Complice l’uscita nelle sale del bel film di Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l’altra, con Leonardo DiCaprio, Teyana Taylor, Sean Penn, Chase Infiniti e Benicio Del Toro (Warner Bros, 2025), in questi giorni si sta riscoprendo uno dei capolavori di Thomas Pynchon, Vineland (Einaudi, 1992). Ecco perché recensire un romanzo di uno dei maestri del postmodernismo statunitense oggi acquista un senso, al di là della sua trasposizione cinematografica.

Partiamo da un primo punto: questa non è una recensione del film di Paul Thomas Anderson. Mi soffermerò sul film giusto il tempo necessario a dire che la storia narrata in Vineland di Pynchon è molto più strutturata e complessa, ovviamente, di quanto si possa riassumere in una pellicola di due ore e quaranta e che Una battaglia dopo l’altra, per ovvie necessità di vendibilità al pubblico contemporaneo, sposta l’ambientazione dall’America post-fordista e reaganiana degli anni ‘80 all’America razzista e trumpiana di oggi.

Del resto, per riprendere un dialogo del film: “Non è che il mondo nel frattempo sia cambiato molto.” Eppure, questa storia parla di un gruppo di militanti che volevano cambiarlo. Pynchon, maestro della narrazione postmoderna cinica e disillusa reduce del “flower power” e del movimento hippy, che aveva già dato prova del suo talento visionario in capolavori come L’arcobaleno della gravità (1973) e che aveva già ispirato un adattamento sul grande schermo dello stesso regista con Vizio di forma (2009), in Vineland torna ai suoi temi prediletti: la disillusione dopo la lotta, gli ingranaggi del sistema e i suoi complotti.

Ma facciamo un passo indietro, per ricostruire il contesto in cui è nato il romanzo. Siamo nel 1988, Pynchon ottiene la borsa di studio della Fondazione John and Catherine MacArthur, la cosiddetta “genius grant”: un vero e proprio stipendio di 310.000 dollari ripartiti in cinque anni. Intanto, per tutto il decennio lavora a un nuovo libro, un omaggio agli anni Sessanta e a quello che hanno significato per gli Stati Uniti. L’ambientazione naturalmente non può che essere la California, lo Stato dove Ronald Reagan è stato eletto governatore molto prima di arrivare alla presidenza degli Stati Uniti.
Vineland appare nel febbraio 1990, a 17 anni di distanza da L’arcobaleno della gravità. La scrittura è più semplice, lo stile più diretto, pur in presenza di una trama sofisticata e sinuosa, arricchita da episodi quasi surreali su una storia apparentemente lineare: un hippy di mezza età, Zoyd Wheeler, che vive di sussidi pubblici, viene avvertito che la sua ex moglie, Frenesi Gates, collaboratrice di giustizia, potrebbe tornare a casa perché i fondi federali per la protezione dei testimoni sono finiti. Da qui si innesta una serie di episodi e divagazioni che mettono in scena UFO, morti viventi, suprematisti bianchi, monasteri di suore dedite alle arti marziali, campi di detenzione illegali, panetti di hashish grandi come il monolite di 2001: Odissea nello spazio e molto altro.
Come L’arcobaleno della gravità aveva puntato il dito sullo spartiacque alla fine della modernità, così Vineland è ambientato alla fine dell’utopia più concreta che gli USA abbiano mai visto, la controcultura degli anni Sessanta.
Zoyd Wheeler è un disilluso reduce dei ‘figli dei fiori’, che per avere il sussidio governativo si finge matto e ogni anno si getta a peso morto contro la vetrina di qualche bar, dopo aver allertato per lo ‘spettacolo’ cronisti televisivi e radiofonici. A lettura ultimata, si ha difficoltà a riassumere una trama: rimane piuttosto in testa un’immagine, come una ragnatela in cui tutti i fili si tengono o come un rebus in cui, unendo i puntini, alla fine emerge il disegno. Le 469 pagine del libro sono, infatti, una complicata costellazione fatta di flashback, di incastri che ci portano a entrare nell’atmosfera di un’America apocalittica, nel passaggio dall’esaltazione hippy degli anni ’60 agli anni tetri di Nixon e Reagan. E dato che siamo ancora nel solco di un realismo capitalista apparentemente senza fine, questa storia torna oggi di bruciante attualità.
Quando la Terra era ancora un paradiso, tanto tanto tempo fa, due grandi imperi, il Cielo e l’Inferno, si combattevano per il suo possesso. Vinse l’Inferno, e il Cielo si ritirò ad adeguata distanza.
Thomas Pynchon
Nella roulotte che gli fa da casa, Zoyd vive a Vineland (contea californiana immaginaria, ma realistica) con la figlia adolescente Prairie, dopo che la moglie Frenesi, un’ex cineasta femminista, impegnata contro la ferocia del potere, se n’è andata. Dopo la separazione da Zoyd, Frenesi è stata inserita nel programma federale per i pentiti e partecipa ad azioni sotto copertura, per incastrare personaggi scomodi ma secondari: trappole e ricatti squallidi pagati dalla polizia con uno stipendio sempre più basso. Un destino amaro per Frenesi, che proviene da una famiglia di attivisti di sinistra: suo nonno materno organizzava sindacalmente i boscaioli della contea e aveva passato buona parte della vita in galera. Frenesi è cresciuta con i racconti delle violenze dei padroni sui lavoratori; dopo il suo “tradimento” e la scomparsa dalla vita civile, avrebbe voluto avere il coraggio di tornare dalla madre, di cui sente la mancanza come quella della figlia Prairie. Forse è arrivato il momento, ora che la copertura è finita per sempre insieme ai fondi federali tagliati da Reagan: l’ultimo assegno ricevuto come compenso è scoperto. Intanto il procuratore Brock Vond, che aveva sedotto Frenesi convincendola a diventare informatrice della polizia, la starebbe cercando di nuovo.

Lo so che ci credi ancora, in tutte quelle stronzate. Tutti voi siete ancora dei bambini, dentro, vivete la vostra vita nel passato, negli anni Sessanta. Aspettate ancora quella magica resa dei conti. Non ti chiedo di crescere, ma, per favore, qualche volta chiedi un po’ a te stesso: “Chi si è salvato?” Tutto qua, una domanda facile facile: “Chi si è salvato?”
Prairie, la figlia di Frenesi, conosce DL Chastain, vecchia amica di sua madre. DL sa molte cose sul passato di Frenesi e si offre spontaneamente di aiutarla, portandola dal famoso Takeshi Fukimota. La accompagna nel convento delle Kunoichi, ordine monastico femminile dedito alla meditazione e alle arti marziali, dove la ragazzina trova asilo. Le Kunoichi possiedono un’ampia documentazione su Frenesi Gates, così Prairie comincia ad abituarsi all’immagine di sua madre da giovane, al tempo in cui lei e DL Chastain si sono conosciute. DL ha quasi finito il racconto, quando devono scappare perché gli uomini di Brock Vond incombono sul monastero in elicottero alla ricerca della ragazzina. Si nascondono nella Clinica, dove Prairie continua a interessarsi del passato della madre consultando l’archivio del collettivo cinematografico femminile 24fps al quale negli anni Sessanta appartenevano sia DL Chastain che Frenesi. Le ragazze del 24fps documentavano i disordini sociali: quell’archivio riporta Prairie ai tempi di un’America che non ha mai conosciuto, di rivolte e di repressione brutale.

Ritornata negli USA con la famiglia, DL viene rapita da sicari yakuza che la portarono clandestinamente in Giappone per metterla all’asta davanti a facoltosi acquirenti maschi: ad aggiudicarsi DL è stato il mafioso Ralph Waivone. DL gli cede non solo sessualmente, ma acconsente anche a lavorare per lui: obiettivo, l’eliminazione di Brock Vond, atteso a Tōkyō per un simposio internazionale di magistrati. Dopo il fallimento dell’agguato a Vond, DL torna in California per cercare asilo dalle Kunoichi. Qui entra in contatto con Takeshi Fukimota, maestro di arti marziali che si era imbattuto in una gigantesca impronta di un animale preistorico uscito dalle acque del mare, che avrebbe causato la distruzione della sede di una multinazionale. Durante il viaggio, DL e Takeshi conoscono Ortho Bob, autostoppista thanatoide, parola che significherebbe “uguale alla morte però differente”. Il Libro tibetano dei morti sostiene che l’anima appena trapassata non vuole ammettere di essere morta davvero.

Per Pynchon, i thanatoidi sono morti che non sanno di esserlo, passando il proprio tempo davanti alla TV. Per Anderson, quello stesso ruolo di assopimento viene svolto oggi dai social, Facebook e Instagram, che danno l’illusione di prendere parte a un cambiamento sociale senza agire.
Weed Atman, thanatoide ed ex professore del College del Surf, dove un giorno prende le difese degli studenti di fronte al brutale intervento della polizia per via di una canna, si unisce alla PR3, la Repubblica Popolare del rock and roll, ed è lì che Frenesi conosce Brock Vond, rimanendone innaturalmente turbata. Vond dice a Frenesi che Atman fa il doppio gioco, e le consegna un revolver da far avere a Rex, uno dei leader della PR3. Nelle mani del giovane, l’arma provoca quello che Vond si augurava: mentre le forze di polizia invadono la PR3, Rex spara esasperato a Weed Atman. La Repubblica del rock and roll viene così schiacciata. Un convoglio di camion trasporta in clandestinità i prigionieri in una sorta di zona franca dei servizi segreti nel deserto. La teoria di Vond, seguace di una criminologia antiquata alla Cesare Lombroso, è che l’attività degli studenti di sinistra non è una minaccia per l’ordine, ma un desiderio di esso: per questo li chiude nel centro di rieducazione politica, dove trasforma i detenuti in collaboratori di giustizia.

DL Chastain non si dà per vinta, riesce a entrare di nascosto nel campo e, grazie alle sue arti marziali, libera Frenesi dal sotterraneo dove Brock Vond la tiene segregata. Le due amiche scappano in Messico, dove Frenesi conosce il suo futuro marito Zoyd Wheeler, mentre suona in un locale vicino al confine. Dopo il matrimonio, Frenesi fa la vita da groupie, fino alla nascita di Prairie. La depressione post partum aveva tirato fuori in lei la nostalgia di Brock Vond, così abbandona la figlia neonata nelle mani della nonna Sasha e si ritrae in un cupo isolamento. Un giorno Vond, in auto, la blocca per strada e la perquisisce, la arresta e la trascina con sé nella stanza di un motel. Inconsciamente, era quello che Frenesi aveva sempre desiderato fin dall’evasione dal campo.
“C’era qualcosa in lui, che la attraeva in modo innaturale. Del resto, l’unica attenuante per un fascista è il fascino.”
Un giorno, tornando a casa, Zoyd trova l’agente Hector Zuñiga e un panetto di marijuana grande come il monolite di 2001: Odissea nello spazio, messo apposta dalla polizia per incastrarlo. Zoyd paragona il proprio rapporto con Zuñiga a quello tra l’uccellino Titti e il gatto Silvestro. L’agente aveva fatto irruzione per la prima volta nella sua vita poco dopo l’elezione di Ronald Reagan a governatore della California, quando aveva rifiutato di fare da informatore nel mondo del piccolo spaccio. Zuñiga gli parla della reaganomics: ora che l’ex governatore è presidente degli Stati Uniti, i fondi per il Programma protezione testimoni in cui era inclusa l’ex moglie sono stati aboliti: la donna potrebbe anche tornare da lui.

Il procuratore Vond va a trovare Zoyd in galera per proporgli un patto: lo lascerà libero se scomparirà per sempre dalla vita di Frenesi insieme alla bambina. Evidentemente teme che l’unica cosa che possa portargli via la donna è sua figlia. Zoyd non può che accettare. Sua suocera Sasha gli consiglia di andare nel nord dello Stato, nella contea di Vineland, dove già si stavano spostando molti hippy.
Anche se non gli piace ammetterlo, a Zoyd manca Frenesi: di notte ha l’impressione di uscire dal suo corpo e viaggiare fino al suo cospetto, ma non riesce a scoprire dove si trova. L’agente Zuñiga convince Frenesi, rimasta senza copertura, a recarsi a Vineland per l’annuale riunione di famiglia, e appena arriva le propone la regia di un film intitolato Droga: Sacramento degli anni Sessanta, Demonio degli anni Ottanta, per il quale ha già ottenuto l’interesse di un produttore che da un passato di tossicodipendenza si è gettato nelle braccia della reazione reaganiana. Per fare pressione su di lei, le mostra una foto di Prairie e le dice che la figlia vorrebbe conoscerla. Ovviamente si tratta di una trappola di Vond, che vuole rapire la ragazzina perché gli ricorda Frenesi.
“Siamo cifre, noi, nel computer di Dio – pensava Frenesi, o meglio, più che pensarlo lo mugolava fra sé e sé come una sorta di inno sacro, – “e l’unica cosa che siamo capaci a fare, essere morti o essere vivi, è l’unica cosa che Egli vede. Tutto ciò per cui piangiamo, per cui lottiamo, in questo mondo di fatiche e sangue, passa completamente inosservato agli occhi di quell’hacker che chiamiamo Dio”.
Così come Vineland di Thomas Pynchon è una straordinaria fotografia dell’epoca del “riflusso” degli anni Ottanta, segnato da figure politiche senza scrupoli come Ronald Reagan, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson è uno spaccato degli Stati Uniti di oggi, dove il suprematismo bianco e i centri di detenzione per migranti sono la realtà quotidiana.

Cambiano i nomi dei personaggi, l’epoca e le ambientazioni, ma la sostanza è la stessa. Negli Stati Uniti di Donald Trump non c’è spazio nemmeno per l’amore e il sentimentalismo: il colonnello Lockjow/Vond (interpretato da un luciferino Sean Penn) non vuole ristabilire un contatto con Willa/Prairie (una convincente Chase Infiniti al suo esordio cinematografico), ma solo ucciderla, per occultare le tracce della sua relazione interrazziale con Frenesi/Perfidia (l’attrice e cantante Teyana Taylor) ed entrare così nei Pionieri del Natale, un gruppo di suprematisti bianchi che mal sopporta questo tipo di “macchie” tra i suoi membri. Per Bob Ferguson/Zoyd Wheeler (un fattissimo Leonardo DiCaprio), che tra diversi inseguimenti con la polizia a fianco di Takeshi/Sensei (un divertentissimo Benicio Del Toro) rivive gli anni giovanili della sua militanza politica, si tratta invece di lanciare un monito alle nuove generazioni: non lasciarsi raccontare dalle vecchie generazioni, ma passare il testimone alle generazioni successive, le stesse che accenderanno la miccia per le battaglie di domani.
Immagini di copertina tratte da “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson
Thomas Pynchon (Glen Cove, NY, 1937) è uno dei più affermati scrittori postmoderni. Ha prestato servizio nella Marina degli Stati Uniti, prima di laurearsi alla Cornell University in inglese. La sua carriera letteraria comprende romanzi celebri come V. (1963), L’incanto del lotto 49 (1966) e L’arcobaleno della gravità (1973), che gli è valso il National Book Award, Vineland (1990) e, tra i più recenti, Vizio di forma (2009). La sua opera è caratterizzata da una complessità di stili e generi, dall’ironia e dall’indagine di temi come la paranoia e la destrutturazione dell’identità.
