Cosmonautilus | Ilaria Gremizzi

Dimentica la cera e le piume.
Costruisci ali più solide.

Stanley Kubrick

Mi chiamo Greta Liberatore. Il 24 dicembre del ‘91 ho dieci anni. Mi foro le orecchie. In televisione fanno vedere Gorbačëv, quello con la voglia viola in testa. Dopo il telegiornale, mio padre va all’ospedale.
Buchi, capo della Russia e malore non sono collegati. Però, per qualche motivo, il mio lobo destro s’infetta. Si slabbra.
Undici anni dopo, lo tocco. Lo tormento con indice e pollice.
«Perché no? Voglio dire, perché non credermi?»
Zia Dunja mi lancia una mou avvolta nella carta verde. La tovaglia plastificata ha frange che paiono zampe di bruco, manda sorrisi cerulei.
Dunja la chiamo zia ma non siamo parenti. Manca tra noi il vincolo del sangue. Ci uniscono questioni di scelta, soldi, spazio e tempo. Cose pratiche che secondo me contano di più. Per vivere a Mosca con Dunja e suo marito Viktor, pago un tot al mese. In una vita precedente, siamo stati fratelli. Li amo.
Abitiamo all’undicesimo piano di un casermone sovietico all’uscita della città. O all’entrata, dipende da come uno guarda la cosa. Sopra le nostre teste senza berretti, perché ormai è giugno, vanno e vengono gli aerei. Chiamo la Russia il Paese. Lo sento mio.
«Perché non gli somigli. Neanche un po’.»
Parliamo di me e di Jurij. Come, chi? Gagarin.
Zia Dunja mi mostra una foto del kosmonavt.
«Guardalo.»

Sfavilla nella divisa verde addobbata di medaglie. Il naso gli punta all’insù. Mima, o presagisce, la spinta verso il cielo. Mi ricorda che dalle piume di Icaro, passando per il cannone di Barbicane, la Discovery e il Vostok 1, il volo è un sogno incurabile.

Kosmonavt in italiano si traduce astronauta. O cosmonauta. Lo preferisco. Incarna l’idea di un uomo, che poi era un ragazzo, scaraventato in un bagno gelido di pece e di stelle, polveri e idrogeno, sulle strade sterminate del cosmo. Mentre il Paese pende dalle sue labbra.
La bocca perfetta, la lingua e le corde vocali di Gagarin orbitante descriveranno l’aureola intorno alla Terra. Intenderà blu oppure azzurra?
Non ve l’ho detto. Sono venuta a Mosca per frequentare un corso intensivo di linguistica all’Istituto Puškin. Prendere una certificazione. Questa, la versione ufficiale.
«Gagarin credeva in Dio?»
Zia Dunja mormora una canzone in cui un tranviere rallenta la marcia.
«Credente o non credente, Jurij Gagarin è un eroe della patria.»
«Sì, ma la mia teoria
Un raggio di sole le si sfracella sul dente d’oro.
«Mi sembra inconcepibile.»
Apprezzo di zia Dunja la sincerità. Insiste. Io e il cosmonauta sovietico non siamo parenti.
Intanto scartiamo le caramelle, le mangiamo, beviamo il sole che scandaglia gli angoli della cucina, schiarisce la tappezzeria color sabbia, liscia le finestre, colpisce il samovar in acciaio, torna a poggiarsi sul dente. È l’eco di un satellite che lambisce il nostro cosmo domestico.
«Oggi ti lavo i capelli, Buratino. Sono sporchi.»
Zia Dunja mi chiama così perché secondo lei somiglio a Pinocchio.
Mette a bollire una pentola. In città hanno chiuso l’acqua calda. Per farsi lo shampoo, serve una procedura.
Mentre mi insapona, attacco: «Te la rispiego, la teoria. Mio papà è venuto dallo spazio.»
Mi sfrega la testa. Mimo con le mani una forma oblunga.
«A bordo di una capsula.»
Lei sgrida un po’ me, che mi agito e allago la cucina, un po’ il gatto bianco. Si chiama Burian, beve dal rubinetto. Rimetto le mani dietro la schiena.
«Di nome faceva Marzio. Aveva la carne, la pelle, le ossa il sangue e i denti come un uomo normale, ma veniva da altrove. L’ho capito dalle storie che mi dava da leggere. Asimov. Era russo anche lui, Asimov, o no?»
«Emigrato negli Stati Uniti.»
«Asimov scrive che la storia è tonda.»
«Ciclica, forse. Ma cosa c’entra con Gagarin?»
Mi sfrega la testa con le unghie corte, zia Dunja. Tasta, sotto il mio cuoio capelluto, le cose che penso. Il motivo vero per cui sono a Mosca. Lui. Anzi, loro.
Uno è lo Jurij di cui conosco solo aneddoti, morsi di notizie, le foto e gli articoli di riviste che ho ritagliato e appicciato nel mio quaderno delle indagini. L’altro è il Marzio da cui sono nata. Voglio sapere chi cazzo fosse. Credo Jurij possa aiutarmi.

Il sorriso, gli occhi lacustri di Gagarin mi parlano. Al momento ho ventun anni. Quasi l’età di quando era un pilota e lo hanno selezionato per il programma di addestramento. Come si sarà sentito, di pancia, scoprendo di essere il prescelto? Gli voglio bene.

Mi commuove un fatto. Al posto della frase ufficiale e cioè qualcosa come “Equipaggio, ci accingiamo a decollare”, nell’istante tremendo del lancio dal cosmodromo, se ne esce con un entusiastico: “andiamo”. In russo, “pojechali”, frase casareccia, la uso con i miei amici, quando al parco delle attrazioni ci sentiamo padroni della vita.
Marzio torna a morsicarmi le sinapsi. È morto e io vago per l’Eurasia in cerca di suoi doppi. Forse, mi sono spinta troppo oltre. Mosca. Un corso di russo costoso.
Confronto l’infanzia del cosmonauta con quella dell’impiegato. Hanno poco o nulla in comune. Tranne due cose: sono figli di contadini. E hanno visto da vicino un tedesco. O meglio, la casa di Jurij se la piglia un ufficiale; lui e i suoi resistono in una baracca, cagano in un buco nel terreno finché la guerra non è sazia e gli ridanno la fattoria, due anni dopo. Se ho capito bene il racconto di zio Viktor, che usa molte metafore.

Uno stivale luccica sotto il tavolo, in una cascina lungo il Po. Zanzare si muovono nell’aria. La mia bisnonna serve una minestra di verze a un soldato, che ha le nocche sfasciate da non si sa quali violenze. Accarezza Marzio bambino, che si è messo a piangere.
«Kein male.»
Si lava nella tinozza, il soldato che non vuole fargli male. Si riveste, dorme e finisce lì. A Marzio è andata di lusso, mi dico. Altro che Jurij.
Asciugo i capelli crespi con una salvietta d’epoca.
«Quanti cugini aveva, Gagarin? Ha avuto figli? Nipoti?»
«A cosa ti serve saperlo?»
Zia Dunja esige sempre di sapere a cosa servono le cose. Quando le ho spiegato che volevo un cane, mi ha posto la stessa domanda.
«Te lo ripeto, cerco i miei parenti delle stelle.»
Con parole mie, che diventano nostre, spiattello tutto. Siediti, zia Dunja. Ascoltami.
«Mio padre, Marzio Liberatore, classe 1950, viene da un altro pianeta. È un viaggiatore. Ha attraversato galassie ed epoche per farmi nascere. Il suo nome in codice è ML-1950.»
«Beveva?»
Questa l’unica domanda della zia Dunja. Cerca di acchiappare Burian.
«Gagarin, secondo me, beveva. Per un uomo, è normale amministrazione. Va bene. Ma in lui, vedi, albergava un animo delicato. Nobile. Troppo, per vivere a lungo. Figurati poi, fare la storia. Ma questa è solo la mia opinione.»
Burian fugge. A me avvampano le orecchie.
«Secondo me c’è una famiglia nascosta di cosmonauti, zia Dunja. Nascono uno dall’altro, ma non lo sanno, perché vivono sparsi per il cosmo. Alcuni sono in viaggio per raggiungerci a bordo di veicoli interstellari. Siamo stati avvertiti. Da Asimov. Mi capisci?»
Zia Dunja scrive su un pezzo di carta quadrettata. Sbircio. Non sono calcoli numerici per aerospaziali. È la lista della spesa. Panna acida, 1 litro. Pane nero, 2 pezzi. Carote.
«Parli un discreto russo, Buratino. Ma non capisco cosa intendi. In Occidente leggete cattiva letteratura. Per questo motivo, la tua testa è dura e piena di cose futili. Non si rompe, che è una cosa buona. Ma funziona male. E tu prendi tutto troppo in profondità. Vicino al cuore. Questa è una cosa meno buona.»
La lista della spesa si allunga. Latte scremato. Maionese.
«Tu, zia Dunja, sei certa che i tuoi genitori sono i tuoi genitori?»
«Credici. Ma verifica» fa zia Dunja. Scrive: “uvette”.
Se fossi stata scambiata in culla, il morto non sarebbe il mio genitore biologico. Potrei incontrare quello vero. Magari è vivo, sta in Australia e alleva cocorite. Però non sarebbe la stessa cosa. Cioè. Tutto sommato, preferisco tenermi ML-1950. Il suo decesso mi ha spinta fin qui.
Ho paura.
«Vai a visitare il Museo della cosmonautica.»
«Non ho i soldi del biglietto» mento.
Lei alza un sopracciglio bianco, di zucchero filato.
«Questo è un problema.»
«Se dico che sono la nipote di Jurij, magari entro gratis.»
«Chiamano il direttore, Buratino. E ti portano via.»

Cos’è che non ha funzionato, nell’ultimo viaggio di Gagarin, mio avo o non avo? Come ha fatto a sfracellarsi con un caccia MiG-15UTI?

Un giorno in cui la luce pare di pesca, o tuberosa e comunque benevola, mentre un merlo ciarla sul davanzale, decido. Buco il corso all’Istituto.
Rifiuto la colazione, con la scusa che Hemingway, in Fiesta mobile, visitava i musei a stomaco vuoto. Per un’esperienza estetica più piena.
Scendo dalla metropolitana alla fermata del VDNKh. Percorro a piedi il Viale dei Cosmonauti. Le gambe mi si rammolliscono, come l’insalata di carote che zia Dunja mi ha obbligata a portarmi appresso.
Incontrare anche solo il simulacro di Jurij mi terrifica. Per me è la resa dei conti. Mi pianto davanti al Monumento ai conquistatori dello spazio. Penso che potrebbe risucchiarmi, se volesse. Non lo fa. Leggo l’iscrizione dorata:

Guardo i rubli unti che ho in mano. Li ho risparmiati per due settimane.
Aspetto. Aspetto il momento perfetto.
Per la terra e per il secolo.
Aspetto finché dal cielo cola un crepuscolo, come spremuta annacquata, sul titanio dell’obelisco. Il museo chiude. Osservo i russi passare avanti e indietro. Salutarsi. Imboccare strade diverse.
Torno a casa che è buio. Mangio patate schiacciate e soffritte con la cipolla. Non mi lavo, che tanto mi sono lavata ieri. Mi butto a letto. Il giorno dopo, rimiro le mie unghie con lo smalto smangiato.
«Meraviglioso, il museo della cosmonautica. Meraviglioso.»
Zia Dunja ride.

Fino a oggi, la vicenda di ML-1950 e delle mie ricerche non l’avevo raccontata a nessuno. Tranne alla zia e suo marito, che però è un po’ sordo. Certo, c’è poi Burian. Ma è un gatto. Comunque, ben prima del trasporto in ospedale, intuivo che ML-1950 avrebbe fatto una brutta fine o una fine precoce. Mi toccava imparare la via per le stelle. Diventare cosmonauta anche io. E siccome mancavano le scuole adatte, mi sono rivolta ai piani alti.
Ho scritto ventitré lettere a Gesù Bambino. Gli ho chiesto un’astronave, sempre la stessa. Nome: Cosmonautilus. L’ho descritta. Ho accarezzato le leve di comando. Sentito la spinta di sei motori a propulsione nucleare. Bevuto i miei pasti da cannucce che parevano sacche di plasma. Sfiorato i sedili.

Gli interni. Gli interni, Gesù Bambino, sono importanti, perché un cosmonauta deve viaggiare comodo. Se puoi, per favore, fammeli in pelle bianca e applica gli adesivi dei Popples. Importante: falla tonda, la Cosmonautilus. Capace di appiattirsi come un vinile. O diventare una palla che contiene le cose. Ma senza uccidermi, se io sono dentro, altrimenti non è una buona astronave.

GB non risponde. Comincio a scrivergli già a Pasqua. Sono una tipa pratica, voglio dargli il tempo di stabilire priorità tra la mia Cosmonautilus e le richieste degli altri bambini. Aro l’universo.
Mio padre prende le buste. Ha le dita profumate al Marsiglia. Promette che le consegna. Mi fido. Si conoscono, ML-1950, GB e pure YG. Di certo, tutti e tre hanno letto Asimov.
«Perché spaccare il capello in quattro?»
Zio Viktor sbuccia una mela. Sostiene che i giornali hanno tentato di mettere Gagarin all’angolo. Perché ha orbitato, sì, ma poi si è fatto espellere e si è paracadutato in un campo, lontano dal punto. Come se avesse importanza.

GB, se non capisci qualcosa della mia lettera, fammi un segno. Ti rispiego. Natale si avvicina e quest’anno ci tengo tanto, tantissimo al mio regalo. Voglio usare la Cosmonautilus come prima cosa per vedere casa mia dall’alto. Penso che sarebbe molto emozionante. Un’esperienza che mi può cambiare la vita.

I Natali s’inanellano. Zero Cosmonautilus sotto l’albero o parcheggiata in giardino dove, considerato l’ingombro, sarebbe logico. Mi rassegno. GB non esiste. Altrimenti, due righe me le manderebbe. Anche solo per dirmi: “Guarda, cosmonauta GL-1981, mi stai simpatica e mi piacerebbe portarti l’astronave che mi chiedi, ma non riesco per questo e per quest’altro motivo”.
Io capirei. Li leggo, i libri. Conosco le problematiche delle esplorazioni spaziali.

Nel ’91, mi perdo io. Mi sparano dentro gli orecchini, come ho detto, con una pistola. Dopo, guardiamo Gorbačëv al TG1 e ML-1950 schiatta. Perché mangia carciofi sott’olio contaminati dal botulino.
Ce lo rispediscono in una navicella di metallo. Ha un oblò in alto. È lunga e rozza. Spigolosa. Non aerodinamica. Chi l’ha progettata? Gente si aggira intorno al veicolo. Mi distraggo. Portano via ML-1950. Sbagliano strada. Lo mettono nella terra. Non va bene, stronzi. Spiego che lo devono lanciare nello spazio, rimandarlo all’origine. Urlo che io, sotto le dita morsicate o dietro le orecchie, dove il cerchietto mi fa un solco rosso, ho la strada scritta. Da anni cerco di ottenere un’astronave personale. Come sarebbe, non si può? Si può sì. E no, non sto calma. I libri ne parlano, credetemi. Credetemi.
Non mi credete? Bene. E allora sapete che c’è? Quando compio diciott’anni vado in Russia a cercare Gagarin. Dite che è morto anche lui? Chissenefrega. Voglio le testimonianze di chi, come me, sa che ML-1950, il comandante Jurij e Asimov erano diversi. Da chi? Dagli altri terrestri.

2034.
Maggio. Una metropoli europea. Sull’asfalto, oltre la mia scrivania, corrono autobus, betoniere, motociclette e camion. Sudo. Abbiamo l’acqua calda tutto l’anno, qui. Mancano un Museo della cosmonautica e un monumento ai pionieri del cosmo. Che io sappia.
La zia Dunja è morta di aneurisma, lo zio Viktor non so. Mi hanno regalato un libro dalla copertina setosa. La via per Amaltea. Lo hanno scritto i Fratelli Strugackij. Racconta di una base spaziale su un satellite di Giove. Devo ancora leggerlo.
La dedica mi augura di godere di una salute siberiana, che tradurrei di ferro. Raggiungere le mie mete. Trovare il mio posto nel mondo.

Illustrazione di Bryan Kelly

Ilaria Gremizzi è nata nel 1981. Madrelingua italiana, parla russo, inglese e francese. Ha studiato Teatro e Arte Drammatica in Ex-URSS. Esordisce come autrice in Francia e vince il premio Adelf-Amopa pour la première œuvre francophone (2013). Traduce e pubblica saggistica, poesia e testi di spiritualità. I suoi racconti sono selezionati in concorsi e appaiono in antologie e riviste, tra cui Pulp Exploitation Revolution (Mille Battute), Racconti di Viaggio (Rudis), Spaghetti Writers, Neutopia e per I libri di Mompracem.

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