Il professore di etnomusicologia aveva perso la memoria di colpo. Non riconosceva la figlia, non riconosceva il nipotino, non riconosceva la gente davanti alla bara. Nella valigia c’era un registratore a bobine e decine di nastri senza etichetta, trent’anni di registrazioni di campo. Li ascoltava nel buio. Ogni nastro una città. I suoni precedono la memoria: la richiamano dal fondale come si richiamano i pesci con la luce.
I
Le città e il respiro
A Mùa l’aria è una cosa che si vede. Ha lo spessore di una garza si deposita sulle labbra entra nei vestiti resta sotto le unghie. Un’applicazione assegna un colore alla giornata: giallo respirabile, arancio dubbio, viola resa. I cittadini di Mùa non dicono che tempo fa. Dicono che colore fa.
L’odore è metallico, ferroso, sa di saldatura e di cantiere bagnato, il suono è un ronzio continuo di motorini a due tempi che non si spegne mai, sovrapposto ai clacson e alle grida dei bambini che giocano fra il traffico.
Nessuno cammina. Chi cammina è matto o straniero, che è la stessa cosa.
Persino i cani vengono trasportati su motorini rossi fiammeggianti sopra il manubrio o in gabbia così non si rovinano il pelo. Le strade salgono senza fine i fili della luce avvolti come gomitoli. Le donne portano bastoni con due cesti e cappelli a cilindro di paglia vendono la frutta del drago e bacche che con diversi tagli di luce appaiono bauxite. I gatti dei pianerottoli miagolano tutta la notte. Unghia per unghia, polpastrello per polpastrello, sferzano colpi sulle porte. Ma più si muovono e più gli viene stretto il guinzaglio, che per i convenevoli del socialismo è rosso porpora. Chi arriva da fuori non dorme, perché sta cambiando pelle come i dragoni: si squama.
Un tatuatore di trentacinque anni è l’unico che cammina. Indossa una maschera anti-gas di un’altra guerra. Dice che nel 2040 sarà già morto. Lo dice come chi riferisce il colore del giorno.
Forse Mùa è un po’ Genova, con i piccoli carruggi e le botteghe chiuse a matriosca nei vicoli più stretti, e un po’ Napoli, con i ragazzini e i clacson e la stessa vivacità nelle ginocchia, come fosse una partita di calcio senza arbitro.
Il nastro finì con un fruscio. Quel ronzio il professore lo conosceva lo sentiva nelle ossa come una frequenza bassa che fa vibrare gli organi prima delle orecchie. Franz Boas la chiamava cecità sonora: l’incapacità degli estranei di sentire le peculiarità essenziali di certi suoni. Ma lui non era un estraneo. Lo era diventato.
II
Le città e il rumore
A Romba nemmeno i morti riposano. Il cimitero ha la forma di una pista d’atterraggio, un enorme colonnato multipiano tutto bianco in marmo, con i cipressi che si stagliano su un cielo che ogni tre minuti viene spaccato in due.
I bambini sono nati con questo battito e lo confondono con il proprio cuore.
L’aria sa di cherosene e di fiori secchi. Il suono dominante è un boato sordo che distorce la percezione del tempo: un Boeing 737 che atterra e, prima che il silenzio si ricomponga, ne arriva un altro.
Giovanni corre in bicicletta nel parco incastrato fra la ferrovia e la rotatoria. La conversazione viene interrotta dal rombo di un canadair. Giovanni dice che è normale. I ragazzini comprano petardi, fanno a gara a chi fa più rumore.
Una donna vestita di bianco riempie un annaffiatoio di metallo fra le lapidi. I suoi tacchi donano una sezione ritmica a coloro che dovrebbero avere un riposo eterno e che invece sembrano aspettare ancora un volo.
I piccioni tubano. GRU GRU, GRU GRU.
A Romba le cose si costruiscono sopra le cose. Lo scavo è un lusso di chi ha silenzio.
Pronto? Mamma non ti sento. Mi senti? Pronto?
Il secondo nastro conteneva soltanto quello: GRU GRU GRU GRU e in sottofondo il rombo di un aereo. E poi una voce di donna — Pronto? Mi senti? — e la comunicazione si interrompeva. Il professore riascoltò quel frammento più volte. Non riconosceva la voce ma le sue mani, mentre ascoltava tamburellavano le dita sul tavolo senza che se ne accorgesse.
III
Le città e il desiderio
A Gràttami ci si muove per derive. Si esce senza meta e il corpo decide: una strada per il suono che fa sotto le scarpe, un’altra perché comincia con una certa lettera e quel giorno si è deciso di camminare solo sulle strade che iniziano per S.
Le acciaierie cantano come sirene sgozzate le fonderie suonano fiati. Nelle lavanderie a gettoni si mette musica che ha più di trent’anni e la biancheria gira come un pianeta.
C’è un’agenzia di viaggi che tratta esuli. Si occupano di trovarti un posto da cui non si possa scappare e dove non ti si possa trovare.
Un giovane chiude il portone rosso di casa, si infila le chiavi in tasca, tutto tintinna. Con la pigrizia di un pavone prende la bici. Il resto della gente sta in fila richiusa nelle carcasse-balene-automobili. La piazza si svuota, resta piena di amabili resti, i giornali distesi sul porfido.
I laureati mordono i sampietrini. Alcuni stanno in vetrina come manichini per un brand che ha capito che la bellezza faticosa è più vendibile della plastica. Un dottorando in astronomia ha smesso di guardare le stelle. Le stelle gli avevano fatto perdere il tempo. La manichina accanto a lui sfoggiava una laurea in architettura. Fra le piccole ombre di vetro, pensava che quel palazzo l’avrebbe potuto disegnare lei.
Lui senza cannocchiale ha capito che le stelle più belle sono le branchie più vicine.
Nel terzo nastro c’era un rumore metallico ritmato e sotto, appena percettibile, il grattare di una gomma sull’asfalto. Il professore si accorse che il suo piede batteva il tempo. Il corpo ricordava quello che la testa aveva dimenticato.
IV
Le città e l’amore
A Qamar ci si arriva da un’altra riva. Il traghetto emette un basso continuo che entra nello stomaco prima che nelle orecchie e poi c’è il silenzio improvviso dell’approdo e poi la città esplode: i clacson ritmati come percussioni il richiamo del muezzin che sovrasta tutto e tutto ricompone le voci dei venditori nella medina che contrattano sovrapponendosi come un canone a più voci.
L’odore è di harissa e di gasolio, di gelsomino schiacciato sotto i piedi e di pane caldo che arriva da forni senza insegna.
I muri sono color ocra e i tappeti rossi appesi alle pareti catturano il suono lo smorzano lo restituiscono ovattato. Nelle case i nastri delle vecchie registrazioni girano ancora: canti di matrimonio, tamburi bendir nelle notti di Ramadan, le voci delle donne che si chiamano dai tetti.
Fra una traccia e l’altra c’è sempre un silenzio che dura troppo a lungo. Una pagina bianca tra due pagine scritte. In quel silenzio si sente il mare.
C’è una promessa fatta di notte davanti all’acqua, due facce illuminate dalla stessa luna e un appuntamento: tre mesi ci rivediamo qui. Ma a Qamar il tempo si contrae, si espande, si accartoccia a seconda del vento e tre mesi possono diventare trent’anni.
Chi arriva e non trova chi cercava si siede e aspetta. Lo riconoscono dal suono: chi aspetta qualcuno a Qamar tamburella le dita sul tavolo, senza accorgersene, sempre lo stesso ritmo, come un battito cardiaco che chiama.
A Qamar si dice che chi perde la memoria non ha dimenticato nulla. Ha solo messo tutto sotto il fondale, come le conchiglie che il mare trascina via e restituisce in un altro punto della costa. Per ritrovarsi deve ritrovare l’amata e come Orfeo farla rivivere nella sua memoria senza voltarsi. E tu ti sei mai voltato per cercare un suono? Per assaporare il gusto di una ciliegia su un labbro di un uomo? Sta là, eppure in mezzo ai suoi denti, lieve con la lingua le porge alle donne di questa città, si dice che abbia il succo dell’intero amore.
Il quarto nastro era diverso dagli altri. Non c’era un suono di città, ma un soffio, forse il vento, forse il mare, forse un respiro. E poi una voce di donna che cantava qualcosa di indistinto, una melodia senza parole che poteva essere una ninna nanna o una preghiera. Il professore si accorse che stava piangendo. Non sapeva perché.
V
Le città e il corpo
A Branchia si arriva sognando.
C’è un molo lungo e la luce si diffonde densa e rosa. Il silenzio è quello dell’acqua: non un’assenza di suono ma un suono diverso, più lento, che entra dalle ossa.
I fiori appartengono a Chthulucene: hibiscus arancio passiflore di un viola esploso. I ranuncoli dominano il muschio. La ruggine riluce goccia per goccia, creando piccoli diademi.
Lavanda mandragola belladonna.
Il fondale è coperto di porfido e ciottoli — è un cortile dentro al lago o un lago con la pavimentazione di un cortile. L’acqua è argento e verde petrolio. Chi nuota abbastanza a lungo smette di respirare aria. Le guance si gonfiano, si aprono due fessure. È come togliersi un cappotto che si portava da sempre senza sapere di averlo addosso.
Sul fondo ci sono guizzi di luce: vetro soffiato. Sangue e salsedine. I pesci combattenti danzano. C’è un infrasuono, forse una balena.
Una voragine inghiotte tutto.
Chi riemerge dice di trovarsi a Ivrea, ma gli sembra la Norvegia. C’è la tecno e si balla fino a trovare il respiro pieni di paura. Il cuore diventa il cuore di una cerva.
I fiori della maglietta sono sbocciati.
Il quinto nastro era quasi tutto silenzio subacqueo. Un suono lento, ovattato, come registrato dentro un liquido. E in fondo, appena prima che il nastro finisse, una risata. Una risata di donna, breve, che si spegneva nel fruscio. Era la stessa voce del quarto nastro. Ma adesso rideva.
VI
Le città e la memoria
A Squama le volpi attraversano le strade all’alba e nessuno si stupisce. Gli orsi sconfinano dal cantone e vengono uccisi, ma a Squama i telegiornali non lo dicono: lo si capisce dal modo in cui la montagna cambia colore da un verde che diventa più scuro di un tono, come un livido.
L’aria profuma di resina e di neve che non è ancora caduta.
Il suono è il vento che trasporta le stagioni e sotto il vento il silenzio enorme delle valli, così totale che le stelle hanno una potenza incredibile di luce, come se anche il buio potesse avere un volume.
I cittadini di Squama tengono la testa china fra libri di antropologia e racconti sulla montagna. Sono tutti dottori ma nessuno trova lavoro.
La mattina si armano di longboard con caschetto e si fanno impagliare dalle occhiatacce degli anziani e dei ciclisti del weekend. Le strade finiscono dietro la discarica e poi all’ingresso dell’autostrada. La puzza è l’unica certezza. A quel punto non resta che il McDonald’s, una dannatissima Coca-Cola pagata con la carta — loro che sono cresciuti con Naomi Klein e il meglio dei no global.
Migrano gli uccelli verso la primavera e gli uomini si tingono di nero. Le madri sognano di vedere la lince sotto casa. I padri costruiscono muri. I nipoti vanno al carnevale vestiti da supereroi senza maschera e vincono lo stesso il premio per il miglior costume.
Il professore guardò la figlia che non riconosceva. Guardò il nipotino. Erano lì davanti a lui come città di cui si è dimenticato il nome, ma di cui si ricorda la melodia. La gente davanti alla bara lo aveva abbracciato e lui non aveva capito perché. Adesso forse cominciava a capire: la voce sui nastri, la promessa, il tamburellare delle dita.
L’ultimo nastro era vuoto. Solo la bobina che girava. Eppure era il nastro più consumato di tutti.
Cosa c’era stato prima che qualcuno o qualcosa lo cancellasse?
Il professore chiuse gli occhi. Si vide dall’alto come un aviatore miope e daltonico che annusa la densità dell’aria diversa. Volava sopra tutte le città e non ne riconosceva nessuna, perché ogni città va somigliando a tutte le città.
Aprì il diario all’ultima pagina. Non era bianca. C’era scritto nella sua calligrafia:
Ho un nuovo profumo. Mi sveglio.
Conteneva un nome, che era la risposta al suo oblio.
Foto dell’autrice
Irene Dorigotti, nata nel 1988, vive e lavora tra Rovereto e Torino. Laureata in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università di Bologna e Torino, ha sviluppato una carriera come antropologa visiva e regista, esplorando temi di spiritualità e percezione sensoriale. Ha prodotto film e installazioni artistiche, come Across (2023), presentato alla Mostra del Cinema di Venezia.
