L’Utopia è un altrove, un luogo e un tempo altro rispetto al presente, qualcosa che ancora non è (reale).
La descrizione di un’Utopia non può nascere da piccole progressive fantasie sulla realtà, sull’aggiustare singoli aspetti.
L’Utopia attinge dal sogno e dal desiderio, è lo spazio in cui possiamo finalmente diventare puri soggetti, vedere realizzata l’essenza, la costruzione di un’intersoggettività auspicabile.
L’Utopia si dimentica del reale, fugge dalla cappa di realismo che opprime il presente, dallo scientismo come religione, e si rifugia nel simbolo e nel simbolico.
L’Utopia non ha nemmeno però pretesta di essere, vive la sua irrealtà con serenità, sa che la realtà è un compromesso tra desideri inconciliabili, tra bisogni contraddittori, ma così facendo ci fornisce una tensione verso di noi, verso il nostro desiderio, un punto di partenza da cui comprometterci, invece che vivere già compromesse.
Due tendenze ho bisogno di evidenziare: una religiosa e una narrativa.
Il genere della distopia lo lego emotivamente alla fantascienza classica degli anni ‘50 e a qualche romanzo coevo (Fahrenheit 451, 1984). Quel periodo aveva dettato un canone e degli stilemi per il genere, almeno nella cultura anglosassone ed europea: mondi lontanissimi da noi, impossibili da immaginare se non in un futuro remoto e discontinuo o in luoghi inevitabilmente altri, in cui alcuni archetipi umani e alcune storture della nostra società potevano essere portate all’estremo fino a perdere ogni tratto realistico, ogni ambiguità data dalla loro materialità, e diventare simboli di un’idea da esplorare.

Il racconto e il romanzo distopici sono stati in qualche modo nel Nord Atlantico del dopoguerra un modo per la società di riappropriarsi di una narrazione simbolica e morale (ruolo che hanno avuto il mito, la parabola, la favola), che cercasse di costruire una sensibilità nuova e una critica ai modelli egemonici (o che lo erano stati o lo sarebbero diventati da lì a poco) diffusi nella società.
La distopia non aveva pretese di realismo, ma anzi abbandonando il realismo si forniva gli strumenti per riconnettersi con la dimensione emotiva (di desideri, anche malsani, e di paure) dell’esistenza.
Oggi invece la distopia (non più romanzo, ma film o serie TV) non si pone più in un futuro remoto, in un pianeta lontanissimo, ma sulla nostra Terra, tra due, cinque, dieci anni dopo una pandemia non dissimile a quella che abbiamo appena vissuto, un uragano, una lunghissima siccità o un conflitto atomico che è sempre però già possibile (la Russia e gli USA sul fronte est-europeo, gli USA e la Cina nel mar cinese meridionale o a Taiwan, l’India e il Pakistan).
E l’autore distopico ricerca la plausibilità del suo scenario come patto con il lettore.
Così la distopia non può più ergersi a simbolo, a rappresentazione universale dell’umano, ma diventa cronaca, oracolo malaugurante (o benevolo nel caso del Solar Punk, che riesce a essere spesso più post-distopico che realmente utopico) del nostro quotidiano di domani.
Il genere che forse più di tutti, insieme al realismo magico sudamericano, aveva fatto del sogno e del desiderio, dell’emozione e della paura un suo stilema, oggi rinuncia a ciò limitandosi a essere osservatore del presente, compilatore di report non-governativi sulle infauste conseguenze di scenari contemporanei possibili.

Progressivamente nel XIX secolo anche nei paesi del blocco atlantico la società si è secolarizzata, la partecipazione emotiva alla religione è scemata.
La religione però risponde ad alcuni bisogni comuni dell’essere umano: l’appartenenza, la teleologia dell’esistenza (il chiedersi che ci faccio qui, sulla tazza del bagno o a letto prima di alzarsi), una cornice interpretativa generale.
La proposta del ‘900 euro-americano per sostituire la religione è stata la scienza, il sogno razionalista dell’illuminismo, che lascia però alcuni buchi nel discorso: da una parte l’esistenza è priva di senso finale, ma può avere solo senso in sé; dall’altra è vero solo ciò che è reale e oggettivo.
Nella pratica scientifica classica il soggetto sparisce e viene negato e fatto sparire (il doppio-cieco in medicina, la standardizzazione testistica della psicodiagnosi), non c’è spazio per l’emozione, per un sé tautologico.
Questa scomparsa dell’Io di fronte all’Altro, che diventa unico metro, del soggetto rispetto all’oggetto, non credo possa durare.
Ha prodotto schiere di esperti che hanno sostituito gli intellettuali, parcellizzando e frammentando il sapere in una maniera che rende impossibile dare senso al mondo nel suo insieme.
Ha eliminato la possibilità di fidarsi e di guardare il mondo come specchio di sé, attraverso la lente delle proprie emozioni.
La caduta del Muro (e prima ancora l’Ungheria e Praga) ha sgretolato la religione Leninista, la speranza di molti marxisti che la rivoluzione fosse inevitabile e la vita di ognuno un viaggio verso essa, la convinzione che la Struttura guidasse il mondo e la Dialettica permettesse di comprenderlo.
Il futuro non era più inevitabile, l’oggettività del progresso non è più tale.

Il calderone informe che chiamiamo postmodernismo si tiene insieme dal recupero del soggetto rispetto all’oggetto, con la conseguenza di rifiutare l’oggettività delle cose fino alla possibilità di mettere in dubbio la realtà o quanto meno, ignorarne l’ontologia.
Senza oggetto però il soggetto si trova senza referente, dovendo trovarne di nuovi.
Due sono le possibilità per rifondare la ricerca del soggetto di un senso per la propria esperienza: un soggettivismo intersoggettivo dove il nuovo referente è l’Altro, dove il centro dell’esperienza è la relazione; oppure un soggettivismo intrasoggettivo, dove il referente è il Sé, dove l’esperienza non esce dal soggetto.
Del primo vediamo alcune tracce in pratiche e discorsi d’avanguardia queer, nella cura come archetipo umano, ma ancora non un discorso tale da poter diventare (contro-)egemonico.
Il secondo è la premessa dell’individualismo che sorregge il pensiero neoliberale, la mutevolezza con cui un’ideologia che non si afferma è riuscita a ricostruire un immaginario fluido e adattabile, ma sempre incentrato sul sé, l’uomo che si fa da sé, l’assenza della società.
Il neoliberismo però, nella sua natura di tardo capitalismo, ha bisogno di convincere ognuno a vivere in un sistema che (mediamente) peggiora le sue condizioni di vita.
Con una mano il neoliberismo ha creato delle storie cui aggrapparsi, singole persone adottate dalle élite per raccontare che la scalata sociale è possibile, con l’altra ha pervicacemente distrutto ogni senso di futuro, convinto noi che nulla sia possibile oltre allo stato presente delle cose, un realismo senza realtà (che deve essere sempre mutevole e mistificabile) che ingessi lo status quo, che opprima.

Che sia per un attaccamento positivista alla scienza e alla ricerca di un’oggettività condivisa o per la necessità di raccontare una realtà come inevitabile e immodificabile per preservare un sistema destinato a crollare sotto le proprie contraddizioni, il Novecento ha imposto il realismo nell’immaginario comune, una realtà come metro inevitabile del pensiero e del racconto, anche nella letteratura.
Ancorarsi alla realtà, però, ci permette di compiere solo piccoli passi, di immaginare solo ciò che è simile a ciò che già conosciamo, di permetterci di desiderare solo quello che possiamo ottenere.
Anche riuscendo a immaginare un cambiamento, a riscoprire un pezzo del nostro desiderio, si potrà solo essere progressisti, immaginare un futuro che è anche un po’ il presente, far da parte sé stessi per lasciare spazio al reale.

L’Utopia, il pensare utopista, sovverte tutto ciò: è un atto rivoluzionario e soggettivante, che ci rimette al centro, in cui il futuro non è una conseguenza del presente, ma del nostro desiderio. Assoluto.
L’esperienza umana è frammentata, spesso incoerente, dissonante nell’immagine che ne abbiamo e che ci torna riflessa.
Per sopravvivervi dobbiamo riuscire a dargli senso: a un estremo c’è la follia epistemica, il rifiuto di ogni connessione tra gli eventi, l’eccezionalità come paradigma; dall’altro c’è la ricerca di cornici di senso, di astrazioni (come le ideologie o le religioni) che possano legare insieme gli eventi della nostra vita, interiore e relazionale.
L’Utopia offre lo spazio per darsi senso, per cercare di costruirsi una meta-narrazione che dia senso al proprio microcosmo interiore, che proietti i propri desideri e bisogni al di fuori, in una concretezza che non sempre possono avere in una realtà che delimita il palcoscenico.
Allo stesso modo è una tela bianca per immaginare altri patti sociali, altri sistemi di senso e di valori condivisi per gestire (in maniera incoerente e incompleta) l’inconciliabilità dei microcosmi interiori di ognuna di noi, le diverse e incoerenti prospettive che abbiamo sulla realtà, o quanto meno sull’esperienza condivisa dell’incontro.
L’Utopia è lo spazio dove l’assoluto è pensabile: libere dai vincoli della realtà e del compromesso, diviene possibile guardare le cose nella loro purezza, portarle alle loro estreme conseguenze, esplorare dicotomie manichee.
L’Utopia è assolutamente e onestamente irreale, impossibile, e pertanto assolutamente vera.
È futura, in un futuro irraggiungibile.
L’Utopia non è presente, e con il presente non ha bisogno di avere a che fare.
Nasce dopo una frattura dello spazio, del tempo e del senso.
Nasce per fare spazio al desiderio, a ciò che serve, non a ciò che già c’è.

Se però l’Utopia è così liberatoria e necessaria, non ci aspetteremmo la sua estinzione.
Ma l’atto d’immaginare è uno degli atti più difficili richiesti all’umano: richiede di dare forma a ciò che non è, di trovare da qualche parte l’irrealtà, dissociando, arrivando a una sofferenza che non può accettare la realtà come vera, torcendo il linguaggio fuori dal senso, scoprendo il non detto nel detto, l’indicibile e l’impensabile.
Recuperare contatto con l’Utopia richiede di entrare a contatto con il proprio desiderio, con la parte del sé che quotidianamente siamo chiamate a reprimere per essere parti funzionali della società.
E anche riuscendo a immaginare un’Utopia, a riappropriarci del pensiero utopico, l’Utopia è sfuggevole da narrare.
In ogni momento l’immagine di un’Utopia è statica, è l’equilibrio del nostro desiderio e delle nostre relazioni: è priva di azione e di conflitto, ha sciolto i suoi nodi, risolto i suoi dubbi.
L’Utopia muta con la nostra esperienza, ma in sé non conosce la diacronia, rimane immanente.
Le forme del racconto, della condivisione che dominano il nostro tempo richiedono la diacronia e il conflitto, l’azione e la dinamica, siano essi libri, film o serie tv.
Non c’è quindi, nell’egemonia dei medium contemporanei, qualcosa in grado di rappresentare l’immobile, l’immanente, di rappresentare una scena in sé.
È altrove che possiamo guardare: nella poesia, nella pittura, in forme brevissime di racconto, animazione o fumetto, in cui lo spazio per il cambiamento sia volutamente sottratto, evitato dalla narratrice.
Sovvertire il pensiero, la forma, la norma.
Appropriarci di prassi radicali, altre, post-normative, false e irreali, vere nella propria realtà, intime e desiderose, desiderabili, folli e scomode, anarchiche, soggettivanti e collettive.
Acide.
Sogno
sogno di poter essere
semplicemente
di vivere senza pensare
senza dover mettere in discussione
ogni giorno
me o il mondo
Dimentico
per un momento
intorno a me
disumano
solitario
l’arroganza di impormi un senso
Illustrazioni di Antonello Silverini
UTOPIA (dichiarata estinta in natura nel 1989, ultimo esemplare morto in cattività a Genova nel luglio 2001, sono stati riportati avvistamenti non confermati nelle montagne del Chapas e del Kurdistan): le prime descrizioni di questa specie si trovano nei margini di alcuni manoscritti medioevali (c’è chi suggerisce abbia inspirato l’intero codice Voynich). Nel XVI secolo, Thomas More dedica a questa creatura un intero libro.
Lo studio di questa specie però si struttura soprattutto a cavallo tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, quando alcuni tassonomisti europei raccolgono le prime testimonianze di contadini e intellettuali in povertà riguardo una sfuggevole specie che abitava le foreste vergini della Germania e della Russia e altre aree remote del continente.
In un trattato ottocentesco si legge: “l’Utopia è probabilmente un mammifero, forse plantigrade, col collo lungo, incapace di osservare dove cammina, dall’andatura retrograda, la struttura ossea snella e la respirazione affannata. Si suppone che la particolare andatura serva all’Utopia a tenere sotto controllo tutto il mondo davanti a sé, ignorando ciò che potrebbe avvenire nell’immediato; la struttura fisica permette di attraversare passaggi stretti e arrivare in luoghi remoti e impensabili; le difficoltà respiratorie sono forse il lascito di un tempo in cui l’aria era più ricca d’ossigeno e la realtà meno rarefatta”.
Studi più recenti rilevano un’ampissima varietà di fenotipi per questa specie, tutti però caratterizzati da tratti comuni: scarsa consapevolezza dell’ambiente circostante, un campo sensoriale evoluto per percepire stimoli lontani piuttosto che vicini (qualcuno ha suggerito che la maggior parte degli esemplari possano essere ipermetropi), andatura lenta spesso retrograda, alte capacità mimetiche e un metabolismo generalmente accelerato.
