Da New Babylon a Smart City | Una deriva nel “regno a venire” delle nostre città

“Si sa che i situazionisti per cominciare volevano almeno costruire delle città, l’ambiente favorevole all’illimitato dispiegarsi di nuove passioni”. Così scrisse Guy Debord nel 1972, quando l’Internazionale Situazionista, nata quindici anni prima, si era appena sciolta.
Era il progetto del cosiddetto urbanismo unitario, il fulcro della loro attività nei primi anni: a partire dalla teoria della psicogeografia e dalla pratica della deriva, si trattava di creare ambienti urbani in cui “costruire delle situazioni”, ovvero sperimentare un uso ludico dello spazio e del tempo sociali contrapposti a quelli imposti dal neocapitalismo dei consumi degli anni Cinquanta e Sessanta; costruire microcittà in cui affinare e da cui diffondere una nuova idea di felicità capace di scalzare quella imposta dalla nascente società dello spettacolo, il cui dominio totalitario si stava estendendo come una coltre mefitica, promettendo di “barattare la garanzia di non morire più di noia con la certezza di crepare di noia”, come reciterà uno degli slogan situazionista più celebri del maggio parigino.

Da destra, Constant Nieuwenhuys e Guy Debord in una “riunione” situazionista

Fu in quest’ottica che il situazionista Constant Nieuwenhuys, pittore convertitosi agli studi di architettura, cominciò a progettare – tramite scritti, mappe e maquettes – New Babylon, una megastruttura tecnologica che avrebbe dovuto sovrapporsi alle vecchie città per ospitare un’umanità ludica e nomade, liberata dalle catene del capitalismo come in una versione futuristica del mondo descritto da William Morris nel romanzo Notizie da nessun luogo: la città della deriva, dériville, come gli aveva suggerito in un primo tempo Debord, o la città dell’homo ludens come la chiamava Constant stesso in riferimento alle teorie del celebre libro di Huizinga. 

Progetto di “dériville” di Constant

Il fatto che Constant si concentrasse eccessivamente sui dettagli tecnici di New Babylon creò una frattura con il resto dei situazionisti, per i quali il progetto di sperimentare un urbanesimo alternativo a quello alienante capitalistico doveva essere concreto e immediato, in una dimensione strategica opposta a un utopismo puramente futuribile. Se il dominio si stava affinando attraverso un condizionamento sempre più pervasivo e soffocante degli stili di vita e dei comportamenti che strutturano la vita quotidiana nelle grandi città dell’Occidente, le possibilità di una sua rivoluzione dovevano giocarsi subito e in modo attivo. Compito dei situazionisti era innescare un processo per cui le persone potessero cominciare a costruire immediatamente un altro uso della vita, e le sue città, senza rimandare tutto ciò al giorno successivo alla rivoluzione. 

Mappatura della New Babylon di Constant (1959)

Il nodo del dissidio risiedeva nella questione fondamentale dell’uso della tecnologia e dell’automazione. Per l’ottimismo postmarxista di Constant la rivoluzione sarebbe maturata dalle contraddizioni intrinseche del capitalismo stesso, l’automazione avrebbe reso superflua l’alienazione del lavoro salariato e aveva quindi senso progettare l’architettra del mondo che il nuovo homo ludens sarebbe andato ad abitare un domani percepito come molto vicino. Per i situazionisti invece nessun utilizzo della tecnologia e delle macchine poteva portare a una liberazione dell’umanità fino a quando la rivoluzione della vita quotidiana non avesse estirpato il cancro del produttivismo dal mondo. La nuova idea di felicità da diffondere attraverso le città sperimentali era la posta in gioco urgente di una scommessa rivoluzionaria con il tempo della storia che Constant riteneva invece già vinta. Constant si dimise dal gruppo nel 1960 e la rivista dell’Internazionale situazionista bollò la New Babylon che egli continuò a progettare negli anni successivi come un “sottoprodotto tecnico dell’urbanismo unitario”.

Ben presto i situazionisti, convinti che le condizioni lo rendevano troppo  difficile e lungo da perseguire, abbandonarono il progetto di costruire delle città e si convertirono a una critica iperpolitica della società dello spettacolo che potesse portare a un’insurrezione generalizzata contro di essa. Ciò che in parte avvenne, grazie anche al loro supporto decisivo, nel maggio parigino. 

Il tempo è stato inclemente con il progetto di Constant. New Babylon ha conosciuto fortuna nell’ambiente artistico-architettonico, con importanti retrospettive nei musei internazionali, monografie e, soprattutto, ottenendo un diffuso riconoscimento di aver incarnato profeticamente l’architettura dei flussi, degli eventi, dell’iperconnettività di oggi. New Babylon viene insomma elogiata per essere stata una sorta di prefigurazione di Smart City, come, per esempio, sostenevano due influenti architetti come Carlo Ratti e Daniele Belleri in un articolo pubblicato su «La Stampa» il 16/9/2016, Nuova Babilonia, la città fluida dei nomadi digitali, in cui le riconoscevano un importante ascendenza sul loro progetto di una Senseable City:

“A sessant’anni di distanza, il lavoro di Constant appare oggi più che mai attuale: capace di anticipare in modo straordinario alcuni paradigmi che definiscono la vita del ventunesimo secolo, quali la mobilità a basso costo o l’ibridazione tra lavoro e tempo libero. Fino all’idea – fondamentale – che la città si possa rappresentare come una trama di flussi”.

I due affermavano di essersi ispirati a New Babylon quando “nell’estate 2006, con il progetto Real Time Rome, abbiamo usato i dati dalla rete cellulare di Roma per interpretare la mobilità locale. Erano le ore della finale dei campionati mondiali di calcio: quella sera, con meraviglia, abbiamo iniziato a vedere milioni di persone palpitare e muoversi in sincrono. Era la prima volta che informazioni di questo tipo – Big Data alla scala urbana – venivano usate per leggere la città”. E sempre a New Babylon attribuivano il merito di aver descritto anticipatamente la nuova figura sociale dei “programmatori, makers, scrittori che si ribattezzano «nomadi digitali». Questi ragazzi, forse senza saperlo, stanno a loro volta dando nuova linfa proprio alle idee di Constant. Lavorando e allo stesso tempo svagandosi: una settimana in un co-working su una spiaggia della Thailandia, un giorno in un caffè a Città del Messico, un mese in una stanza di Airbnb in un villaggio norvegese”.

L’architetto e pittore situazionista Constant nel suo studio (foto d’archivio)

In quello stesso 2016, la allora parlamentare danese Ida Auken – in veste di membro del Global Future Council on Cities of Tomorrow del World Economic Forum – pubblicava, sul sito del WEF stesso,  un breve articolo intitolato Welcome to 2030. I own nothing, have no privacy, and life has never been better, che tracciava un manifesto delle aspettative dei ceti dominanti sulla futura Smart City, presentata come necessità ineluttabile del progresso e visione di una vita urbana gestita autonomamente dall’Intelligenza Artificiale e dall’automazione. “Benvenuti nel 2030. Benvenuti nella mia città, o forse dovrei dire ‘la nostra città’”, debuttava la Auken, precisando che “non è una mia utopia o un sogno del futuro, ma è uno scenario che mostra dove siamo diretti – nel bene e nel male”. Nella prima parte del testo la Auken, di formazione ambientalista, descrive città ipertecnologiche ma piene di alberi e spazi verdi nei quali l’inquinamento è stato debellato da metodi di produzione green. In questa Smart City globale del prossimo futuro tutti i servizi sono stati resi digitalizzati e gratuiti tanto da rendere in alcuni ambiti obsoleta la stessa proprietà privata: “Per noi non ha più avuto senso possedere un’automobile privata, perché in pochi minuti possiamo chiamare un veicolo a guida automatica o un’auto volante per i viaggi più lunghi. Abbiamo iniziato a spostarci in maniera più organizzata e coordinata nel momento in cui il trasporto pubblico è diventato più semplice, più veloce e più conveniente”. Le case sono rese parzialmente collettive, con spazi a disposizione di chiunque. Perfino il consumismo è fortemente diminuito grazie alla produzione di oggetti progettati per durare, essere riparati e venire riciclati, e questo nuovo modo di vivere lascia molto più tempo libero per dedicarsi ad attività piacevoli e in armonia con la natura come il “passeggiare, andare in bici, cucinare, disegnare e coltivare delle piante”.


La Auken non cita mai la New Babylon di Constant ma fino a questo punto la sua Smart City sembra doverle molto nel descrivere un mondo nel quale le macchine sembrano essere state poste al servizio dell’uomo. Ma le somiglianze finiscono ben presto. “Shopping?”, scrive la Auken, “Non riesco a ricordare cosa sia. Per molti di noi, si è trasformato nello scegliere le cose da usare. A volte lo trovo divertente, altre voglio che sia l’algoritmo a farlo per me. Conosce i miei gusti meglio di me”. Smart City non consta quindi soltanto dell’automazione che elimina gran parte del lavoro, di semafori intelligenti che regolano il traffico, di automobili che si guidano da sole, ma soprattutto di macchine intelligenti che arrivano a sostituirsi alla personalità umana. “Di tanto in tanto”, scrive la Auken, “mi infastidisce il fatto che non abbia una vera privacy. Non posso andare da nessuna parte senza venire registrata. So che, da qualche parte, ogni cosa che faccio, penso o sogno viene registrata. Spero soltanto che nessuno la usi contro di me”.

Illustrazione di Kit Russell per Noi di Yevjeny Zamjatin (1917)

Nella prosecuzione del testo questo velato “fastidio” trasfigura il volto della Smart City nelle sinistre fattezze dell’incubo totalitario della città-Stato descritta nel 1932 da Zamjatin in Noi, il capostipite della letteratura distopica che Orwell elogiò come fonte d’ispirazione del suo 1984. Nel romanzo di Zamjatin gli unici ribelli che provano a resistere al totalitarismo tecnocratico dello Stato unico che coincide con un’unica città fortezza, lottando in difesa dell’umano e delle emozioni, si raggruppano in comunità che vivono nella natura selvaggia che si erge al di fuori della città stessa. Allo stesso modo, a distanza di un secolo, la Auken che abita la Smart City del 2030 scrive: “La mia più grande preoccupazione è rivolta a tutte le persone che non vivono nella nostra città. Quelle che abbiamo perso lungo la strada. Quelle che hanno deciso che tutta questa tecnologia sia diventata troppo. Quelle che si sono sentite obsolete e inutili quando l’intelligenza artificiale e i robot hanno preso il sopravvento su gran parte del nostro lavoro. Quelle che si sono arrabbiati con il sistema politico e gli si sono rivoltate contro. Vivono stili di vita diversi, fuori dalla città. Alcune hanno formato piccole comunità autosufficienti. Altre sono rimaste nelle case vuote e abbandonate dei piccoli paesini del diciannovesimo secolo”.

Il messaggio della Auken e del World Economic Forum è chiaro: il nostro futuro sarà tecnocratico e coinciderà con le smart cities. Queste risolveranno le crisi generate dal capitalismo e i pochi che proveranno a resisterle a esse saranno dei reietti. “Tutto sommato” conclude la Auken, “è una bella vita. Di gran lunga migliore rispetto alla strada che stavamo percorrendo, quando è diventato chiaro che non potevamo continuare con lo stesso modello di crescita. Stavano avvenendo tutte quelle cose terribili: malattie del benessere, cambiamenti climatici, crisi dei rifugiati, degrado ambientale, città completamente congestionate, acque inquinate, aria inquinata, disordini sociali e disoccupazione”.  

Al netto del fatto che, stanti le tendenze globali in atto, questa Smart City sarà l’ambiente urbano di una minima parte della popolazione privilegiata, mentre il resto vivrà nelle sue periferie, probabilmente simili a quelle descritte nei suoi romanzi da Philip Dick o peggio ancora, in bidonvilles, nella prospettiva delle élites del World Economic Forum, l’utopia rivoluzionaria della New Babylon di Constant viene cannibalizzata e rovesciata in un progetto neocapitalista. Smart City promette di essere la panacea di tutti i mali del presente; sarà una città sostenibile e resiliente, che preserva la natura in un contesto artificiale; una città frugale e inclusiva, che riduce gli sprechi e combatte le diseguaglianze sociali; la “città dei 15 minuti”, che permette agli abitanti di soddisfare tutte le proprie necessità nell’arco di pochi chilometri quadrati. È facile notare, per chi non crede alle eterne promesse di felicità del capitalismo, come dietro la scelta accurata di questi aggettivi appaia sinistramente la struttura della neolingua coniata da Orwell in 1984 per definire un linguaggio manipolatorio che impedisce ogni pensiero critico ai sudditi di un potere totalitario. Come afferma Jean-Pierre Garnier in Smart City. La “città radiosa” nell’era digitale:

“La propaganda della Smart City seleziona il proprio vocabolario adoperando la tecnica o, meglio, la tecnologia come referente ultimo o come garante di efficienza e obiettività. Presentato come una seconda natura, l’ambito tecno-scientifico imprime un marchio di ineluttabilità sulle decisioni che si prendono. Ormai non si tratta tanto di governare, quanto di gestire. Motivo per cui ai gestori e ideologi della Smart City piace così tanto la parola governance, importata – come tante altre – dagli USA e presa dal mondo ‘apolitico’ dell’impresa”. 

Espressione della quarta rivoluzione industriale, pronipote della stessa civiltà delle macchine nata due secoli e mezzo fa, Smart City si limita ad aggiornare la città funzionalista disegnata all’inizio del Novecento. Dalla città-fabbrica fordista alla città-fabbrica digitale, abbiamo pur sempre di fronte un formicaio di individui inquadrati in una massa anonima. Smart City propone un banale adeguamento tecnologico alla soddisfazione delle quattro funzioni determinate un secolo fa da Le Corbusier con la sua “città radiosa”: lavorare, abitare, circolare e distrarsi nel tempo libero. Come egli voleva “uccidere la strada”, intesa nella sua dimensione sociale, perché incompatibile e pericolosa per gli interessi della megamacchina produttiva, così Smart City è programmata per continuare a smaterializzare i residui valori sociali della vita urbana nella solitudine interconnessa delle piazze virtuali e del distanziamento sociale, nella distrazione annoiata dei nuovi consumi gestiti dal capitalismo della sorveglianza.   


L’uomo alienato iperconnesso di Smart City non ha nulla a che vedere con l’uomo libero che avrebbe dovuto abitare la New Babylon di Constant. Il suo ottimismo, che lo aveva spinto a progettare l’ambiente di un mondo liberato dal capitalismo in cui l’uomo domina le macchine per vivere liberamente, non può essere confuso con l’apologia del mondo ipercapitalista di oggi. Pochi anni prima di morire, nel 2005, commentando i numerosi omaggi che riceveva da archistar come Rem Koolhas, lo stesso Constant affermava amaramente: “Hanno preso soltanto la forma senza il contenuto. La mia era una forma per il contenuto. E del resto avevo sempre detto che la società esistente non sarebbe stata in grado di realizzare New Babylon. Non sarà realizzata con le mie forme, sarà realizzata dai neobabilonesi”. D’altronde, consapevole che “la società stava andando in direzione opposta allo sviluppo di una maggiore libertà”, egli aveva cessato di progettare New Babylon già nel 1969 per tornare a dipingere, limitando ormai le sue visioni urbane ad alcuni richiami malinconici ai terrain vagues cari alle derive situazioniste, zone marginali in cui si attiva quella curiosità ludica e psicogeografica antitetica al cancro urbano utilitarista.

Nelle critiche che avevano mosso a Constant in occasione della rottura, i situazionisti avevano colto due aspetti decisivi di quanto sarebbe successo negli anni a venire e che si sarebbero materializzati nel  revisionismo che sarebbe stato fatto del progetto di New Babylon: la capacità della cultura integrata al potere di saper recuperare progetti rivoluzionari snaturandoli o addirittura sovvertendone completamente il senso da un lato; il pericolo della cibernetica nelle mani del neocapitalismo dall’altro. Il loro messaggio, che emerge dalla storia di New Babylon alla luce della Smart City che si staglia al nostro orizzonte, è chiaro: non possono esistere città intelligenti e liberatorie per l’umanità finché l’intelligenza rimane quella del capitalismo. Fino ad allora, nella meno catastrofica delle ipotesi, avremo un aggiornamento del baratto tra la garanzia di non morire di fame con la certezza di crepare di una noia aumentata e cibernetica. L’uomo formica che abita le macchine per abitare progettato da Le Corbusier, divenuto nel frattempo totalmente dipendente dai sistemi informatici, come afferma ancora Garnier, “non meriterà più nemmeno l’appellativo di umano. Alla fine diventerà concreto e reale il vecchio sogno di Saint-Simon, il primo teorico della società industriale: la sostituzione del governo degli uomini con l’amministrazione delle cose, includendo – adesso sì – gli uomini trasformati in cose”. 

Se vogliamo invece pensare all’ipotesi peggiore, a partire dall’umanità schiavizzata ritratta in Noi di Zamjatin, abbiamo a disposizione un secolo abbondante della migliore fantascienza per immaginare il “regno a venire” (parlando di distopie urbane, almeno un riferimento al genio di James G. Ballard è doveroso) delle città che ci aspettano.

In copertina, frame da Metropolis di Fritz Lang (1927)


Leonardo Lippolis (Genova, 1974) si è specializzato in Storia dell’arte contemporanea all’Università di Genova e insegna nelle scuole superiori. Si occupa dei rapporti tra arte, architettura, capitalismo e rivoluzione in relazione allo spazio urbano, con particolare attenzione alle avanguardie storiche e alle teorie situazioniste. Tra le sue pubblicazioni Urbanismo unitario (Testo & Immagine 2002), La nuova Babilonia. Il progetto architettonico di una civiltà situazionista (Costa & Nolan 2007), Il mondo come metropoli. Capitalismo, arte e rivoluzione nell’epoca della grande trasformazione urbana, 1853-1933 (Ombre Corte 2021), La città livida. Una controstoria psicogeografica di Genova (1892-2022) (De Ferrari 2023). Con elèuthera ha pubblicato Viaggio al termine della città (2024).

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