Turning indigo | Silvia Roncucci

All’inizio non ho dato peso a quello che stava accadendo.

– Dipenderà da quella schifezza che ti bevi… – osserva Massimo.
– Che dici… il mio succo è fenomenale! – rispondo mentre mi guardo allo specchio di profilo.
– Magra sei magra – continua – però… Aurora, la faccia della mamma non ti sembra un po’ celestina?
– Non saprei. Ciao! – e fila via di casa senza neanche guardarmi.
– Non preoccuparti. Ci vediamo stasera verso le otto – Massimo si infila i guanti, fa l’occhiolino ed esce.
Mi avvicino allo specchio e controllo la pelle del viso. Non l’avrei definita “celestina”, ma di un grigio acquoso, più scuro attorno alle palpebre, agli angoli della bocca, all’attaccatura delle orecchie. E pure sull’ombelico, noto sollevando la maglia. No, non poteva essere il succo di mirtillo e alga spirulina, quella è roba che ammazza i radicali liberi. Doveva dipendere da qualcos’altro. A ogni modo, meglio limitarsi a bere della semplice acqua per un po’.

L’aria fuori è ruvida, il cielo un denso strato di ghiaccio.

Salendo in auto, getto il borsone della palestra sul sedile posteriore, accanto al vestito per la festa di Aurora da portare in tintoria. Le prove di pittura le ho in borsa: devo ricordarmi di fare quella benedetta telefonata all’imbianchino. Magari trovare il tempo di passare dall’estetista per una lampada, che avrebbe mandato via quel colore malato, ed essere di nuovo al lavoro per quando le signore sarebbero uscite dall’ufficio, fermandosi da me. Insomma, la vita incalzante di sempre.

Arrivata al salone, accendo le luci, do uno sguardo d’insieme al locale e mi metto ad aspettare la prima cliente, sfogliando una rivista. Maria ha chiesto un giorno di ferie e gliel’ho dato, visto che i lavori di lì a poco ci avrebbero impegnate parecchio. Mentre scorro le pagine mi cade l’occhio sulla specchiera. Avvicinandomi, ho l’impressione che il mio viso sia diventato più scuro. Guardo l’orologio: le nove meno cinque. Afferro il beauty case per stendere uno strato ulteriore di fondotinta, ma non faccio in tempo perché suona il campanello.

– Fossero tutte come te… – dico a Chiara. Cerco di coprirmi il volto con una mano, mentre le faccio segno di andare al lavaggio.
– Lo sai che spacco il secondo, tesoro.
Chiara si toglie il giaccone e si mette a sedere, mentre io le do le spalle: – Che hai? Mal di testa?
– Sì, ho dormito poco. Sai, i lavori nel salone, gli impegni…
– Posso immaginare… Oddio! – esclama, seduta davanti allo specchio, con la mia faccia riflessa –Che cavolo ti è successo, tesoro?
– Sono stanca. Te l’ho detto.
– Mi sembri bluastra. Se non ti passa chiama il dottore – mi fa, senza staccarmi gli occhi di dosso.
Il campanello suona di nuovo e la signora Tomei entra ansimando: – H-ha visto che ce l’ho fatta? – dice, togliendosi cappello e sciarpa – Era da tanto che cercavo di prendere appuntamento…
– Trovare un buco da lei è un’impresa… – risponde Chiara, alzando le mani.
– Infatti. È sempre piena fino al… o porca miseria, ma che le è successo? – domanda la Tomei avvicinandosi.
– È blu, non la vede? – dice Chiara facendo spallucce e continuando a leggere la sua rivista.
– Sarà la stanchezza. Metto il casco alla signora e sono subito da lei. Si accomodi pure al lavaggio.
La Tomei si tira su il colletto del maglione per coprirsi fino al mento e rimane immobile qualche secondo, girandosi senza sosta le due fedi che porta sull’anulare. Poi si siede mentre io e Chiara continuiamo a parlare. Quando Chiara le parla, lei risponde con un mugugno. Mi avvicino al lavabo e le ripeto di accomodarsi, ma lei inizia a fare no con la testa: si alza, e con la scusa di un po’ di capogiri sin dal risveglio e di una corsa che aveva peggiorato la situazione, se ne va senza rischiare di lasciare la messa in piega a metà. Io e Chiara ci guardiamo in silenzio, mentre lei va via ancora più in fretta di quando era arrivata.
Riesco a cavarmela per il resto della mattina: evito lo specchio, cerco di mantenere posizioni che non mostrano il mio colorito, e conto sul fatto che le ultime clienti siano tutte abbastanza anziane da credermi quando sostengo che la tesi del malessere passeggero.
All’una salgo in macchina e telefono al dottore che accetta di visitarmi subito. Mentre gli parlo,  guardo il borsone della palestra. In quelle condizioni non ci sarei andata, potrei riprogrammarla per il fine settimana. In tintoria mando Massimo domani. Forse con l’imbianchino potrei accordarmi per telefono, anche se con quelli che ti fanno i lavori bisogna parlare a quattr’occhi, se no non ci si intende.  Sono costretta a cancellare anche gli appuntamenti del pomeriggio e questo mi dà sui nervi.

– Ha avuto vomito, diarrea? – chiede il medico mentre mi ausculta.
– A dire il vero mi pare di stare bene fisicamente.
– E di testa, come si sente?
– Lei come si sentirebbe se si ritrovasse blu?
– Volevo dire, potrebbe dipendere dall’ingestione di nitrati di argento. A volte capita quando uno li prende … insomma: per suicidarsi.
– Le sembro una che si vuole suicidare?
– No. Comunque: le segno vitamina E e selenio. E poi prima possibile facciamo le analisi. Sarà stata esposta a qualche sostanza nociva, magari qualcuno dei prodotti che adopera? Vedrà che le passerà presto.
– Rispetto a stamattina mi sembra già di stare meglio.
Entrata in macchina, faccio un grosso respiro e abbasso il parasole per guardarmi allo specchietto.

Sì, di certo non sono migliorata, ma ora so che c’è una cura. O almeno una specie di cura.

Passo in farmacia e torno a casa convinta che il medico abbia ragione.
Entrando in casa, sento delle voci provenire dalla cucina. Massimo a volte torna a pranzo, ma a quest’ora dovrebbe già essere in ufficio da un pezzo. Sono sicura che oggi Aurora deve essere a scuola di pomeriggio, ma forse mi sbaglio.
– Mamma, vieni! – dice Aurora.
Massimo è seduto al tavolo, davanti a sé una tazza dove sta in infusione qualcosa, si strofina le mani. Aurora è in piedi, appoggiata a un mobile, una bottiglietta d’acqua in mano. Mi guardano in silenzio: tutti e due hanno faccia e mani indaco.

Ci siamo chiesti se fosse il caso di contattare le autorità sanitarie, ma abbiamo deciso di aspettare. Aurora si barrica in camera, rifiutandosi di andare a scuola, anche se le avessi messo tre dita di fondotinta. Massimo dice che può gestire lo studio a distanza per qualche tempo. Io mi ostino ad andare al lavoro il giorno dopo, ma una dopo l’altra le clienti cancellano gli appuntamenti: la voce era corsa. Decido di approfittarne per anticipare i lavori al salone anche se non riesco a rassegnarmi di non poterli controllare di persona.

Dopo una settimana la situazione non cambia, chiamiamo l’Azienda sanitaria. Ci sottopongono a visite che non rivelano le ragioni dell’improvviso cambio di colore della nostra pelle e anche le analisi delle acque di casa non danno esiti rilevanti. Ci raccomandano di non uscire, ci avrebbero aiutato loro con la spesa e le altre necessità.

I primi giorni mi controllo la faccia di continuo. A volte mi sembra che anche i miei lineamenti siano diversi. Sento la pelle più cadente, gli zigomi più piatti, un minuto dopo più sporgenti. Guardo Massimo e Aurora e vedo anche in loro dei cambiamenti, per poi scuotere la testa e ammettere che sto immaginando tutto. Mi rinchiudo nella piccola palestra in garage, sfinendomi di fatica. Ogni tanto Massimo viene a pregarmi di smettere, perché avrei finito per farmi male. Cerco notizie sul web e Massimo mi dice di evitarlo. Il medico risponde alle chiamate sempre più di rado, ripetendoci che era solo questione di pazienza. Massimo passa le giornate al PC e al telefono e Aurora continua a starsene in camera sua. Al mattino la sento scendere in cucina mentre sono ancora a letto, prende qualcosa, e torna in camera. Lascia segni di pasti e cerca di non incrociarci.

Dopo due settimane Aurora comincia a piangere di notte. Mi avvicino alla porta e le chiedo di farmi entrare, senza risposta. Al mattino è ancora chiusa a chiave. Il giorno stesso, più tardi, la trovo aperta. Chiamo Aurora; in salotto non c’è, nel bagno neanche. La porta-finestra del balcone di camera mia è spalancata; entro sentendo il sangue divampare fino alla testa, ma non è neanche lì. Anche Massimo esce dallo studio e comincia a cercarla. Mi torna in mente la volta in cui io e lei passeggiamo, l’avevo lasciata libera di scorrazzare da sola – avrà avuto sei anni –, ma per un attimo mi ero distratta e avevo sentito che era in pericolo. Mi ero voltata verso di lei e l’avevo afferrata poco prima che precipitasse in un tombino aperto. Quel ricordo mi ha spinto ad alzare la testa. L’ingresso della soffitta è socchiuso.
– È permesso? – chiedo.
Nessuna risposta. In fondo, dove c’è una finestrella, Aurora è china su qualcosa.
– Che ci fai qui?
– Si vede la città – dice senza voltarsi.
Mi avvicino, le passo una mano sulla testa. Ho il fiatone.
– È vero, si vede anche la tua scuola.
– Non ci sono più andata, mamma.
– Dove?
– A scuola. Erano più di due settimane che non ci andavo. Falsificavo la tua firma.
– E perché?
– Non avevo voglia. Non mi piace.
– Ma come? Eppure non vai male. Forse sarà un momento.
– È stata una scelta sbagliata.
La guardo mettendola a fuoco e abbasso la testa. Ero certa che quell’istituto le avrebbe garantito un futuro sicuro, senza pensieri.
– Sai perché piangevo? Perché ero felice. Felice di non andarci, infelice di essere rinchiusa qui, ma sollevata di non stare lì. Una cosa stranissima.
– Cos’hai lì? – le chiedo indicando dei fogli che ha in mano.
– È per Inglese. La prof mi ha detto che per sfogarmi posso scrivere.
Mi avvicino e vedo che in cima ha tracciato con dei caratteri contorti ma eleganti le parole Turning indigo.
– È il resoconto di queste settimane.
– Brava – le dico, mentre l’accarezzo.
Torniamo in cucina e il nostro abbraccio viene subito interrotto da un rumore che veniva da fuori. Guardo dallo spioncino, non c’è nessuno. Non oso avvicinarmi alla finestra. Sento un altro colpo secco e decido di aprire il portone.
Davanti casa, a una certa distanza, c’era Chiara con un grosso sasso in mano.
– Ferma! – le grido: – Che fai?
– Sono venuta a trovarti. Ho evitato pure di toccare il campanello, visto che hai paura di essere contagiosa. I segni dei sassi nel portone li ripago io. Ti chiamo al telefono e parliamo da qui, non ho voglia di sgolarmi. Ok, tesoro?
Scoppio a ridere e dopo un attimo il riso si trasforma in grosse lacrime, in pianto incontrollabile; io ero incontrollabile. Non avevo la forza di stare in piedi.
Chiara corre da me, mi guarda senza sapere cosa fare, poi mi tira su e mi stringe tra le braccia. Mi racconta che la Tomei era scappata via senza salutarla; temeva che anche lei fosse in qualche modo contagiosa. Tutti quelli che incontrava le raccontavano di aver saputo la notizia e si allontanavano, temendo il contagio.
– Dici che guarirò? – le domando prima di salutarla – E anche se lo faccio, quand’è che smetteranno di guardarmi come un’appestata?
– Guarirai. E in qualche modo restituirai il male ricevuto.

I giorni successivi ho smesso di allenarmi. Di telefonare all’Azienda sanitaria e al medico. Di prendermela per i lavori al salone, per gli appuntamenti persi. Aurora passava solo qualche ora in camera sua e il resto della giornata lo trascorreva con noi. A Massimo era venuta una specie di allergia e gli occhi gli bruciavano talmente tanto che doveva evitare ogni schermo. Chiacchieravamo, riordinavamo e commentavamo vecchie foto.
Mentre me ne sto sul letto a leggere, Massimo allunga la mano verso di me: – Vedi? Niente più pellicine.
Mi alzo per guardare meglio e noto che le sue mani sono ancora blu, ma non erano più spellate per la dermatite che lo aveva tormentato negli ultimi mesi.
– Alla fine il dermatologo lo ha capito il motivo?
– Ha detto che forse non era materia sua, pensa a roba psicosomatica. Ho avuto dei grattacapi al lavoro con una causa per un risarcimento. Ma ormai è passata, lascia stare.
La dermatite. Non ci avevo mai pensato. C’era stato un periodo in cui Massimo mi era parso più nervoso, ma non mi ero preoccupata di approfondire.
– Insomma, mi avete tutti nascosto qualcosa.
– E tu? Non hai nascosto niente a te stessa?
La domanda non era corretta. Quella giusta sarebbe stata: cosa volevo nascondere davvero dietro a tutto il mio affannarmi? Non ho risposto.

Un mattino ci siamo svegliati tardissimo. Eravamo sprofondati in un sonno calmo. Mi alzo, faccio un salto in bagno e, avvicinando le mani al lavandino, vedo che sono tornate bianche. Mi specchio, il viso: diafano. Comincio a toccarmi la pelle, le orecchie, guardo le braccia, le gambe. Sono tutta bianca, come quasi non ricordavo di essere stata.

Corro da Massimo e Aurora, gridando. Si sono svegliati e si sono guardati: anche loro sono tornati come prima. Così come era arrivato, senza preavviso, allo stesso modo il blu se ne era andato.
Amici e conoscenti, saputa la notizia, ci hanno chiamato per felicitarsi. Alcune vecchie clienti non si sono più presentate al salone, ma non me la sono presa. In molti sono venuti a trovarci di persona, compresa la Tomei.
– Come sta? – ha chiesto.
Teneva ancora le distanze.
– Bene, ma lei…
– Ora è toccato a me.
La Tomei era blu cobalto.
– Perché è venuta? Vuole darmi la colpa?
– Mi hanno detto che dovrei stare a casa, ma volevo dirle che mi dispiace. Mi dispiace per tutto.
Continua a tirare su il colletto del maglione, sembra dimagrita. Non sa in che direzione andare: verso di me, lontano da me. Vedendo che non rispondevo, abbassa la testa e fa per andarsene.
– C’è poco da fare – le dico infine.
Mi guardo intorno, non c’è nessuno a parte un vento leggero che aveva dissolto le nuvole e lasciato spazio a un azzurro compatto.
– Venga, venga dentro.
Ci sediamo in salotto, l’una davanti all’altra. La Tomei solleva la testa, ha lo sguardo spaurito. Mi avvicino a lei, ma si ritrae finché non capisce che avrei voluto solo mettere la mia mano sulla sua che tremava.

Illustrazione di Tyler Spengler

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