Fuga dalla rete | Sette anni e nessuna utopia
Sebbene le riviste letterarie siano oggi numerose, altrettanto non si può dire di collettivi artistici e letterari che abbiano una visione condivisa. Il nostro desiderio resta dunque senza nome.
Sebbene le riviste letterarie siano oggi numerose, altrettanto non si può dire di collettivi artistici e letterari che abbiano una visione condivisa. Il nostro desiderio resta dunque senza nome.
La qualità della vita post-pandemica si è gradualmente abbassata, mettendo seriamente a rischio la salute mentale di tuttə. Eppure, la vita frenetica lavorativa non conosce sosta, togliendo tempo e modo di prendersi cura di chi abbiamo accanto. Prendersi cura, a differenza di ciò che spesso viene ribadito come un mantra, non è un lavoro svalutante né adibito all’ambito femminile. Semplicemente, sembra che in questo castello di carte nel quale siamo chiamatə a vivere detto “neoliberismo”, non ci sia posto per la cura. Quasi si trattasse di una debolezza di cui vergognarsi, dopo due anni di stasi economica e sociale non sembriamo disposti a prenderci maggiormente cura di chi ci circonda.
Molto spesso, immaginiamo il corpo come l’eterotopia per eccellenza: il luogo – cioè – prediletto e al contempo il confine dell’essere umano, il nostro “qui e ora”; limite invalicabile e immenso, non lascia spazio ad altro che non siano i bisogni puramente fisiologici, in una netta distinzione tra corpo e mente, com’è tradizione in Occidente, come se il nostro corpo dovesse automaticamente negare ogni utopia e viceversa. Se travalichiamo questa separazione, però, scopriamo che il corpo potrebbe essere, dal punto di vista non solo strettamente biologico ma anche filosofico, il tramite per un altrove. Ed ecco allora che, per essere utopia, basta avere un corpo.
Spesso il linguaggio rende estraneo il quotidiano vivere: lo distorce e lo annulla. Allora, per non farci a nostra volta deformare da un linguaggio che non ci appartiene, possiamo disimparare un pensiero coloniale, razzista, violento, antisociale?
Call artistə per una letteratura dell’organismo monocellulare