Stefania Persano | La scelta giusta

La realtà non era mai stata bella quanto i disegni che la ritraevano. Il suo contributo alla loro esistenza era un’iniziale infusione di fantasia, che metteva in moto lo scorrere linfatico di mondi possibili, immaginabili; mondi inviolati da esplorazioni scientifiche guardone; mondi sognati. Dopo quella piccola spinta iniettiva, ecco che si creavano da soli: autogenesi, autopoiesi, arte… Arte? Poteva chiamarla così, anche se nessuno l’aveva mai considerata tale? Forse i suoi soggetti erano solo figli dell’Universo disconosciuti dalla loro provincia di approdo. Non figli bastardi, ma pellegrini respinti. L’Universo, sì. Quei simulacri di esseri carnosi, pelosi e sanguinanti inglobavano – ed emoglobinavano – l’Universo e le sue frazioni. Nasi aguzzi perforavano cieli plumbei, altri cascanti e poderosi zappavano antichi suoli asciutti; occhi bulbosi mangiavano con sclere voraci la volta celeste, ne digerivano la luce e la riverberavano attraverso le pupille. Mani nodose stringevano invano polvere sfuggente, altre paffute si facevano abbrancare da zanne affilate. Cosce esili traballavano, altre tornite e scanalanti in ginocchia soffici si lasciavano ammirare.

Lui ci comunicava con quei recipienti di mondi. L’aveva sempre fatto, ma ora in modo più intenso, pervasivo, costante. Ora che fluttuava da solo nell’ondulazione dell’Apocalisse – che era a ben vedere un secondo Esodo – la cerchia delle sue conoscenze si limitava a quelle sagome.

Stava accovacciato notte e giorno sul suo pavimento di legno impermeabilizzato da un mantello di impregnante, che assolveva alle funzioni sovrapposte di imbarcazione e abitazione. La terza, decisiva funzione era quella di fucina di mondi: la più essenziale, la sola che gli desse un motivo per tenersi a galla.

Ma non avrebbe dovuto essere il fuoco a distruggere per sempre il mondo? Per errore o per ironia, il fuoco aveva sciolto il ghiaccio, facendo dilagare l’elemento contrario, lo strumento della fine del mondo evidentemente prediletto da Dio: l’acqua. Dilagare o divampare: la differenza in fondo si riduceva al salto di un nesso causale.

Quella zattera era in origine una sezione verticale di tronco di pino. Se non fosse stata quasi integra, l’acqua l’avrebbe rosa fino a ridurla a un tassello smangiucchiato. La sua grandezza gli aveva dato il tempo di stenderci sopra la vernice – a mani nude, perché era riuscito a recuperare dalla casa allagata una latta di smalto, ma non il pennello.
La sua sopravvivenza era stata un miracolo o forse, chissà, il vaneggiamento protratto di un uomo che annega, l’impressione della cui durata era dilatata dalla smagliatura del tempo nell’ora della morte. E se anche fosse stato così? Se pure tutta la sua vita, anche quella pre-inondazione, fosse stata il sogno di un io moribondo, avrebbe fatto differenza?

Il pino era stato un antico guardiano delle porte di Roma. Un tempo, la sua capigliatura riccia acconciata a cono si pavoneggiava nel vento caldo della Città Eterna. Ora non c’era all’orizzonte più nessuna chioma vegetale spettinata e nessun vento caldo si divertiva a spettinare alcunché.
La superficie che fungeva da laboratorio era in cemento – un calcinaccio amputato dalle mura di casa, strappato alla voracità della corrente. Ci aveva adagiato sopra delle crystal per ammorbidire il passaggio della grafite sui fogli. Fogli che teneva sigillati nel bidone di plastica rigida in cui un tempo smaltiva i residui delle sue bevute: bottiglie, lattine, fiaschi. Non provava più vergogna. La vergogna era un sentimento del passato. Un tempo in cui beveva disegnando, disegnava bevendo, e piangeva a intervalli cadenzati sulle sue tavole non amate da nessuno a parte lui, con la gola strozzata, gli occhi feriti, la testa stanca. Beveva per ottundere il senso di fallimento e calmarsi il cuore, che era un marchingegno difettoso: pompava sempre un battito aggiuntivo rispetto al normale – un’eco cardiaca, un’anomalia per eccesso di zelo. Ma ora non importavano più né la sua aritmia, né la sua anonimia di artista senza pubblico, né il suo dolore, né il suo alcolismo. Ora non c’erano non alcolisti, perché non c’era nessuno e basta. E se qualcuno ci fosse stato, avrebbe di certo bevuto, se solo ci fosse stato qualcosa da bere oltre all’acqua. Ma in fondo tutta quell’acqua – ubiqua, infinita, autopoietica, escheriana – non era meno stordente di una bottiglia di whisky. Inspiegabilmente, nonostante la contaminazione con il sudiciume della città, era potabile – diversamente, lui non sarebbe mai sopravvissuto.
Faceva attenzione a prelevare in fretta la carta dal bidone: una rimozione chirurgica che doveva essere istantanea per non rischiare che il fragile supporto organico delle sue trasposizioni cosmiche a matita si infradiciasse. Una volta che era stato prelevato, il foglio aveva solo poche ore – al massimo un giorno – prima di imbeversi di umidità o nel peggiore dei casi, di schizzi copiosi. Un giorno solo, prima che i tratti su di esso si sciogliessero nell’indecifrabilità – come decorazioni di un fazzoletto abusato. I suoi personaggi rivelatori di mondi duravano meno dell’arco vitale di una farfalla. Gli tenevano compagnia anche così, nella loro cangiante moltitudine: certo, avrebbe voluto avere più tempo per approfondire la loro conoscenza: stringerci amicizia, passare da una fugace compresenza all’intimità che solo il tempo concede. Ma non si lamentava: l’esposizione a quel via vai di volti – sentinelle di altrettante anime e, quindi, gusci di universo – era già molto più di quanto potesse chiedere. Non tanto da esaudire i suoi desideri, ma abbastanza da dargli qualcosa da desiderare.

La luna tuffava i suoi raggi morbidi sull’acqua color petrolio. Ogni tanto spuntavano alla vista le guglie di edifici affondati e, lontano, le cime dei colli che l’alluvione aveva spodestato di vegetazione.
Come speroni ossidati di giganteschi stivali, gli spigoli di case mezze marce imploravano invano di non essere inghiottite dall’acqua e dimenticate sul fondale.
La città era un grande canale di scolo. Le fabbriche si dividevano la tomba spaziosa ma inclemente di un abisso senza fine, che condannava alla putrefazione il metallo inorganico tanto quanto la carne, il fogliame, le cortecce.

C’era eccesso di spazio e al tempo stesso non c’era più spazio. La vista era così uniforme da non ospitare i contrasti indispensabili al sublime. Dacché la linea dell’orizzonte coincideva con tutto ciò che la precedeva, non c’era più niente per cui turbarsi, angosciarsi, andare in estasi. Non c’era più niente, tranne quei compagni temporanei dalle fattezze apparentemente tridimensionali, in realtà frutto di un’illusione grafica.

Erano tanti e avevano tutti un nome. Il suo preferito era Ballo. Ballo: emerso alla superficie della carta – ormai unico portale per l’ingresso alla vita – per caso e per gioco, con la sua lingua penzoloni, le zampe paffute, gli occhioni lustri e neri in cui brillava la voglia di rincorrere un osso e porgere affettuoso la zampa.
Lui non era mai stato bravo né con gli uomini, né con le donne, né con gli animali. Aveva avuto pochi amici, compagne evanescenti e nemmeno un canarino o un pesce rosso. Disegnatore da sempre, le figure che la sua mano equipaggiata di matita accompagnava da altri mondi verso il suo gli erano sempre state più care delle altre, quelle che condividevano con lui la materia prima (ossa, muscoli, epitelio) ma non i sogni. L’incontro con Ballo era stato un prodigio nel mezzo dell’orrore. Diluviava dai quattro punti cardinali e fin dove arrivava lo sguardo non si vedeva che blu sozzo, quasi verderame, ma rintanato nel modesto riparo che offriva la cabina isolante ricavata dalla tenda della sua vecchia doccia, ricreava Ballo tutti i giorni, e tutti i giorni lo vedeva scodinzolare, lo sentiva abbaiare, lo coccolava all’angolo tra il ventre e la zampa.

Così passavano i giorni, e le notti, indistinguibili da questi ultimi: un alone permanente di luce rischiarava il tavolo di cemento ricoperto dalle crystal quanto bastava a dirigere la matita sul foglio. Le figure venivano fuori sfocate, ma non così tanto da non lasciarsi intuire. E lui ogni giorno (o notte?) le ridisegnava, e per quel giorno, ancora, viveva.
Stava steso a pancia in su in un momento di riposo, dopo aver mangiato il contenuto di una lattina di fagioli, portandola direttamente alla bocca. Cadeva una pioggia sottile, ma incessante. Si sentiva sempre più debole e le provviste non sarebbero durate per sempre. Mentre nuotava in quest’angoscia senza rive d’approdo, il suo sguardo intercettò qualcosa di assurdo. Capelli. Com’era possibile? Non c’erano né umani né alberi a sfoggiare chiome…Eppure erano lì, ondeggianti sopra l’orlo della struttura circolare che per millenni aveva dominato il centro dell’Urbe con la sua possanza, e di cui una decina di metri emergevano ancora adesso dal livello dell’acqua: il Colosseo. Quei capelli appartenevano a diverse teste, e sbucavano dalla fodera in calcestruzzo dell’Anfiteatro Flavio come saggine di scopa o punte di pennelli.
Lui si alzò a fatica, mettendo un ginocchio davanti all’altro e sperando che le ossa rese artritiche dall’umidità non gli si sgretolassero per lo sforzo. Alzò anche le braccia, e tentò di urlare con quanta forza aveva nei polmoni «Aiuto!», ma l’aria piovosa in cui si diffondeva la sua voce ne restituì solo un sussurro. Ripeté il tentativo, ma fece ancora fiasco. Niente da fare, pensò, riaccovacciandosi a terra, vinto. Non mi noteranno mai. Ma ecco che un’idea giunse come un lampo: radunò le forze per afferrare con due mani il calcinaccio-tavolo da disegno, lo sollevò in alto con una smorfia di fatica parossistica, infine lo lasciò cadere. Il tonfo del cemento sul legno fece vibrare tutta l’imbarcazione, rischiando di farla capovolgere e affondare, ma non gli importò. Ciò che doveva fare era attirare l’attenzione di quelle teste, far dirigere verso di lui gli occhi sotto le setole di quelle capigliature.
Ripeté ancora una volta l’operazione, questa volta portando la lastra di cemento ancora più in alto, quanto più in alto gli consentiva la fibra superstite nelle sue braccia emaciate, poi la scagliò giù quasi con rabbia. Stavolta, lo schianto fu violento. Così violento che il bidone con dentro i fogli immacolati si rovesciò sul legno e il coperchio si aprì.
«No!»
Gli occhi strabuzzati dal terrore, lui si gettò ansimante sul recipiente custode della materia prima dei suoi sogni. Che cosa ho fatto, pensò. Cercò di dominare il tremore alle mani, afferrare il coperchio e riposizionarlo sull’apertura del bidone, ma i singulti scuotevano le sue dita sensibili, rendendole gli arnesi inutili di un chirurgo impazzito.
«Chi è là?» proruppe una voce dall’alto.
Le sue pupille si alzarono e incrociarono quelle del proprietario di una delle chiome svettanti sulla cima del Colosseo.
«Aiuto!» provò di nuovo a gridare, con un risultato, come prima, mille volte più flebile dell’urlo che sentiva rimbombargli dentro. Un urlo riferito non più a sé stesso, ma ai preziosi fogli asciutti che minacciavano di fuoriuscire dal bidone aperto e inumidirsi irreversibilmente.
Non capiva più se quello che gli scorreva sulle guance era sudore, sgocciolio di pioggia o profluvio di lacrime.
«C’è un uomo là in basso!» sentì gridare dal proprietario della testa e delle pupille. «Lanciamogli una fune, presto!»
Mentre lui continuava a sforzarsi di arrestare il funambolismo delle sue mani e afferrare il coperchio con presa salda, si sentì schiaffeggiare il torso da un materiale ruvido. Sentì un dolore cieco. Cos’era, una cinghiata? Stava dunque sprofondando all’inferno? Un inferno le cui fiamme erano state sostituite da non meno castiganti flutti…
«Afferra la corda, presto!» La voce era giovane ed energica, benché arrochita dall’umidità permanente. Lui ignorò l’esortazione e continuò a interessarsi solo alla sorte del suo forziere di plastica.
«Che fai?! Non perdere tempo, cazzo! Aggrappati! Ti tiriamo su!»
Un po’ più a destra, ecco qua, così… un colpo secco e calibrato… Fatto!
Il sollievo si espanse come un oppiaceo nel suo corpo macilento, placandone il fremito. C’era riuscito. Aveva centrato il bersaglio. Il bordo del coperchio aveva aderito al perimetro rettangolare del recipiente. I suoi fogli erano salvi, a meno che in quei lunghi secondi all’aperto non avessero assorbito già troppa umidità per essere utilizzabili…
Levò lo sguardo in alto. Gli apparivano ora non più solo le teste, ma anche le facce e i mezzibusti degli occupanti del Colosseo, disposti in fila con le braccia aggrappate le une alle altre per compattarsi e così riuscire nell’impresa di tirare su la corda. Lui fissò il bidone. Era grande, troppo grande. Non importa, si disse, ci provo lo stesso.
Si ficcò la matita nella tasca dei jeans e abbracciò il corpo geometrico di plastica, come fosse un bambino, mentre con l’altro braccio si avviluppoò alla fune.
«Che fai? Lascia stare quel coso, Dio santo! Mollalo!»
Il fronte di occupanti del Colosseo si contrasse nello sforzo di tirare su il naufrago e il suo compagno di plastica rigida, che pesava quanto lui.
«Molla quel cazzo di bidone! Qualsiasi cosa c’è dentro, non ti servirà a niente, lo capisci?!» continuò a gridare la voce giovanile. «Qui non si accumula, stronzo, si sopravvive!»

Nessuno di loro poteva capire – nessuno poteva sapere – che in quel bidone non c’era niente che si potesse accumulare, ma c’era tutto quel che gli permetteva di sopravvivere.

Mentre si reggeva con fatica strenua alla fune, accartocciando le gambe nodose per agevolare il sollevamento della fune, i suoi occhi strizzati mirarono giù e incontrarono un altro paio di occhi, lucidi e colmi di affetto: l’immagine del muso di Ballo, che già stingeva su uno dei fogli sparsi sulla zattera.
Il suo corpo e il bidone, insieme, erano troppo pesanti perché la fune li sostenesse. Lo sguardo di Ballo gli comunicò in silenzio quello che doveva fare, come disseppellendo una conoscenza rivelatrice. La conoscenza di ciò che conta salvare.
«Oh, ma che fai? Sei pazzo?!? Aggrappati!»
Con una serie di movimenti rapidi, lui si era staccato dalla corda, si era chinato a setacciare la superficie dell’imbarcazione e ne aveva raccolto le figure disegnate quel giorno, sbiadite ma non ancora lavate via – le donne, gli uomini, e soprattutto Ballo, il suo amico Ballo. A quest’ultimo in particolare aveva dedicato una lunga occhiata – un’occhiata in cui era racchiuso il più dolce dei commiati. Poi, recuperata come per un incantesimo la piena fermezza delle mani – sostenute in quel momento dalla coscienza di star facendo la cosa giusta – dischiuse il coperchio del bidone e ci infilò dentro quei fogli già umidi, ma ancora intatti. Lo richiuse con energia, lo avvinghiò alla corda e lo fissò con due stretti nodi. Fece appena in tempo, prima che la corrente indomita spostasse troppo lontano l’imbarcazione e precludesse alle sue amate creature ogni possibilità di salvezza.
«Pazzo! Che fai?!»
Lui giunse le mani, sperando che gli occupanti del Colosseo accogliessero la sua muta preghiera. Sperando che i loro cuori, se non le loro menti, comprendessero la sua scelta.
Fu esaudito. La fune fu tirata, e lui vide il bidone dapprima ciondolare in aria e poi salire su, sempre più su, metro dopo metro, fino ad allontanarsi dalla vista man mano che lui si allontanava dal Colosseo.
La zattera di pino, ferita dal precedente schianto con la lastra di cemento, iniziò a imbarcare acqua con rapidità crescente. Portandosi due dita alla fronte nell’imitazione di un saluto da marinaio, lui si congedò dal gruppo via via più sfocato, dai suoi membri increduli che stavano mettendo in salvo il bidone.
Le creature dell’Universo che gli avevano portato temporaneamente conforto erano salve, si disse. Loro sarebbero sopravvissute. Questo fu il suo ultimo pensiero, mentre l’acqua saliva fino a coprirlo tutto e la fiamma inestinguibile di un sorriso gli ardeva sul volto.

Illustrazione dell’autrice

Stefania Persano è scrittrice, insegnante e traduttrice. Co-autrice della raccolta Haiku Anti-Covid (Milella, 2021), ha pubblicato il racconto Pelle nuda nell’antologia Apocalypse Tomorrow (Agenzia X, 2026). Vive e lavora a Torino, dove insegna letteratura inglese. È membro attivo del gruppo di ricerca interdisciplinare Collettivo Trickster.

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