Lo chiamavano il Baleniere, come il bar che aveva ereditato da suo padre. Quella mattina si alzò che erano ancora le 03:15, qualcosa non andava. Inciampò nei calzoni, ficcati di fretta e furia, rischiando di cadere faccia avanti e svegliare la moglie e il figlio nella stanza accanto. Uscì di casa con la pila elettrica. Il fascio di luce guizzò sui manifesti fradici, incollati al muro, lungo il marciapiede lambito dalle pozzanghere. Un vento che richiudeva le persiane sferzava da nord. L’uomo attraversò la strada di corsa, col giaccone mezzo infilato mezzo no. Arrivato alla spiaggia, puntò la torcia a terra e cominciò ad andare appresso alla luce. Avanzava sulla sabbia scura, con le galosce pesanti come due sacchetti di cemento. I lampi esplodevano dentro le nuvole. Percorse parecchi passi in trance, prima di bloccarsi. Si voltò per vedere casa sua, così stranamente distante. Troppo lontana rispetto alla riva, la illuminò inutilmente. Si passò una manica del giaccone sulla fronte, girò in tondo, un tuono rovinò giù dalla notte. Si passò la stessa manica di nuovo sulla fronte. Doveva esserci l’acqua, pensò, guardandosi le galosce. I suoi calzoni dovevano essere zuppi già da un po’, invece erano asciutti. Avvistò un pesce, uno di quelli che aveva scovato solo a certe profondità. Stava lì, boccheggiante, sul bagnasciuga. Su quello che, però, non poteva più essere il bagnasciuga. Da svariati metri, ormai. Vide un altro di quei pesci e un altro ancora, e un altro. Fece qualche passo, alla ricerca di una cosa che non poteva essere vista, né di notte né di giorno. Ci andò a sbattere col ginocchio sinistro: un grande sasso liscio, simile a un uovo di dinosauro. Glielo aveva mostrato suo padre, appena lui era stato in grado di indossare una maschera da sub, quarant’anni prima. Il padre non c’era più, l’uovo di dinosauro invece stava ancora lì, sul fondo.
Si voltò da ogni parte, le gambe nella sabbia. Sudava copiosamente, in quella notte battuta dal cattivo tempo. Guardò verso riva le finestre addormentate. Non riusciva a muoversi. Una sola, devastante parola gli si era conficcata nella gola come la spina di un branzino. Poi ci pensò bene e la scacciò via. Uno tsunami? dalle loro parti? Impossibile. Certo, aveva sentito parlare di quello di Messina, ma era il 1908.
Uomo scorbutico e pratico, il Baleniere. Per andare da A a B procedeva in linea retta senza arzigogolare in filosofie e misticismi. Non pensò minimamente di stare a sognare e che al suo risveglio tutto sarebbe tornato a posto. Vissuto da sempre a C., cittadina rivierasca abitata da gente operosa e diffidente, non credeva ai miracoli. Solo alle disgrazie. E quella notte ne era capitata una bella grossa.
Continuò a camminare sul fondale. La torcia scrutava nel buio ventoso: unico, piccolo faro su un mare che non esisteva più.
Il mare si era ritirato e non si sapeva dove. Forse in un buco laggiù, al largo. E da lì se ne era sceso nelle viscere della Terra, sparendo come l’acqua nello scarico di un lavandino.
Tutte le anime viventi di C. aspettavano il suo ritorno ormai da giorni, ripetendo tra le labbra che era una disgrazia di proporzioni gigantesche e che inginocchiarsi davanti a qualche candela, con le mani giunte, stavolta sarebbe stato inutile. Nessuno lo aveva mai detto ad alta voce, ma il mare a C. contava più del tizio messo in croce.
Chi, invece, aveva cominciato a credere che la città non fosse caduta in disgrazia era proprio il Baleniere. In una settimana, aveva tirato su un chiosco di legno e lamiere a ridosso dell’uovo di dinosauro. Si era messo a vendere conchiglie e altri doni degli abissi. Nei giorni seguenti alla ritirata del mare, il Baleniere aveva trafugato qualsiasi tipo di conchiglia. Gli era bastato camminare in discesa per mettersi in tasca quelle che si trovavano a venti metri. Era sgattaiolato a notte fonda col furgone, accompagnato da quella “cima” del figlio. Un ragazzotto a cui, dopo la terza bocciatura in seconda media (ormai più di dieci anni fa), era stato impedito, dal padre stesso, di ritornare a scuola. Aveva fatto carriera come assistente del babbo nelle sue attività pulite come il bagnasciuga dopo il passaggio dei turisti. Mentre l’uomo stava dietro il volante a masticare noccioline e illuminava l’esterno coi fari della macchina, il figlio raccoglieva le conchiglie col setaccio e le buttava in un sacco.
– Solo quelle particolari, mi raccomando – lo rimbrottò il padre – Quelle per cui la gente si comprerebbe una muta da sub e tutto l’ambaradan per immergersi a cercarle. Noi, invece, gliele facciamo trovare senza che si bagnino nemmeno un’unghia. Tra qualche giorno, qui, sarà pieno di turisti. Il mare ci ha fatto un altro bel regalo come l’anno scorso, altroché.
L’anno passato erano affondati un paio di barconi. Erano morti in duecento. Il Baleniere, tirandosi appresso il figlio, era corso sulla spiaggia ma, invece di unirsi agli altri cittadini per dare una mano, era andato verso la barriera degli scogli. Là si incastrava la maggior parte delle cose che venivano dalle onde.
Quella notte si erano sfracellati una ventina di corpi, ancora coi vestiti addosso. Lui e il figlio non avevano fatto altro che togliere pantaloni, camice, magliette dai cadaveri e mettere tutto in delle buste. Scarpe non ne avevano trovate. Alcuni di quei corpi non erano propriamente morti, ma era bastato sbattergli le tempie contro gli scogli acuminati e avevano sfilato i vestiti pure a quelli. Chi se ne sarebbe accorto?
Dopodiché, l’uomo se ne era stato chiuso in casa per qualche giorno, giusto il tempo di far fare tre, quattro lavatrici alla moglie e farle stirare e rammendare i vestiti dei morti. Poi, caricato il furgone, si era recato col figlio fuori città, per rivendere la merce al primo mercato interessato. Al ritorno, si era fermato a comprare un grosso televisore, di quelli che le immagini sembravano vere.
Aveva sistemato le conchiglie sul bancone del chiosco, con tanto di etichetta col nome inventato. Aveva piazzato su uno sgabello quell’idiota del figlio istruendolo a dovere: – Sei tu che li devi fregare, tienilo a mente.
Senza più il mare, fallirono parecchi matrimoni secolari. Le donne che aspettavano sulla soglia il ritorno dei mariti pescatori erano contente di vederli tornare con tutti e quattro gli arti ancora attaccati, ma erano altrettanto contente di vederli ripartire. La giusta distanza, di giorni e miglia, aveva cementificato i rapporti coniugali. Adesso, invece, si vedevano pescatori e marinai barcollare sulla terra ferma, in cerca di altra occupazione. Oppure, stravaccati sul divano, mettevano bocca sulle faccende domestiche, impartendo ordini come sui pescherecci. Col risultato di esser presi a calci dalle mogli e cacciati fuori della porta. E quelli, bestemmiando a testa bassa, non avevano altro da fare se non andare al bar. Per questo, Il Baleniere era sempre pieno e aveva triplicato gli incassi, almeno finché i clienti riuscivano ancora a pagare.
Una figura fissa ai tavolini del bar era lo Scemo. Bicchiere in mano dalle nove di mattina, capelli unti e occhi slavati, sosteneva che i marziani erano scesi e avevano succhiato via l’acqua con le astronavi, perché «Su Marte, loro, il mare non lo tengono!». Giurava di aver visto un fascio di luce, la notte in cui il mare era scomparso. Un chiaro codice alieno che di certo non stava lì a spiegare a quegli ignoranti. Pure il prete scherniva lo Scemo, approfittando per sbrodolare qualche predica: – È la punizione di Nostro Signore per i vostri peccati.
Ma agli avventori del bar, che fossero i marziani o i santi, non importava.
– Aridi bastardi, andrete dritti all’inferno… – sussurrava il prete. E così se ne andava, portando via la sua tunica da corvo, per ritornare l’indomani. Ma l’uomo nero aveva torto marcio: all’inferno c’erano già.
Il mare dava stabilità all’economia e agitava lo spirito. Ed era come se insieme al mare si fossero ritirati gli equilibri e le anime di quella gente. C. era diventata terra di vento, sabbia e sale che mulinava sulle case, mangiandone gli infissi. Città di pesci morti, coralli secchi e gente dagli occhi asciutti.
Poi ci fu il boom dei turisti, con cifre mai registrate prima. Le TV locali erano state scalzate prepotentemente dalle reti nazionali. Tutti avevano sentito parlare dell’effetto che faceva la vista delle barche alla fonda senza l’acqua. Tutti volevano vedere il mare senza il mare.
Pagando il biglietto d’ingresso si poteva andare oltre il bagnasciuga e ammirare il mondo sommerso senza sapere, per forza, nuotare; senza l’uso di boccagli e respiratori; senza più la paura del Grande Blu e dell’ignoto.
Maschere e pinne vennero sostituite da scarponi da trekking e ramponi per scalare gli scogli, che si rivelavano nella loro reale altezza. Capitani di pescherecci s’improvvisarono guide turistiche che accompagnavano le folle per una passeggiata sul fondale, indicando e spiegando le varie specie marine che si seccavano all’aria e si imputridivano sotto al sole. La calca dei visitatori fotografava entusiasta le carcasse, mentre addentava panini e tramezzini e beveva dalle borracce, incurante del tanfo dei pesci scheletriti.
I marinai e i pescatori trovarono nuove mansioni: montavano e riparavano le traversine in legno per i sentieri e i percorsi creati apposta. Allontanavano gli uccelli che spolpavano i resti con battipanni, badili, bastoni da tende. Perlomeno non erano più costretti a stare in casa, con enorme sollievo delle mogli. Quelli che avevano più da fare erano i pescivendoli del mercato. Avevano abbassato le saracinesche e si erano dovuti reinventare da capo come gli altri. Guidavano muletti e ruspe, presi in prestito dal cantiere, per accumulare le tonnellate di rifiuti gettati, nei decenni, nel defunto mare che non li nascondeva più. Vennero riesumate migliaia di lattine e scatolette di ogni marca, buste, copertoni, cessi, anelli di plastica con le tartarughe impiccate, barili e bidoni di dubbia provenienza. Qualcuno riconobbe la vasca da bagno che aveva fatto sparire una notte di cinque anni prima. Lavoravano lontano dai villeggianti per far spazio a nuovi itinerari e punti di ristoro: questi ultimi già presi in concessione dal Baleniere, con l’ok del sindaco a cui aveva unto per bene le dita.
Il tracciato escursionistico proseguiva intorno alla boa, piantata nel terreno, accanto a nidi di alghe, granchi dalle chele ormai immobili, ricci e spugne disseccati e a tutte le altre creature che avevano condiviso migliaia di estati con i bagnanti ignari della loro presenza.
Un gruppo di gitanti, guidati dall’ex capitano del Cariddi, cacciò un urlo alla fortunata vista di uno squalo di quattro metri con la pelle ancora attaccata. Qualche adolescente venne beccato mentre s’infilava in tasca una stella marina, o quel che ne rimaneva. Se ne volevano una che passassero pure al chiosco del Baleniere: ne aveva un paio ben conservate sotto spirito.
Tornando verso riva, seguendo un giro ben architettato, la gente poteva fermarsi a riposare all’ombra delle barche insabbiate, per togliersi i gusci delle telline da sotto le scarpe.
Sganciando altra moneta, si poteva salire a bordo dei pescherecci da dove poter contemplare quel panorama post-apocalittico con una certa soddisfazione. Il colpo d’occhio era da far girare la testa. Rocce nere acuminate e ramificazioni di coralli. Un paesaggio dai toni grigi e marroni, in contrasto con il bianco, il rosso e l’azzurro delle navi da pesca più grandi, arrugginite e inclinate su un fianco.
Prima di tornare alla spiaggia vera e propria, si faceva tappa al chiosco del Baleniere, che poteva permettersi di sottopagare la figlia della vicina facendola sgobbare al bar, mentre lui rifilava agli stranieri la sua fauna morta per parecchi euro, mentre da una radio uscivano a ripetizione le note di Profumo di mare e Sapore di sale. Con teatrali movimenti delle mani, l’oratore mostrava ai passanti parti anatomiche di razze e murene, raccontandogli come avesse scoperto e recuperato questa o quella conchiglia.
– Le ruote del furgone non facevano presa sulla sabbia. – decantava – Ho guidato sul filo dei burroni per chilometri. Miglia, avremmo detto tempo fa.
La gente tirava fuori i portafogli, affascinata.
– Una cosa straordinaria! Che coraggio!
– Già, già – rispondeva lui, catturando l’attenzione, mentre allungava le mani sulle banconote.
SOLO CONTANTI c’era scritto sul cartello.
Nelle pensioni non c’era più una stanza libera. Si allestivano tende matrimoniali nei giardini e nei parcheggi. Quell’anno, le località di mare, che il mare ce l’avevano ancora, ebbero entrate scarse rispetto a quelle di C., la cui economia viaggiava sulla cresta, anche senza onda.
Ma i turisti si stancarono anche di quello.
L’avevano visto, l’avevano fotografato. Ne avevano abusato fino a farsi venire la nausea.
Se ne andarono in massa, alla ricerca di qualcos’altro. All’inseguimento di una nuova moda.
Con l’arrivo del freddo, la gente di C. se ne stava chiusa in casa o al bar. Guardando dalle finestre, oltre la marina, il luccichio del sale rimasto sul fondo, e dei cocci di bottiglia: per qualche minuto pareva che il mare fosse ritornato. Sognavano l’andirivieni della marea sotto la luna e la spuma sulle creste. Osservavano un punto verso l’orizzonte deserto. Da quella città solitaria, sulla punta dell’isola, nessuna barca salpava più dai porticcioli, a meno che non fosse provvista di ruote.
Arrivarono una mattina. Arrivarono coi progetti in mano, il metro, la cravatta. Scesero da auto lucenti, seguiti dai primi camion carichi di cemento e mattoni. Si guardarono intorno, annuendo. Piazzarono bagni chimici, ripulirono il fondale dalle lische, gli scheletri, i coralli. Mentre lavoravano, buttavano mozziconi di sigarette, avanzi dei porta-pranzo. Gettarono il cemento, cominciarono a tirar su villette a schiera. Sarebbe stato il primo comprensorio negli abissi, il sindaco aveva preso accordi. Ci sarebbe stato lavoro per tutti, non c’era che da ringraziare. Bisognava pensare in grande, dicevano. Ristoranti, alberghi, discoteche, campi da golf, un lago artificiale. Si tracciarono linee per strade e vialetti. Case non più sul mare ma direttamente dentro. Una piccola Dubai.
Idee geniali, dicevano, tra sorrisi e pacche sulle spalle.
Spuntarono cantieri e ponteggi a ridosso degli scogli. Arrivò anche l’imprenditore dai capelli bianchi e gli occhiali azzurri. Avrebbe aperto locali di lusso in quella distesa di niente, come era stato con Las Vegas. Sarebbe stata una grande sfida, diceva. Vinta, ovviamente. Certo, però, non poteva ormeggiare il suo settanta metri.
Il sole saliva e scendeva le impalcature, bagnando di luce le navi ferme, le profondità scoperte.
Giorno dopo giorno gli abitanti di C. guardavano l’andamento dei lavori con un certo nervosismo. Gli mancava il mare, ma dovevano pur mangiare. Osservavano i camion andare e venire, scendere alla riva e inabissarsi metro dopo metro, scavando lunghi solchi sul fondo; controllavano i cartelli, i tubi, gli operai con le sigarette, il catrame rigirarsi nelle betoniere, i rari turisti che andavano via. Gli ingegneri assicuravano un incremento dell’economia di C. dell’ottanta percento.
Una notte il Baleniere prese il furgone. Attraversò il cantiere addormentato coi segnali lampeggianti. Guidò per circa un’ora sul fondale, in cerca di qualcosa da vendere a quei pochi che ancora non avevano visto l’assenza del mare. Era tutto marcito.
D’improvviso, si ritrovò davanti un muro, tanto che dovette inchiodare. Pensò di essere arrivato al confine, di cosa non sapeva bene. Smontò, prese la torcia, e si rese conto che quella non era una parete. Era una balena. Non ne aveva mai vista una.
Dopo un attimo di smarrimento, prese a correre da un’estremità all’altra. Doveva essere venticinque, trenta metri. Giaceva sulla sabbia. L’enorme occhio spento per sempre. I fanoni ancora intatti in quel sorriso furbo, simile a una paresi.
L’uomo si era dovuto coprire il naso con una vecchia bandana per proteggersi dal puzzo. Si era avvicinato con cautela, tastando con una spranga: la pelle dell’animale si staccava in fogli di compensato, mostrando lo scheletro.
Era tornato a casa. Aveva preso la motosega e svegliato suo figlio.
– Svuota il bagagliaio della macchina e chiama quei quattro deficienti degli amici tuoi.
Dopo un’altra ora era di nuovo davanti alla balena. Gli sembrò di vederla per la prima volta.
In quel paesaggio surreale sembrava che qualcuno l’avesse posata sulla luna.
Il figlio e i suoi amici cominciarono a prenderla a calci e a batterla con le mazze. Il Baleniere pensò che, anche se devastata, rimaneva una bestia imponente. Nella sua mente la vide come doveva esser stata da viva. La vide nuotare, volteggiare, aprire la bocca per ingoiare il mare; la vide sollevare spruzzi, alti come colonne, e abbattere la sua gigantesca coda sulle onde e sul mondo. Pensò che un essere così meritasse rispetto. «Stronzate.» Avviò la motosega.
Il Baleniere trasportava pezzi di balena sul pianale del furgone, preceduto dall’auto su cui viaggiavano gli amici del figlio, che non avevano resistito a gettare un grosso petardo dentro lo sfiatatoio, sventrando il corpo del cetaceo.
L’uomo controllò il retrovisore. C’era uno strano luccichio sotto la luna che si faceva mano a mano più vicino. Proseguirono dritti, le ruote affondavano nella sabbia.
Il Baleniere sbirciò di nuovo nello specchietto. E quando capì, affondò il piede sull’acceleratore, prendendo a suonare il clacson ripetutamente.
– Papà, che diavolo ti prende? – disse il figlio sul sedile affianco.
L’uomo raggiunse l’auto.
– Il mare! Il mare!
– Ma quale mare? Non c’è nessun mare, papà.
Gli amici del figlio ridevano, facendo segno che il Baleniere non aveva tutte le rotelle a posto.
– Il mare, maledetti idioti… Il mare…
Il mare tornò. Avanzando inesorabile da un punto imprecisato sotto le stelle, non come un’immensa onda fragorosa, ma allargandosi come acqua da un tombino. Allagava il deserto, riempiendo i crepacci e le fosse. Riprendendosi il trono. Travolse ogni cosa, il cantiere, i camion, i macchinari. Annegò i progetti, le idee geniali, i bagni chimici.
Il mare era tornato. Le barche beccheggiavano di nuovo.
Il mattino dopo, i volti flosci e ammutoliti degli ingegneri erano in perfetto contrasto col moto sonante delle onde.
Quell’anno ci fu il boom di turisti. Se ne stavano al sole. Con la soddisfazione di essere al centro di qualcosa di unico. La gente chiacchierava sul bagnasciuga, aspettando il proprio turno per indossare maschere, pinne e bombole. Tutti volevano immergersi nel mare che aveva saltato un’estate e adesso era tornato. Tutti avevano sentito parlare dell’effetto che faceva la vista dei camion e delle ruspe sott’acqua. Di un furgone che conteneva i resti di una balena e di alcuni corpi incastrati nelle lamiere. L’euforia aleggiava nell’aria calda della spiaggia, come un profumo.
