Il vestito | Daniele Israelachvili

Mi sveglio perché non sento più il braccio. Capita che la notte rimanga bloccato sotto il nostro corpo, solo che questa volta non formicola nemmeno. La testa di mio fratello, adagiata sulla mia, preme più del solito; provo a spostarla con una lenta torsione del collo ma, appena mi giro, mi è di nuovo addosso. Con l’altra mano prendo per il polso il braccio che non sento più e lo sollevo, scuotendolo con forza. Stanco di provare, lo lascio ricadere sul letto e con le dita stringo il naso di mio fratello, tappandogli la bocca con il palmo: il suo modo preferito di svegliarmi la mattina. Ma lui rimane immobile.

Mamma desiderava un bambino che non ne voleva sapere di arrivare.
«Il prossimo sarà speciale», continuava a ripetere.
Papà voleva un figlio che riscattasse i suoi sogni.
Il giorno in cui nascemmo furono entrambi accontentati.

Quando provo a tirarmi su, realizzo che è tutto il lato destro del nostro corpo a essere più pesante, come se mio fratello stesse collassando su sé stesso. Un denso buco nero che mi risucchia. Mamma, penso, ma non la chiamo. Porto allora la mano sulla sua guancia tenendogli la testa premuta contro la mia, per aggrapparmi a qualcosa.

Per i dottori non saremmo arrivati a sera.
Quando il giorno dopo ci trovarono ancora vivi, proposero di tagliarci a metà, ma solo uno di noi due sarebbe sopravvissuto.
Poi uno dei dottori aveva puntato il dito sulla testa di mio fratello. Lui sorride ogni volta che la mamma lo racconta.

Mi torna in mente il giorno in cui, ancora bambini, qualcuno aveva chiesto alla maestra cosa sarebbe successo se fossimo caduti dentro a un buco nero. Lei aveva risposto che la realtà è come se si dividesse in due: da una parte si muore subito, inceneriti, dall’altra si rimane completamente integri. Poi aveva aggiunto che, varcata una certa soglia, non è possibile tornare indietro.

Due teste, due colli, due braccia, due gambe, due cuori. Uno l’intestino, l’ano, il pene.
Mio fratello è alto dieci centimetri più di me. Questo significa che, per non affaticare la schiena, io debba portare una scarpa rialzata e tenere la testa inclinata. Senza di me, mio fratello sembrerebbe un ragazzo normale.

Lascio la presa e la sua testa scivola sull’altro lato. Porto la mano sul suo cuore e poi, preso dal panico, la metto sul mio. Batte ancora. Quando provo a chiamare la mamma le mie labbra si toccano due volte, ma non esce alcun suono.

All’inizio dello spettacolo lui entra salutando il pubblico, e mandando baci alla prima fila, mentre il mio braccio ciondola sul fianco e ho il viso in fiamme per l’imbarazzo. Vorrei essere morto.
Poi le luci si abbassano.

Mentre i battiti del cuore provano inutilmente a cullare il mio respiro, continuo a chiedermi cosa farebbe lui, adesso, al mio posto. La mamma dice sempre che già da piccoli ero io a seguirlo, lui non stava mai fermo: faceva il primo passo con la gamba e io mi limitavo ad andargli dietro con l’altra, poi il secondo passo e io di nuovo appresso. Non sono mai riuscito a tirarlo da nessuna parte, mai dove io volessi andare. E anche ieri sera, gli avevo detto di lasciar perdere, che non ne valeva la pena. Ma lui era già partito. Così mi è toccato essere, ancora, spettatore della mia vita, e mentre si picchiava con il ragazzo che ci aveva insultato per strada, io tenevo gli occhi chiusi, sperando che finisse il prima possibile.

Prende il microfono in mano e rimane in attesa che le dita di nostro padre comincino a muoversi sul pianoforte, poi apre la bocca. Gli artisti sono persone sensibili, penso, mentre gli spettatori respirano all’unisono, come un unico corpo, rapiti dalla purezza della voce di mio fratello. Lo crederei anche io se non lo conoscessi bene. Mi guardo attorno, non posso fare altro per tutta la durata dello spettacolo, e ho sempre lo stesso pensiero: tutti questi occhi puntati su di me, e nessuno mi vede.

La mamma dorme tranquilla, ancora ignara, ma la sua voce già rimbomba nella stanza: Non potevi fermarlo? Perché non l’hai aiutato? Cerco di scacciarla ma, muovendomi, la testa di mio fratello ricade per l’ennesima volta su di me. Mi giro di scatto e porto la mano sotto il suo mento, spingendolo più lontano possibile, fino a quando la pelle del collo comincia a farmi male. Allora smetto e lo colpisco ripetutamente sul petto. Tento di fare respiri profondi in modo che la rabbia se ne vada via, portandosi dietro la voce di mia madre.

Mi sento svuotato. Per la prima volta in tutta la mia vita sono solo, sono io a decidere cosa fare. Eppure continuo a rimanere immobile sul letto.

Quando siamo andati dal sarto per il vestito da indossare durante lo spettacolo, ci aveva aperto la porta sua figlia, che era diventata tutta rossa alla vista di mio fratello. Mentre il sarto prendeva le misure continuava a chiedere se lo voleva più stretto là, o più largo lì e il tessuto, e le righe, ti piacciono le righe, ragazzo? Mai che mi rivolgesse la parola. Poi, arrivato al mio lato, aveva cominciato a girarmi attorno, con lo sguardo dubbioso. Ogni tanto prendeva il metro tra le mani, infilava uno spillo ma poi lo toglieva subito, rimettendosi a pensare. Quando alla fine i nostri sguardi si incrociarono, sembrò sorpreso, come se fossi apparso all’improvviso. Borbottò qualcosa e finì il resto del lavoro in silenzio.

Sento ancora gli applausi quando mi sveglio. Per la prima volta a mio agio sul palco. Un colpo di sonno, o forse ho perso conoscenza quando ho provato ad alzarmi: più il buco nero mi avvolge, più il corpo diventa pesante. Ormai non è possibile tornare indietro.

Mio padre ebbe l’idea, il resto lo fecero il sarto e le luci. Bastava che mio fratello si mettesse di profilo e che io tenessi la testa ancora più inclinata sulla spalla e, letteralmente, sparivo. Al termine dello spettacolo non cambiava nulla. Mi sforzavo di sorridere alle persone che venivano a congratularsi, mentre lui già sceglieva la ragazza da portarsi a casa. Una volta a letto mi voltavo dall’altro lato, seguendo ritmicamente i loro movimenti, cercando un punto dove posare lo sguardo. Anche io ero dentro di loro, ma non era me che abbracciavano. Non ho mai baciato nessuno, io.

Faccio scivolare la gamba fuori dal letto e punto il gomito sul materasso, cercando di sollevare il lato di mio fratello che continua ad impedirmi di muovermi, anche da morto. Una volta seduto, mentre prendo fiato, lascio galleggiare lo sguardo per la stanza illuminata dai raggi della luna che filtrano attraverso le persiane, fino a quando non mi soffermo sul suo viso: gli occhi chiusi, la bocca semiaperta e la testa che dondola impercettibilmente. Sembra che stia dormendo. Appoggio la mano sul comodino e riesco finalmente a mettermi in piedi. Guardo dritto davanti a me, come se dovessi trasportare una persona sulle spalle, su una corda sospesa nel vuoto, con la paura di cadere. Faccio microscopici saltelli, tenendo tutto il corpo sbilanciato a sinistra, mentre la gamba di mio fratello sbatte a terra. Arrivato davanti all’armadio apro l’anta, vi appoggio la spalla contro, e passo le dita sul bavero della giacca fino al colletto, lungo e a punta, della camicia cucita apposta per noi. Prendo la gruccia e vado a sedermi sul fondo del letto. Dopo vari tentativi, senza il suo aiuto, riesco a malapena a infilare la mia gamba nei pantaloni e il braccio nella giacca, e mi tiro di nuovo su. Mi guardo allo specchio, mettendomi sul fianco, in modo da nascondere il più possibile la sua testa, e raddrizzo il collo, mentre tengo con la mano i pantaloni. Poi chiudo gli occhi, cercando di sentire nella mia testa, ancora una volta, gli applausi del sogno; ma la sala è completamente vuota. Stremato, mi lascio andare indietro, sul letto.

La porta si apre e, anche se ho le palpebre ancora chiuse, mi accorgo che è giorno. Provo ad aprire gli occhi, ma non ci riesco. Sento la sua voce, senza comprendere le parole. Capisco solo che è agitata. Mamma, mamma, sono ancora vivo, grido, ma la bocca rimane sigillata. Le sue mani adesso sono ovunque e aspetto che lei prenda la mia testa tra le braccia. Ma per quanto il corpo sia scosso dai suoi movimenti, e senta forte lo schiocco dei suoi baci, rimango in attesa.

Illustrazione di Cristiano Baricelli

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