“E perché, all’improvviso,
questa inquietudine e questo sconvolgimento?”
– Costantino Kavafis
PREMESSA
Se dovessi impersonificare il concetto di “cultura” nella società occidentale contemporanea, se dovessi assegnarle un “animale guida”, penserei al pesce spazzino.
Questo piccolo pesciolino è molto comune negli acquari domestici, poiché con la sua bocca a ventosa si attacca a vetro e fondale contribuendo alla pulizia dell’ambiente circostante.
Ecco, immaginiamo la coscienza del cosiddetto “Occidente collettivo” come un acquario sporco e sovrappopolato di pesci-merce e pesci-persone, e la cultura come il pesce pulitore di cui sopra: l’acquario continua a sporcarsi, i cadaveri dei pesci-persone emergono, ma invece di cambiare l’acqua diciamo “Nessun problema! C’è il pesce spazzino a garantire la pulizia”.
Ecco cos’è la cultura oggi, l’ultimo alibi del dominio.
Sembra esagerato da dire? Stiamo a vedere.
La società borghese è giunta alla fase più apocalittica della sua Storia, fra una guerra interimperialista in Europa, un genocidio nel levante arabo e in generale un aumento della produzione di merci ormai insostenibile per l’intero pianeta, eppure appena cominciamo a mettere in discussione l’intero stato di cose presente arriva il grillo parlante a magnificare i grandi progressi della scienza e della tecnica, la libertà di pensiero e di stampa, le forme di espressione artistica “impensabili fuori dalle nostre democrazie”, insomma tutta la retorica suprematista e colonialista occultata però da argomentazioni tipo “la bellezza salverà il mondo”.
Suprematista e colonialista perché presuppone che tutto nasca dalle civiltà europee (occidentali, preferibilmente), che solo il cristianesimo (romano, preferibilmente) e l’illuminismo (non quello giacobino, preferibilmente) siano le forme di pensiero storico esiziali per lo sviluppo dell’etica e della morale, che solo i grandi artisti bianchi (maschi, preferibilmente) abbiano sviluppato le espressioni più ardite dell’umanità, mentre fuori o è giungla o sono coloro che abbiamo “convertito”.

Ebbene sì, il resto del mondo che accettiamo è solo quello che ci imita, lo sentirai dire tanto da Rampini quanto da alcuni “anarchici” e “comunisti”. Tutto il resto, barbari e selvaggi.
A volte, il gioco si fa palese e la maschera cade.
Il Premio Strega saggistica 2025 è andato ad Anne Applebaum, per Autocrazie. Chi sono i dittatori che vogliono governare il mondo, un breve saggio in cui l’autrice, già Premio Pulitzer nel 2004 per una inchiesta sui gulag staliniani, si propone di analizzare l’intreccio fra le dittature odierne e la loro offensiva, dall’esterno ma anche dall’interno, alle “democrazie” sempre rigorosamente occidentali.
Sembra perfettamente normale che il premio letterario più celebre d’Italia, nella sua sezione di saggistica, premi una giornalista di lungo corso che presenta un testo in difesa delle nostre belle democrazie, no?
Bene, ecco cosa diceva nel 2002, durante la seconda intifada, Applebaum a proposito dei giornalisti palestinesi:
“La distruzione della sede radiofonica di Voice of Palestine, avvenuta lo scorso fine settimana, appartiene tuttavia a una categoria diversa. Sebbene, ripeto, non riesca a capire il senso di distruggere l’edificio – la radio è rimasta fuori onda per alcune ore, ma ha ripreso a trasmettere da un altro studio – i media ufficiali palestinesi sono il luogo ideale su cui Israele può concentrare la sua ira.”
L’articolo si chiamava Kill the messenger. Lo stesso anno scriveva un famigerato articolo intitolato “You Can’t Assume a Nut Will Act Rationally” (Non puoi dare per scontato che un pazzo agisca razionalmente), in cui paragonava Saddam Hussein a Hitler e scriveva: “Presumere che Saddam non usi le sue armi di distruzione di massa è una ipotesi azzardata, perché egli non ragiona razionalmente”. Quelle armi non sono mai esistite.
Eppure Applebaum vince il Pulitzer, vince lo Strega, e nessuno fiata nel bel mondo culturale, perché una polemica significherebbe anche cominciare a ragionare su di sé, sul proprio ruolo nel mondo, su cosa è concesso e cosa no dalla “libertà di espressione”.
EQUIPAGGIAMENTO ESSENZIALE
“Circolano parole d’ordine e veline. Di questo libro si può parlare, di quest’altro si taccia; questo libro vinca un premio, quest’altro no.” Così diceva Pier Paolo Pasolini già nel 1968 nella lettera “In nome della cultura mi ritiro dallo Strega”, in polemica con il Premio che, a suo dire, era “irreparabilmente nelle mani dell’arbitrio capitalistico”.
Morto troppo presto, ha avuto comunque la fortuna di non vedere che questa dinamica si è estesa ovunque. Oggi parole come “cultura”, “arte”, “libertà” hanno la stessa funzione di parole come “sicurezza”: delineare lo spazio fra il lecito e il barbaro da sopprimere.
“Una civiltà che si dimostri incapace di risolvere i problemi che produce il suo stesso funzionamento è una civiltà in decadenza.
Una civiltà che sceglie di chiudere gli occhi di fronte ai suoi problemi più impellenti è una civiltà ferita.
Una civiltà che gioca con i propri principi è una civiltà moribonda.”
Comincià così Aimè Cesaire il suo celebre Discorso sul colonialismo, oggi più valido che mai e infatti mai riproposto dai panciuti saputelli delle intellighenzie di ogni colore politico, intellighenzie in decadenza, ferite, moribonde e proprio per questo ancora più aggressive, autoreferenziali e introvertite sul proprio piccolo mondo di sorrisoni alle fiere del libro.
E noi? Noi siamo una rivista culturale, e non possiamo dirci così diversi – se non forse per la diversa fortuna – da ciò che fino ad ora ho ingiuriato.
Ma vogliamo operare un rovesciamento di tutte le forme statiche di questo mondo.
In un mondo in cui è selvaggio chi cerca l’autodeterminazione, anche con le armi, e non chi pratica genocidio e apartheid; in un mondo in cui è selvaggio chi blocca una strada per protestare contro il disastro ambientale e non chi lo pratica ogni giorno; in un mondo in cui è selvaggio chi decide di restituire un po’ della violenza che subisce quotidianamente e non chi gliel’ha somministrata dalla nascita; in un mondo in cui è selvaggi* chi viene discriminat* per il suo genere o la sua provenienza e non chi discrimina; in un mondo in cui è selvaggio chi ruba al ricco e non chi accumula ricchezze; noi stiamo coi “selvaggi”. E ne vogliamo parlare, e vogliamo immaginare nuove forme di “barbarie positiva”, come diceva Benjamin, e far sì che la scrittura e la poesia possano essere la melodia con cui accompagnamo questa barbarie, e leggere storie dall’altro capo del mondo per imparare.
Imparare a smettere di essere pesci spazzini, diventare Selvaggi.

ISTRUZIONI PER L’USO
Non dobbiamo più aspettare i barbari.
Siamo già qui: dappertutto.
Le nostre bocche sono fatte per aprirsi, le nostre lingue stanno per rompersi.
Quando il corpo si agita e agisce la mutazione, la nostra voce esce da qualsiasi organo.
Siamo dentro tutto, ci installiamo nelle fessure per farle saltare, reinnervare tutte le parole che ci avete tolto; ne facciamo di nuove. Le poesie scorrono come fluidi di là dai limiti.
Se nessuno ci dà la parola, incendiamo il silenzio. La nostra voce esce da qualsiasi cosa.
Nei racconti di After After i selvaggi sono una specie che popola un futuro distopico. Vivono rintanati sottoterra e distruggono tutto ciò che trovano sul proprio cammino. Sovversivi e antiborghesi, i selvaggi sono dei guerrieri corrosivi che emergono dalle viscere, si insinuano negli interstizi e disobbediscono a ogni forma di ordine. Il loro incedere svela una narrativa che sanguina e sporca le storie e la lingua. La loro epifania è iniziatica e rivelatrice di un’idea di letteratura di frontiera che “pensa contro se stessa”, come scrive Hanna Serkowska. In Poiein, abbiamo prediletto poeti che riprendono parola e rompono la lingua aprendola a nuovi campi di lotta. Per Odile, scendiamo nel girone dei “non assoggettati alle regole”, quelli che non per anarchia, ma per attitudine riescono a sovvertire l’ordine, rimanendo nel loro limite. Con noi per questo infernale tour, Emidio Clementi, ci porta nella sua visione poetica, costruita con le parole e la musica per declinare in Italia il genere spoken. In Noumeno, la recensione/intervista a Houria Bouteldja, autrice di Maranza di tutto il mondo, unitevi! fornisce qualche consiglio su come le alleanze tra gli ultimi possano superare l’impasse politica ed eurocentrica attuale. In Aleph, il reportage sui Mutoid punta sull’ inevitabile trasformazione utile a uscire dai momenti bui della storia. Ciò che si evince è una mappatura, come nella tavola di Holly Heuser nella rubrica Ecfrasi, delle zone temporaneamente libere dal dominio. E poi chissà, magari se ne aggiungeranno altre. Allora che aspetti? Leggi, cospira, crea alleanze.
La prossima potrebbe essere la tua.
