Accendini | Laura Grecale
Che cosa cresce sotto le gravats abbiamo scavato fino
a mischiare terra e sangue, ci siamo
sputati addosso come specchi e
baciati i piedi a vicenda come le puttane con i loro cristi
Che cosa cresce sotto le gravats abbiamo scavato fino
a mischiare terra e sangue, ci siamo
sputati addosso come specchi e
baciati i piedi a vicenda come le puttane con i loro cristi
Un corpo adesso viscido. Pare che abbia dato al diavolo gambe e braccia per un po’ di colore, in realtà l’ho ingannato, con il bianco dappertutto sembravo già amputata. Adesso nuoto in un banco di pesci rossi nella mia città sommersa; nuotare è darsi una raffica di spinte, abbiamo gli occhi sbarrati, sembra che abbiamo paura, Loris potrebbe essere uno di questi, paura perché siamo tutti uguali. Sembriamo un pugno, un muscolo contratto, cerchiamo una superficie dura da sfondare.
In quel deserto, in cui tutto il fragore della città pareva una carezza votata a lenire le crisi dei cristi perduti nelle trappole del proprio cervello – senza essere in grado di uscirne – ragione e coscienza sparivano. Si perse il senso d’identità, genere e razza, sciogliendosi tra canali del corpo, iniziando a espellersi come spora batterica, perdendo densità, definizione, linearità e confine.
Anna spesso si era chiesta come si fosse sentita quando, una mattina di novembre, il postino le aveva infilato nella buca delle lettere una busta contenente la foto di una vulva. Aveva forse pensato a uno scherzo di cattivo gusto? Un errore delle poste? Un messaggio minatorio? Una molestia?
Seconda puntata del ciclo “Contro il presenzialismo” a cura di Antonio Francesco Perozzi