Radiobluenote III | di Davide Bava

La voce di Davide Bava è una lunga preghiera extradiegetica che accompagna le immagini di un sogno lisergico. Il suo parlato si srotola e oscilla senza posa fra un passato di vinile e un presente sospeso in un frame fermo, fissato in un punto preciso del Tempo: questo, l’istante in cui tutto è evocato.
Del proprio tempo è figlio Davide Bava, nato sotto la protezione di Aquario, marcato a fuoco dall’ispiratore delle Muse e dalle Muse languidamente nutrito. Assapora miele e grappoli d’uva su un letto fatto di strofe. Non c’è accademia in nessuna delle sei roboanti tracce di Radiobluenote III, scheggia fragorosa della più vasta opera dal titolo omonimo – una Sagrada Familia che l’autore sta costruendo da anni con materiali fra i più nobili disponibili quaggiù: la parola, appunto (scritta e detta, in versi e in prosa), l’immagine (in movimento e immobile) e, non meno importante, la musica. Ma lui è poeta, non musicista, occorre sottolinearlo. È di quei poeti che possono fare tutto.
L’incubo si spande fra le pieghe sonore di questo esperimento musicale e la disperazione vibra perenne: percepite anche voi la dannazione cosmica di fondo? Tacitatevi, Davide Bava vi aiuta a scorgerla.

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Foto dell’autore

Ci sono una mitologia urbana e un senso apocrifo del sacro, in queste parole commoventi come il cinguettio d’un uccello ferito. Eppure, grazie alla loro bellezza, rimaniamo aggrappati alla speranza. Perché c’è bellezza anche fra gli scorci d’una città maledetta, Torino, qui trasfigurata in immensa periferia europea. Uno scampolo d’eternità è la Torino di Bava, un brandello illegale che vorremmo gettare via prima della perquisizione, una prigione senza mura dalla quale tuttavia non riusciamo a fuggire, vittime d’un sortilegio paralizzante. Dalla periferia viene Davide Bava, dal ghetto sfregiato d’una metropoli vacua, e quel marchio di fabbrica echeggia. La lucida follia del cantore squarcia la tela della percezione come una scimitarra fatta di sangue e grida.
Non è la tragica ricerca d’un senso ad animare le sei tracce di Radiobluenote III, bensì la feroce consapevolezza che un senso non c’è, né è importante che ci sia. La vita è una storia d’amore che finisce male, ma di cui non vorremmo dimenticare neppure un singulto: tentativo condannato a fallire. Ecco perché piangiamo.

Copertina di Riccardo Cecchetti

 

 

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