Villa Capriglio | Davide Bava

Mancava un’ora alle prime luci del mattino e dopo aver bevuto l’ultimo tè al pizza-kebab di Bibo, finivo il turno con il mio collega più giovane, Enrico. Riparcheggiammo la volante in Strada Traforo del Pino, per continuare il posto di blocco, questa volta però vicino ad un vecchio edificio derelitto, Villa Capriglio. Il mio collega si era appena addormentato, io fumavo fuori dall’auto.
«Mancano molti anni al pensionamento», pensavo, «e all’unica fortuna che ho: quella di essere armato». Potevo farla finita da un momento all’altro.
Sul lato opposto, dove finiva il curvone d’asfalto, stava arrivando verso di me, a ritmo lento, una processione di persone vestite di un nero funesto. Erano più di 30, il capobanda aveva una benda rossa sugli occhi, io rimasi impalato, perplesso, a fissarli con la paura che mi stava lussando i ginocchi dal tremore.

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Le parole | Chiara De Cillis

L’ufficio della signora Ramona Rinaldis era l’ultimo residuo di storia rimasto in città. I mobili all’interno erano ancora fatti di vero legno – mogano, per essere precisi e una sottile fumaglia di incenso si diffondeva in maniera autonoma, nascondendo l’odore di muffa di alcuni vecchi volumi, stipati senza troppa cura sugli scaffali. Cianfrusaglie sparse con sana casualità raccoglievano la polvere e portavano il ritmo degli anni, e poi i fogli; c’erano fogli di tutti i tipi, a righe, a quadretti, fogli protocollo, fogli bianchi o in carta riciclata, ma soprattutto c’erano fogli scritti.
Wolfgang Amadeus Mozart stava suonando il suo “Rondò alla turca” mentre, sotto gli occhialetti da attenta lettrice qual era, Ramona stava meditando sul da farsi, indecisa sul come e sul quando far suicidare il suo personaggio principale.

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