Di fronte a me, un albero sembra invocare il mio abbraccio; resisto per i rimasugli di pudore che mi rimangono, ma anche e soprattutto perché quel tronco è robusto, virile. Adesso provo un bisogno diverso: cerco un briciolo di bellezza che mi faccia la grazia di un appiglio.
Nella mia mente i concetti di bello e di inoffensivo tendono alla confusione: il saluto di un bambino, per esempio, mi rallegra perché assomiglia ai gesti frettolosi con cui mi spoglio di fronte agli uomini. A un certo punto questa specie di anti-spogliarello è diventato così lampante che mi sono incuriosita di me stessa: non lascio mai il compito al compagno di turno, anzi, tendo ad allontanarmi da lui durante il rito. Aggrappata a una sedia o a un tavolo per non cadere, faccio tutto così in fretta che l’altro rimane spiazzato: si sta ancora slacciando le scarpe, quando in un baleno mi tiro fuori dagli indumenti, a mo’ di tappo di sughero dal collo di bottiglia. Infatti solo un paio di loro hanno notato che porto sempre mutande alte e bianche, ma non me ne sono meravigliata: quando al ristorante il gambero arriva servito già nudo nel piatto, il cliente non domanda mica di poter vedere l’esoscheletro. Uno dei due, tempo fa, mi ha chiesto il perché della mia biancheria puritana. Ho risposto con quella che credevo fosse la verità, ovvero che erano comode le mie mutande alte e bianche, ma adesso non ne sono più certa.
Ci dev’essere insomma qualche spiegazione, che non trovo per lo stesso motivo per cui non abbraccio il torso bruno dell’albero. Vorrei che passasse una carrozzina con un neonato, o un passerotto, o un vecchio con un bastone, perché è così che mi sento a mia volta: una schiava dell’ambivalenza dei venti, una funambola che percorre in bilico un filo di cotone.
Quando il mucchietto dei miei panni ha occupato la sedia, cammino fino al letto. Di solito è lì che si spogliano, con calma e con ritrosia, in quel ritorno al pudore che è anche un moto dell’animo fino alle primissime volte dell’adolescenza; un cerchio che si chiude. Mi sorridono con incredulità, mentre mi toccano con le mani e le labbra nel modo in cui le loro coetanee, durante certe funzioni religiose, si accostano al bambinello del presepe. È la stessa devozione, forse ancora più intensa, perché è quella concreta della carne: se le parrocchiane possono soltanto immaginare il loro Dio nelle guance gelide della statuina, a questi uomini invece, per trovare il compimento dell’estasi tanto cercata, basta il calore del mio seno.
C’è sul serio qualcosa di sacrale nell’accoglienza di quelle braccia in declino e nelle carezze delle mani ricoperte di segni da ciascun lato, come quaderni usati: ai loro occhi, il mio corpo è la reincarnazione della prima adolescente che li ha fatti invaghire, un fiore degli albori che, invece di limitarsi a scomparire, ritorna alla vita nei petali di un presente di cui loro a stento fanno parte. E in effetti, alcuni hanno baciato con trasporto il tatuaggio che ho sulla schiena, forse per segnare con la saliva la propria presenza, per quanto fugace, sulle pagine di un’epoca che hanno raggiunto con un moncherino di matita tra le mani.
L’albero vorrebbe abbracciarmi? Non lo so, ma scappo lo stesso, per questo mio desiderio inguaribile di rifugiarmi nella debolezza. Pur sentendomi attratta da questo essere ben ancorato al suolo, temo le sue energie, la linfa abbondante e simile al sangue che anima un cavallo. Di certo non si può negare l’evidenza, e cioè dire che non sia magnifico, soprattutto mentre risplende al centro della strada, nella luce di primavera; ma ormai tutto quel che voglio è lo scioglimento dei legacci di giovinezza rispetto alle pretese che mi restano.
L’albero sembra immobile, ma in realtà è percorso da quella violenta linfa sanguigna che lo spinge a gettarsi a capofitto nella confusione, nella guerra. Mi basta guardarlo un po’ più a lungo per avvertire un senso di pericolo dentro lo stomaco.
Distolgo lo sguardo dalla corteccia e dalla chioma verde: è l’ennesima fuga dal meraviglioso incontro nefasto della natura che vive scalpitando.
È già sera, quando incontro uno dei miei amanti dell’Ovest. Mi sbuccio come una banana e, quando il candore del suo petto si aggrappa al carnicino fresco del mio, accade la magia di una compresenza di epoche e di stagioni nell’immanenza delle lenzuola. Ora la stanza dell’albergo è diventata un campo di spighe e di neve, o meglio ancora è un cielo che può fare da sfondo al prodigio di due soli, uno che sorge e l’altro che tramonta, immortalati nello stesso momento di pace, nel loro abbraccio indifeso contro il mondo, un garbuglio di raggi, di tempi, di fragilità.
Fotografia di Claudio Cimmelli
Fosca Navarra (Napoli, 2000) studia lettere classiche all’Università Federico II. Nel 2020 un suo racconto, La gabbia dei tuoi sospiri, è stato pubblicato sulla rivista «COYEmag». Nel 2021 è stata selezionata tra i semifinalisti del Premio di Poesia Wilde. Autrice della raccolta di poesie Perdutamente (Edizioni Ensemble), il suo primo romanzo è in pubblicazione per Minimum Fax.
