placca aterosclerotica blocca la sua coronaria destra, ma l’intero suo corpo è stato codificato in linguaggio macchina e ora è pronto a essere distribuito all’interno della rete che circonda tutto il pianeta. Il compito ultimo di ogni lavoratore è quello di accettare pienamente la sua nuova natura macchinica. HC74:3:49-C, accetta l’ultima cura che Azatos ti offre, riconosci ora in te quello che già sospettavi per completare la tua trasformazione da uomo a macchina, da lavoratore cyborg a Xenorg, o limitati a perire tra i detriti di cui si cibano i celeganti. Non ci fu momento in cui Aleteon si sentì più solo in vita sua, separato da ogni affetto, ha rincorso per anni un’unica ragione confondendola con la sua stessa vita, ha consumato il suo corpo e la sua psiche senza accorgersene. Ora non aveva più nessuna ragione per continuare sulla traiettoria inamovibile del suo Pungolo, se non quello che Azatos avrebbe dovuto insegnargli, la sua cultura, la sua religione, il credo di un orizzonte dove le separazioni tra vita e lavoro, uomo e macchina sono definitivamente oltrepassate. Eppure, sentiva che qualcosa in lui non gli permetteva di continuare a mantenere la traiettoria ora che il corpo non era più suo. Pensò ad Arxeon, alla sua sofferenza, al suo futuro già destinato a consumarsi in pochi anni per il lavoro. Tutto in funzione della struttura finalistica di Azatos, che tanto assomigliava alla struttura del Pungolo, appuntita in avanti per mantenere la linea del profitto. – La morte è solo un punto d’inizio per Azatos, ma io ho deciso di mettere un punto di fine, non manterrò la rotta, diventerò la terra attraverso cui sempre sono passato, diventerò il rifiuto irriconoscibile che voi avete prodotto, ma in silenzio io stesso sarò la mia ribellione. Sottratto a questo mondo che tutto rende rifiuto, anche la carne degli uomini, anche la loro salute per sfruttare, con la precarietà che avete creato, ogni umano, oggi un po’ la dannata curva di crescita non si manterrà costante, l’informazione che resta del mio corpo e della mia mente non sarà mai vostra – disse così e lasciò che il suo corpo venisse nebulizzato tra i detriti del sottosuolo.
Il ritorno
Ad Azatos ogni minuzioso particolare era organizzato per possedere un pieno controllo sulla popolazione umana. L’azienda-Stato, dopo la terraformazione del pianeta, era riuscita a ottenere il diritto genetico su una specifica linea di cellule staminali. Tutti gli umani-lavoratori e le gestanti di Azatos possono essere ricondotti a questa sequenza genomica. Su Azatos non c’erano figli “biologici”. Tutti gli umani erano cloni identici e l’esposoma di ciascun organismo era controllato dalla combinazione del sistema di Welfare stato-aziendale con l’egemonia culturale e religiosa. I ruoli di genere su cui si fondava l’intero controllo riproduttivo erano fortemente limitati a un binarismo finalizzato alla riproduzione. Instillati grazie al controllo socioculturale di Azatos che permetteva solo ai cloni maschili di accedere al lavoro, e alla restante popolazione femminile di assolvere il ruolo di gestanti.
Tutte le nascite avvenivano nell’ospedale centrale, ma le gestanti non ricordavano nulla di quel che succedeva all’interno di quel luogo. I lavoratori erano modificati sessualmente per ospitare due popolazioni di cellule clonate maschili e femminili. L’organo sessuale del lavoratore veniva ingegnerizzato per emettere nel coito una popolazione di cloni paterni e una di cloni femminili. Il rapporto sessuale portava all’impianto sulla parete dell’utero di una coppia di cellule clonate, che davano inizio a una gestazione di gemelli bicoriali, un maschio e una femmina rispettivamente. Ogni particolare era uguale a ogni ciclo. Nell’ospedale, i cloni femmina nati sani venivano separati alla nascita e affidati alle madri il cui parto non era andato a buon fine a causa della complessità della clonazione umana. Con questo sistema Azatos riotteneva la stessa popolazione di organismi maschili e femminili, ripetendo a ogni generazione una stessa identica sequenza genomica capace di mantenere il cerchio unito e intrecciato. Questo permetteva che ad Azatos il figlio era contemporaneamente padre e figlio di sé stesso. Il sistema Azatos era nato con l’acquisto dei diritti su un codice genetico particolare, il cui stesso difetto, una piccola delezione nel cromosoma 21, gli aveva permesso di eliminare la divisone tra il lavoro e la vita. Tutti i figli maschi infatti erano destinati a soffrire di una profonda e gravissima forma di catatonia neurodegenerativa proprio come Arxeon e Aleteon, la cui unica cura era diventare cyborg e iniziare il trattamento ormonale disponibile solo durante la guida del Pungolo. Tale trattamento ormonale era al contempo indispensabile alla vita di questi soggetti con un profondo deficit genetico e capace di indurre una duratura risposta allo stress mobilizzando tutte le risorse energetiche del loro corpo e finalizzandole al lavoro. L’unico problema era che il trattamento ormonale erogato dal Pungolo aveva a lungo termine devastanti conseguenze sul corpo. Azatos aveva dunque interesse a immortalizzare la forza lavoro di ogni cittadinino-lavoratore trasformando ogni corpo in pura informazione, lo Xenorg. Ciò permise ad Azatos di auto-sostenere il proprio sistema indefinitamente, in uno stato di funzionamento al costo continuo dei corpi e della salute di ogni lavoratore.
Arxeon aveva terminato la sua prima consegna, il Pungolo era ora a riposo nella stazione centrale, e il suo corpo usciva da quella macchina come se avesse scoperto una parte di sé che non pensava di possedere. La forza di cui tanto gli parlava il padre la sentiva ora scorrergli in tutte le vene. Si stupì quando pochi minuti, dopo aver lasciato il suo Pungolo nel sottosuolo si ritrovò sotto la luce verdastra del cielo di Azatos, così agile, senza più nessun impedimento. Ritornando in colonia si accorse di essersi scordato di aspettare suo padre. Gli aveva detto di incontrarsi all’uscita del sottosuolo appena avesse finito le consegne del primo giorno. Ma Arxeon non ricordava di averlo visto all’uscita.
La porta si aprì e la madre che lo aspettava guardò negli occhi Arxeon e disse: – Figlio mio, tuo padre se ne è andato, come se ne vanno i celeganti quando il cyborg si avvicina. Il suo corpo ora è codificato in linguaggio macchina, rappresentato nella rete contorta che è Azatos. Non dovrai rattristarti della sua dipartita: chi trova morte nel lavoro trova vita nella morte. Aleteon è ora uno Xenorg, ha raggiunto il grado massimo a cui un cittadino-lavoratore di Azatos può ambire, il tuo amore per tuo padre diverrà amore per Azatos. – Arxeon aveva gli occhi spalancati persi nel vuoto, le pupille distese e un sorriso sornione appena accennato. – La morte? Cos’è la morte se non l’occasione per abbracciare appieno la macchina? I so che papà l’ha scelta, ha avuto la fortuna di incontrarla nel Pungolo, proprio quando è il momento perfetto per trasferire ogni dato di ogni network biologico nel mondo virtuale di Azatos. Sono certo che papà ci stia ascoltando adesso, è integrato come Xenorg nella rete diffusa del cyberspazio e noi in questa casa lo attraversiamo, ne siamo i detentori e i costruttori. Noi cyborg abbiamo il compito di tenerlo in vita, perché solo lui può mostrarci la via. Spero che questo possa essere il mio destino, dissolvere e delocalizzare ogni atomo del mio corpo in un codice dinamico senza scindere le sue connessioni. Cosa importa la località in un universo ibrido, dove la non corporeità del codice permette di avere occhi infiniti con cui guardare al mondo? Sono certo che anche isolando ogni cellula dal cervello del cyborg e distribuendola in tutta la distesa di Azatos senza interrompere nessuna delle sue connessioni, ci sarebbe ancora coscienza, proprio come nello Xenorg. Ma lì, dove? Non ci sarebbe un luogo, una testa che contenesse il tutto, sarebbe Azatos la nostra testa, Azatos il nostro pensiero, la nostra coscienza, la nostra anatomia, il nostro destino.
Mentre scendo nella stazione centrale del sottosuolo mi ricordo la perfetta catena di ragionamenti con cui sono abituato a cognitivizzare Azatos. Rivedo cadere le barriere umane che mio figlio appena nato, Axod, mi ha ricordato con il suo pianto e il suo riso imprevedibile. Ma io so che cerco un altro tipo di libertà, nella via del cyborg.
Ritrovo il mio Pungolo e finalmente salgo nella cabina di comando.
Sono pronto, devo solo inserire il cavo di accensione sulla nuca e partire.
Illustrazione di Mike McQuade
Maurilio Menduni de Rossi studia medicina all’Università di Pisa e alla Scuola superiore Sant’Anna. ta formando la sua carriera per diventare un medico-ricercatore, con un forte interesse nelle interazioni bidirezionali tra cervello e sistema immunitario, cercando di comprendere il modo i cui le identità individuali si costruiscono in un intreccio complesso tra mente, corpo e ambiente. Ha pubblicato articoli peer-reviewed nel campo della neuropsichiatria, in particolare sulla regolazione delle emozioni, e ha condotto attività di ricerca nelle neuroscienze a Pisa, Genova, Cambridge e Toronto. Qui ha lavorato a progetti che spaziano dallo studio degli effetti dello stress precoce sul neurosviluppo fino alle interazioni neuroimmunologiche in modelli di dolore infiammatorio. Appassionato di scrittura e lettura, ama esplorare i confini tra diverse discipline, con l’obiettivo di integrare conoscenze che possano contribuire a una visione situata della salute umana.
