Flash-foward! | Charlie Nan

Oltre i docks dai muri zozzi di gasolio e il sudore e le bestemmie dei marinai, il mare disperdeva le sue acque. La Queen’s Mary era appollaiata all’orizzonte, una Venere d’acciaio devota a San Giorgio, che puntava verso il cielo tutta la batteria di cannoni e antenne varie, un’imperfezione che interrompeva la linea del tramonto di quel martedì di maggio alle 18.32.
Appresso lo scafo a picco della corazziera, un J/70 Speedster guadagnava alla bolina, lega dopo lega, un nuovo orizzonte; al timone Tom Hoak disse a Jess di slacciare il fiocco anche se Jess lo stava già facendo; Jess studiava medicina al King’s College ma se essere un veggente fosse stato un lavoro avrebbe fatto il veggente; sapeva ancora prima di sapere e udiva ancora prima di udire e se avesse potuto avrebbe agito ancora prima di agire.
Essere un veggente in pieno 2017 è una vera menata: brandelli di immagini del futuro scorrono come la pellicola di un film ma senza opzioni nelle scelte e nelle interpretazioni, senza che le conseguenze abbiano alcuna causa.Continua a leggere…

Per cucinare l’aragosta occorre | Davide Galipò

Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.
Mohamud Darwish, poeta palestinese

La mia vita è stata votata alla ricerca della perfezione. La simmetria, il rispetto dei colori complementari, l’esatto equilibrio tra i quadri appesi alla parete. Né troppi, né pochi. Non sono un curatore, né un gallerista. Però, in un certo senso, potrei definirmi un artista, sì; un artista dalla fervida immaginazione, anche.
Sapete, il materiale con il quale lavoro alle mie performance – tra i più pregiati al mondo – non è affatto a buon mercato, e per procurarselo occorrono meticolosità e accuratezza assolute. Voglio dire, può capitare che alla cena organizzata da un famoso catering qualcosa vada storto, che il pesce non sia stato scongelato all’esatta temperatura, magari perché il maître ha pensato bene di farsi la sua fumatina poco prima di iniziare, che sarà mai, “dopotutto è soltanto una canna”, voi penserete, e invece no: chili di aragoste vomitate sul pavimento in cotto del pied-à-terre, indigestione generale, panico, ambulanze, ospedale, denunce come se piovesse. È proprio questo il genere di imprevisti che possono capitare nel mio lavoro, anche se non mi occupo di ristorazione e anche se questo non è un manuale per cucinare le aragoste. Se non si sta attenti, se non si esegue il piano alla lettera, tutto può precipitare a velocità iperbolica verso l’inevitabile fallimento. E il fallimento non è contemplato.

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La matematica dei corpi | S. K.

– Accendi quella sigaretta.
– A che ti serve?
– Devo fare un buco qui… – disse lei, appoggiando la punta dell’indice sulla bottiglia in plastica.
– E poi ci serve la cenere.
– Mi fai ridere, sai? – le mormorò in un orecchio.
– Perché? – sorrise lei.
– Perché non sai nemmeno girarti una sigaretta in modo decente, ma sembri un maestro di cerimonia con questa merda. E ti trovo un poco triste anche, perché ti immagino la notte qui, mentre non prendi sonno e corri verso la dispensa a prendere il bicarbonato.
– C’è l’ho qui in stanza il bicarbonato. Ognuno prende sonno come vuole, tu non sei meglio di me e lo sai.
Attraverso le tapparelle socchiuse filtrava, pigro, il primo raggio di un sole troppo stanco per dare il via alla giornata che i due tentavano di scampare. Lui, seduto sulle lenzuola, si accese la sigaretta fissando il vuoto che le note del Duetto dei fiori di Delibès tentavano di fugare tramite le voci di Mallika e Lakmè. Il vuoto in loro: due brocche prosciugate che si sarebbero di nuovo unite nel coito, riempiendosi a vicenda con l’horror vacui dell’altra. Il vuoto chiama il vuoto, zero più zero sarà eternamente uguale a zero. Le due brocche erano divise da un fazzoletto di cotone sul quale lei aveva buttato un barattolo di bicarbonato di sodio e una busta.

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Triplice fischio | Paolo Cerruto


Nacqui terzo di nove fratelli, dopo la guerra. Mio padre raccontava la vastità del deserto libico, una vittoria degli inglesi, la cattura e la prigionia durata sei anni. Mamma l’aveva aspettato. La prima volta che ho conosciuto un inglese volevo tirargli un pugno, da parte di mio padre. Poi ho pensato che la colpa non è genetica e ho lasciato stare. Però non mangio fish and chips e disprezzo profondamente la regina Elisabetta e i Beatles.
Con i miei fratelli e i picciotti della vanella giocavamo a pallone in un campo pieno di pietre. Prima di ogni partita ne toglievamo sempre un po’ ma sembravano essere infinite. La terra era grossa e dura, la palla di stracci si sfaldava, le porte di legno cadevano a ogni tiro, era quasi impossibile giocare. A me non fregava niente, tanto arbitravo. Ho sempre fatto l’arbitro, per mia scelta, non so dirvi il motivo; volevo mettere ordine, regolare. Non è un’attitudine da sbirro mancato, come pensano tutti. L’arbitro non prende ordini da nessuno. È semplicemente Dio, per novanta minuti più recupero, decide chi e quanto punire, chi perdonare. Decide l’inizio e la fine.

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