La pelle del mondo | L’arte di pensare l’uomo altrimenti

Prope est a te deus, tecum est, intus est.

– Seneca

Questa è la storia di una mano e della sua metamorfosi. Anzi, delle trasformazioni dell’umano che – accettando la propria finitezza – si affaccia verso il futuro, per una volta utopico: l’umano-altrimenti.
L’intento di Montag – collettivo composto da Niccolò Monti, Lorenzo Rossi Mandatori e Luca Tognocchi, al loro esordio per Il Saggiatore – è dichiarato fin dalle prime pagine: «La sconfitta dell’umano è stata concepirsi sempre dal lato dell’imperfezione, dal lato di colui che la perpetra e la prosegue, nella sua stessa carne e nella pelle del mondo.»

Dato che l’evoluzione dell’uomo – così come quella del romanzo – è diversa da quella delle altre specie e degli altri generi letterari – è veloce perché sono veloci le sue macchine, ha fascino nella sua imperfezione, ma resta comunque imperfetto – Montag sceglie di sabotare prima di tutto la struttura del romanzo classico: la decostruisce e la rimonta secondo i propri fini, parti di un corpus ma anche del corpo, facendo dialogare tra loro i personaggi come in un Simposio, tra disfunzioni e mutazioni. Tommaso, ricercatore ossessionato dalla genetica, trae vantaggio dalla sindrome aliena che ha colpito la sua mano, trasformando il ciclo ospedaliero necessario alle cure in un’occasione di auto-potenziamento. Per riuscirci, si avvale del confronto con Jakob, teorico transumanista che predica il superamento dell’umano, in un’ottica a metà strada tra accelerazionismo e cyberpunk, e di Teresa, scultrice di corpi, pronta a esaudire i desideri postumani di Tommaso, contro le avvertenze del dottor Leonardi. Infine Hans, novello Giuda che tradisce il gruppo per i propri fini e tenta di sabotarlo.

In un ciclo temporale che va dal 2040 al 2099, l’atmosfera che permea il romanzo è a tratti allucinatoria, quasi lynchiana, la sua impostazione decisamente filosofica. Spesso si resta storditi da alcuni passaggi estremamente complessi e ci si chiede quanti siano i punti di vista, oltre a quelli degli autori, che hanno utilizzato una tecnica di scrittura simultanea a distanza, per colmare i buchi narrativi e gli spazi geografici tra Roma, Verona e Torino, pur lasciandoli palpabili. Sullo sfondo della narrazione c’è S.C.R.I.B.A., un’entità automatizzata che ha il compito di trascrivere i discorsi e gli appunti dei protagonisti.

Nel testo, sempre evocativo e a più livelli, riecheggiano i rimandi al cinema di Cronenberg e Ducournau, alla letteratura fantascientifica di Asimov e Dick, alla mistica e al cristianesimo, nella tensione dell’umano ad avvicinarsi al divino, abbandonare il corpo ospitante per diventare altro da sé. Forse, «La realtà» come la conosciamo è «l’allucinazione dell’uomo su un lettino del chirurgo», come recitano i Princîpi del NeonRealismo, parodia Neonavanguardista a cura di Lucio Ambroselli, critico che prefigura il superamento narrativo di tempo e spazio, in un orizzonte transmediale per sua stessa natura collettivo, composto da «menti ibridate, corpi ricreati insieme».

Del resto, come scriveva Seneca, il concetto di divino può essere razionalizzato e considerato «ex aequo» dall’umano, grazie alla tecnologia siamo pari. Ogni parte della narrazione, così come ogni capitolo, evoca quest’ibridazione possibile tra macchina e uomo ed è frutto di una trascendenza tra le intelligenze del nostro tempo. La storia cambia continuamente di stile, fino a non averne nessuno. Dal teatro diventa una sceneggiatura cinematografica, dal flusso di coscienza passa alle annotazioni, dal romanzo epistolare allo scambio di e-mail, dalla prosa alla poesia. Rimangono una serie di dati, immagazzinati da S.C.R.I.B.A. in un grande Archivio – vero inferno contemporaneo –  coerente nella sua incoerenza.

Il futuro immaginato da Montag non è poi dissimile dal presente che viviamo: l’impero economico di Jeff Bezos e di Elon Musk ha finito per ripiegarsi su se stesso, presto sostituito dal nuovo modello di sviluppo del patron della società ‘Good-Atlas’, leader nel settore delle protesi nanocellulari. In questo avvenire apocalittico, l’umano è ormai ridotto a mero consumatore e oggetto di mercato. Sorge spontaneo il dubbio se non sia opportuno sostituirlo con un ibrido di tessuto e titanio.

In questa dicotomia, necessaria in tutti i romanzi epici, da una parte ci sono gli utopisti, dall’altra i realisti, attaccati al capitalismo come cozze su uno scoglio. La lotta per un mondo dove a tutti sia dato pieno accesso a Salute e Progresso ovviamente è costellata di insidie e si registra nel tentativo di raggiungere una rivoluzione, riverberandola nel mutamento del corpo, chiedendosi continuamente se il proprio dolore sia più grande di quello del mondo. Alla fine, il tempo è un contabile spietato. Non resta che ingannare la morte all’insegna della nuova carne.

La pelle del mondo si iscrive di diritto nell’alveo delle grandi storie utopiche di quest’epoca, quelle che si sono prese il lusso e la responsabilità di praticare l’arte di pensare l’uomo altrimenti.

Montag, La pelle del mondo
Il Saggiatore, 2025
272 pagine, edizione con alette interne

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