Paolo Randone | Il testamento

All’alba dei trent’anni,
una terribile malattia
mi costrinse a letto.
Infermo, mi rivolsi alla penna:

“Fuggisti, guida,
da questi anfratti?
Ora che il cuore mio non regge più,
necessito memoriale.”

Nessuna risposta
nella penombra della mia stanza.

Un grande male
vegliava dal cielo.
Ghiotto di stamina,
mi pestava le gonadi.

Per privarmi dei domani, forse?
irato e meditabondo,
non avevo, nello scheletro,
la forza per esprimermi.

In solitudo,
tra i rantoli della paura
e le atrocità delle mancanze,
speravo che il mondo

ascoltasse il pianto di un ragazzo.

Giunse,
una mattina,
uno straniero coperto di sabbie.
Bussò tre volte alla mia porta ed entrò.

“Sono la morte,
venuta per il popolo
e non per te.

Sono la fine
delle fragilità di un mondo
offuscato dall’egoismo.”

Si sedette al fianco del materasso,
lasciando cadere un garofano sul comodino
sopra le lettere al padre, distanti da quelle alla madre.

Gli occhi dell’uomo
si posarono sul mio sterno:
che annusasse la ferita?
Non parlò.

Mi baciò la fronte
e, prima di svanire,
nel boato di un tuono,
sul soffitto si scagliarono infuocate infernali colonne di parole:

il mio testamento,
le memorie di un esule.
Niente agli avi, niente ai posteri.

Così recitavano le ultime:

“Lascerò il mondo in prenda alle lacrime,
recitando sul palco delle alte sofferenze,
e tutti ne patiranno.

Che possano cadere,
i molti,
dietro le ire del tempo.

Che piangano,
salme esangui,
consci della loro ignoranza.”

Chiusi gli occhi,
dopo la lettura,
e sanguinai
per l’ultima delle volte:

le lenzuola si sporcarono di nero.

Quaranta litri,
tutto il mio sangue
ed un calamaio d’inchiostro
impresso nella stoffa.


Paolo Randone nasce nel 1997 a Torino. Ha esposto i suoi collage in mostre personali e collettive, tra cui Paratissima e Smisurata Preghiera. Autore di Quaderno dell’ingombro, raccolta di poesie visive e poesie lineari.

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