Paolo Nori | Chiudo la porta e urlo
Come nei precedenti romanzi, Paolo Nori ripercorre, ancora una volta, il suo (e il nostro) grande amore per la letteratura russa, la cui lingua, a differenza della nostra, è sempre universale.
Come nei precedenti romanzi, Paolo Nori ripercorre, ancora una volta, il suo (e il nostro) grande amore per la letteratura russa, la cui lingua, a differenza della nostra, è sempre universale.
I miei amici vanno fuori di testa uno dopo l’altro e io sono dentro l’onda che non si può fermare. Mi chiedo il perché, ma non c’è. Perché non c’è mai un perché?
Bezinović non racconta la storia, la frantuma. Nel suo film, D’Annunzio è chiunque: un pensionato con il cappello inclinato, un pescatore con la voce roca, un ragazzo che stringe una chitarra elettrica.
Recensione a cura di Irene Dorigotti
Sono partita con l’intento preciso di tagliare il cordone ombelicale con tutto ciò che significhi, dentro di me e fuori, paese. Per non essere appunto come quei pescatori nazionalisti di Francia, che continuano a vantare come secondo lago più grande della nazione quella pozza salmastra dell’Etang de Thau in cui gettano gli ami senza tirar su granché.
Trancini, Bomboloni, Saccottini, Flauti, Fiesta, Girelle; ma anche Yo-Yo, Urrà, Trottoline, Dondoli, Biricche e diavolerie americane mai viste prima. Perfino i Soldini! In voga negli anni Ottanta, erano tornati sul mercato in edizione limitata; ma limitata non sembrava affatto, vista la quantità.