Il cuore sprofondava nella notte coperta da nuvole mute e buie. Allo stesso modo, alle loro spalle, giaceva il relitto della Silna, titano sopito e immobile, arenato sulla spiaggia di Vulcano. L’equipaggio della Meteorina era riuscito ad arginare la perdita di carburante, a riparare i cavi subacquei per la Sicilia e a recuperare una ventina di container, eppure Furlan non riusciva a chiudere occhio.
«Insonnia? servono sonniferi?» chiese Keibi, facendo capolino dall’infermeria di bordo, con addosso un hijab pulito, bianchissimo. «Altra trasfusione?»
«No, no. Non serve», rispose Furlan senza voltarsi, gli occhi incollati sullo scafo rovesciato della Silna. Può ancora dirsi ingegnere di bordo, ora che la sua nave è tra gli abissi?
«È che ho perso tutto. Tutte le speranze che mi ero costruito, tutti gli studi che ho completato per la mia carriera, per lavorare in V. Z.… È tutto affondato.»
«Capisco… Chiamo Canni, resta lì. Ti ascolterà.»
Lə capitanə salì le scale da sottocoperta con la cresta verde acqua ancora fiera, nonostante le occhiaie e la lunga giornata. I suoi occhi rimanevano fissi su uno dei touchpad, e solo in un secondo momento si alzavano verso Keibi e Furlan.
«Scusatemi, vorrei darvi una mano a elaborare il lutto prima di riposare, ma a quanto pare non è ancora finita». Canni ruotò lo schermo verso l’infermiera e l’ingegnere. «V.Z. ci sta tracciando».
Furlan si tolse gli occhiali per massaggiarsi il ponte del naso. «Perché? Capisco tracciare i container che hanno perso, ma perché noi… Cioè, voi».
«Nessun voi, Furlan. Ormai fai parte della Meteorina. È anche un problema tuo ora. Anzi…» Canni aprì la connessione audio con Frans con un paio di tocchi sul touchpad. «Frans? So che non stai dormendo, mi puoi fare uno scan completo dei traccianti?».
«Eh», rispose l’anziano dall’altro lato, accendendosi una sigaretta. «Pronto in dieci».
«Prima di capire perché, dobbiamo capire come», Canni afferrò una sedia pieghevole dell’infermeria e si sedette a cavalcioni. «È possibile che ogni container sia tracciato?»
Furlan inforcò di nuovo gli occhiali e iniziò a ragionare ad alta voce: «V.Z. ha sempre lesinato sui controlli. Ricordo che hanno messo un tracciante ogni trecento container, su quattromiladuecento totali corrispondono a circa quattordici».
«Quindi? Qual è la probabilità di avere almeno un tracciante?», incalzò Canni.
«Da’ qua», l’ingegnere tese la mano verso il touchpad. Lə capitanə alzò un sopracciglio, ma porse lo strumento. «È la probabilità inversa di averne zero tracciati. Devo impostare un prodotto di ipergeometriche, quattromilacentottantasei su quattromiladuecento, e poi via via discendendo fino a quattromilacentosessantacinque… 0.9356924. Quindi la probabilità di avere un tracciante è circa 6.43%. Relativamente bassa».
«Nessun tracciante nei container», confermò Frans dall’audio.
«Impressionante». Keibi rimase a bocca aperta nel vedere il muro di numeri sullo schermo.
«Ragazzo, so che hai perso tutto, ma questa cosa che hai fatto ora… Ci serve a bordo una testa come la tua…», Canni gli picchiettò la fronte con l’indice. «Per fortuna è ancora a galla.»
«Non tutto, però», Frans intervenne con un colpo di tosse rauca. «Il tracciante è sul ragazzo.»
Furlan spalancò gli occhi, rese il touchpad a Canni e iniziò a tastarsi il petto e le tasche senza una parola.
«La tua schedavita», Keibi infilò i guanti e prese una busta trasparente dal tavolo, estrasse una tessera metallica e la toccò tre volte sull’angolo. «Non me ne intendo di numeri e traccianti, ma so che le aziende sono tenute a includere le informazioni biometriche sulle schedevita.»
Canni afferrò la schedavita e lesse: «Battito assente. Stato di vita: deceduto».
«Non sono deceduto, chiaramente», ribatté Furlan. «Cosa significa?»
«Talvolta succede coi naufraghi. Alcune corporazioni particolarmente spregiudicate preferiscono dichiarare il decesso dei dispersi, per evitare eventuali spese di recupero o compensazione verso i sopravvissuti. Quindi sì, non sei deceduto, ma legalmente sei stato dichiarato tale.»
Furlan rimase a bocca aperta. «Non c’è alcun modo di ripristinare lo status di vita? Non voglio essere considerato morto.»
«Si può fare», Canni estrasse la sua schedavita da una tasca sul petto: era graffiata e a malapena si leggeva alcunché. «Io stessə sono un muort ca nata, perlomeno a Reggio-Messina-Villa. Ma prima fammi controllare i dati.»
Canni si alzò dalla sedia e dispose un PC e due tablet sul tavolo dell’infermeria, poi appoggiò la schedavita di Furlan su un lettore a contatto.
«Wow», il suo dito scorse tra le schermate piene di testo e parametri, risultati e certificazioni. «Sanno letteralmente tutto di te.»
«Funziona così a Trieste Alta. Ogni passo della carriera accademica e biologica viene registrato e passato alla scuola o azienda successiva. Alcune aziende richiedono anche la carriera politica, se presente.»
«Se non altro è utile per i referti», commentò Keibi togliendosi i guanti. «Vedo che hai il calcio un po’ basso, e ti mancano vitamine…»
Lə capitanə si voltò verso Furlan con sguardo severo: «Dobbiamo fare un po’ di pulizia qui. Non solo per la questione vivo o morto; se intendi rimanere a bordo devi essere più discreto. Meno cose si sanno di te e meno sei ricattabile. Se vai per mare devi lasciarti la terra alle spalle.»
«Non sono ancora pronto», risponde Furlan a denti stretti. Può accettare di iniziare una nuova vita, ma abbandonare il passato e tutte le esperienze che lo hanno portato fin lì? Mai.
Canni scosse la testa, poi si sedette e aprì una schermata dopo l’altra, scavando sempre più a fondo tra gli accessi disponibili e quelli bloccati. Dopo ripetute richieste di conferma, generò un codice da un altro tablet e lo copiò sulla schermata della schedavita.
«In ogni caso, ho rimosso il tracciamento», Canni indicò la scritta localizzazione inattiva sullo schermo. «In teoria questo può farlo solo il tuo datore di lavoro e solo dopo almeno tre giorni dalla modifica di status a deceduto, ma non penso sospetteranno di un tracciante in fondo al mare.»
«E se lo facessero?», chiese Furlan serissimo.
«Dovrebbero pagare un’operazione di recupero del cadavere per analizzare il malfunzionamento», Canni si sfregò pollice e indice, a indicare il costo non nullo della missione. «Quello che potrebbero dedurre, al momento, è che il tuo battito è cessato dodici ore fa e che il cadavere è stato trascinato al largo dalla corrente. Non sospetteranno di nulla.»
«Non dovrebbero anche vedere che sono stato a bordo di un catamarano?», insistette Furlan, ancora scettico.
Frans tossì dal tablet, poi spiegò con voce roca: «La Meteorina è completamente isolata, così come ogni nostro dispositivo. Né emettiamo alcun tipo di segnale radio, a meno che non decidiamo di farlo. Finché siamo per mare, siamo invisibili».
Furlan annuì in silenzio, si aggiustò gli occhiali. «Quindi resterò morto.»
Canni annuì lento, sfregandosi gli occhi stanchi. «Hai due scelte ora. Lasciar passare un po’ di tempo, qualche mese o anno, e poi ripristinare il tuo status di vita quando tutti si saranno dimenticati del naufragio. Oppure andare a RMV, cambiare identità, tornare a vivere sotto un altro nome e lasciare Pietro Furlan e i suoi rancori sotto a quei container.»
«E se volessi fare causa a V.Z.?»
«Dovresti ripristinare il tuo status immediatamente, dato che i tribunali accettano denunce solo da chi è legalmente vivo, e dimostrare che si è trattato di un malfunzionamento della schedavita.»
«Ma la schedavita non ha funzionato male. Me ne sono separato per qualche ora appena.»
«In quel caso V.Z. può farti causa per aver abbandonato la schedavita sul posto di lavoro», Canni fece spallucce. «Puoi metterti a lottare contro di loro, lo rispetto ed è ammirevole. Ma preparati a non vincere mai.»
Furlan alzò gli occhi al soffitto dell’infermeria, strinse i pugni come per colpire l’aria, ma si trattenne.
“Guarda il lato positivo: la morte libera”, Canni chiuse PC e tablet, poi si alzò e tornò sottocoperta. “Non hai più obblighi, almeno per il momento.”
Furlan si affacciò agli oblò dell’infermeria in silenzio; la foschia mattutina della fata Morgana mistificava la costa siciliana davanti alla Meteorina.
«Ne ho eccome di obblighi. Anzitutto, sdebitarmi per il vostro soccorso.»
«Quello potrai farlo se rimani a bordo con noi.» Keibi gli porse alcune pillole con un sorriso sardonico. «E se mangi più pesce.»
«Lo farò.» Furlan osservò le vitamine sul suo palmo. Continuare a vivere, quello era l’unico vero obbligo che gli rimaneva.
Illustrazione di Ian McQue
Andrea Barresi è un fisico teorico che insegna e scrive fantascienza e fantasy, saltando nel tempo tra Neolitico e solarpunk italiano. Partito dalle vigne del Monferrato e finito tra i pini finlandesi, nato troppo tardi per essere un No Global e troppo presto per vedere un mondo non capitalista, ma giusto in tempo per provare a fare la differenza.
