Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.
– Cesare Pavese
Se va bene uno nasce e cresce in un posto a ‘fanculo nel mondo e in quella scatarrata accidentale di Dio matura la convinzione che ogni cosa del giorno – ciò che ha nel piatto, la stessa maniera di portarsi alle labbra la forchetta, il gesto – sia nata anch’essa e cresciuta in quel posto.
Credevo questo io: che la calce sui muri fosse mia, che le tende di paglia e legno alle finestre fossero mie, che i peperoni dolci saltati nell’olio quasi fumante e conditi soltanto con una manciata di sale grosso fossero i miei, e che mia fosse la storia che il paese in cui sono nata e cresciuta narrava.
Lo credevo persino la scorsa settimana, all’alba, mentre il treno avanzava sull’istmo di terra che divide l’Etang de Thau dal mare, nell’Occitania francese. Uccelli di ogni tipo si tenevano sull’attenti, le zampe saldate a pali e rami di fortuna, e osservavano il pelo dell’acqua alla ricerca di prede. Qualche pescatore preparava gli ami guarnendoli con vermi vivi, di quelli che si tengono in tasca, dentro scatolette con la segatura, come sigarette.
Sono partita con l’intento preciso di tagliare il cordone ombelicale con tutto ciò che significhi, dentro di me e fuori, paese. Per non essere appunto come quei pescatori nazionalisti di Francia, che continuano a vantare come secondo lago più grande della nazione quella pozza salmastra dell’Etang de Thau in cui gettano gli ami senza tirar su granché.
Qualcuno in Italia, nel bar della piazza, probabilmente starà dicendo che sono scappata. Non è da loro, però, che fuggo, ma dall’idea che ho di loro o, meglio, dall’idea di appartenergli come loro appartengono, in un certo qual modo, a me.
Se fossi stato un ricco gentiluomo alla fine del diciannovesimo secolo, avrei chiesto ai miei marinai di armare un vascello per una crociera nel nord dell’Atlantico, o anche solo di isola in isola, di porto in porto, nel Mediterraneo. Invece, ho preparato lo zaino e prenotato una serie discreta di camerate d’ostello, finendo per dormire con persone dalla scarsa igiene e dai modi scortesi o, alla peggio, con gente chiacchierona in cerca di avventura.
A chi ha il cuore spaccato tutto ciò dà fastidio. Non è la ricerca del nuovo o del brivido che mi farà dimenticare il tradimento subito da chi si diceva amico o parente, persino. Occorre distruggere e decostruire, mettersi in fila con tutti gli altri e con loro fondersi fino a scordarsi per cosa si stia di fatto facendo la fila.
È una cosa semplice quando ci si ritrova a camminare in grandi città come Parigi, Barcellona o Madrid.
Le capitali europee ci sono riuscite: si sono arrese alla nebbia del capitalismo – uno scherzo etimologico, tanto che è ormai impossibile dire cosa le renda diverse o speciali; si sono uniformate alle richieste del mercato, fino ad annullare quell’individualismo proprio di chi si dice sostenitore del suddetto sistema. Un cane che si morde la coda?
Nonostante i giornali segnalino imperversi ovunque la piaga della siccità, una nuvola di fantozziana memoria sembra seguirmi in qualsiasi luogo io scelga di sostare. Piove persino adesso, nella focosa e – a detta degli abitanti – asfissiante Siviglia. Ho la pelle umida, ogni centimetro di corpo, ogni lembo bagnato.
Hacía meses que no veíamos una gota de agua… dice la signora Lucìa mentre mi consegna le chiavi della stanza numero ventitré, secondo piano. La frase suona come una scusa, ma al contempo c’è nel tono una nota di sollievo. Rosita, una gatta enorme a pelo lungo che ho il sospetto sia la reale titolare della struttura, miagola dal suo trono come a voler sottolineare l’assurdità dell’evento meteorologico. Mi osserva famelica, con lo sguardo di chi desidererebbe acciuffare e sbranare la preda per poi tornare a leccarsi i baffi in attesa del prossimo ospite.
Una gota de agua, solo questo volevo essere, mentre un secco vento da sud-est soffiava sul palco delle elezioni amministrative e confondeva i profili delle case. La mia squadra da un lato e uno spietato assassino dall’altro. Ero davvero convinta di poter vincere contro un male così profondo e così esteso, radicato nell’animo delle vittime prim’ancora che nell’animo del loro carnefice.
Mio padre lo diceva sempre: dalla nostra parte di costa, quando c’è scirocco e provi a navigare, il rischio è di finire persi in mezzo al mare.
La signora Lucìa mi chiede un documento di identità. Le allungo la tessera della patente, la firma è ormai ridotta a una macchia sbavata protetta da un pezzo di nastro adesivo. La mia faccia nella foto è quella di una appena maggiorenne, gli occhi di chi da poco ha scoperto le gioie di una scopata. C’è ancora amore, se vogliamo.
Improvviso risposte in spagnolo alle domande dell’albergatrice e il fatto di riuscire a comunicare senza problemi un po’ mi disturba: non sono qui per sentirmi a casa.
La stanza ventitré è perfetta nel suo somigliare alla camera di un convento. Il letto in ferro battuto ha sopra un materasso imbottito di lana e biancheria color terra, che insieme agli arredi scuri e spartani dona all’ambiente il giusto tocco di austerità e tristezza.
Lascio lo zaino su una sedia e mi sdraio supina. Sento in ogni muscolo la stanchezza di giorni di vuote camminate sotto l’acqua, lungo strade ogni volta diverse, nuove eppure riconoscibili o affiancabili ad altre già note.
Mi pesano addosso le sedie blu del lungomare di Nizza e i riflessi argentati della sua lunghissima spiaggia, l’odore speziato dei vicoli attorno al mercato di Noailles, a Marsiglia, le facciate pastello dei palazzi di Narbonne, le mura alte della falsa Carcassonne, l’olezzo del quartiere gotico di Barcellona, le pozzanghere verdi del giardino botanico di Madrid, e tuttora vedo, chiudendo gli occhi, i fuochi d’artificio esplodere dalla bocca del mostro in festa e i miei compagni applaudire sconfitti a una vittoria truccata.
Mi risollevo, faccio una doccia veloce. Provo, invano, ad asciugarmi: un istante dopo aver strofinato il corpo con un telo di spugna, la pelle risputa fuori dalle ghiandole un gel limaccioso.
Madida, seleziono qualche capo spiegazzato dal fondo dello zaino, lo indosso ed esco.
L’Alameda de Hércules, stretta tra il Guadalquivir e il Macarena, è tutto un avanti e indietro di passi e bestemmie. Le elezioni amministrative incombono in molte grandi città della Spagna e ai lampioni sono appesi manifesti di propaganda in polivinilcloruro con sopra i motti dei partiti o le facce dei principali esponenti di una o dell’altra fazione. Le bandierine politiche sbattono nella notte senza riuscire davvero a spiccare il volo, come tante vele senza nave e pertanto rappresentano inutili sfizi, vanitose esibizioni di una spedizione che non ha bisogno di partire: le basta farsi vedere, così, purché se ne parli.
Scelgo un bar tra i tanti per sedermi a gustare una birra ghiacciata. Al tavolo accanto c’è una ragazza che mangia con le mani da una ciotola di lumache. I suoi lunghi capelli intercettano di tanto in tanto gli schizzi del sughetto e avrei voglia di alzarmi e stare in piedi alle sue spalle, raccogliendole i ciuffi in una ciocca per permetterle di finire il pasto senza doversi sporcare.
Sarebbe romantico, in un mondo parallelo, ma in questo qui mi sporgo verso di lei e le chiedo di assaggiare una lumaca. Nora, così si chiama, mi fa un sorriso divertito e mi invita a sedermi al suo tavolo per dividere il pasto. Viene dal Canada e studia culture classiche. Mi racconta delle due statue in cima alle colonne che adornano la piazza in cui ceniamo, io le racconto una barzelletta di Tony Sperandeo.
– You know, right, Nora, that we are eating the smartest animal on earth?
A questo punto credo stia per pentirsi di avermi rivolto attenzioni. Mi scongiura tuttavia di illuminarla.
– When a snail is born, it’s already at home. When a snail gets engaged: two houses. When a snail dies, even though it is dead, it still gets sucked on.
Nora sorride. Ci passa la fame, la sete aumenta.
Mi risponde con un’altra barzelletta in cui un uomo, mandato dalla moglie a comprare delle lumache, essendosi attardato per via di una sosta nel pub del paese, per giustificarsi e sfuggire all’ira della consorte, dispone in fila indiana le lumache lungo il viale di casa e inizia a urlare ‘cmon ladiesss, my wife is waiting for yaaa!
Fingo che la storia sia divertente, lei se ne accorge. You are sweating a lot, mi dice.
Cos’è un mostro? Un prodigio soprannaturale, una creatura che ha in sé traccia d’avvertimento, un esemplare dotato di qualcosa di speciale.
– Nora, tu sei un mostro.
Mi esce così, senza intenzione d’offendere.
– You are not a snail, Nora, you’re human.
Le lascio sul tavolo una banconota per contribuire al saldo, le do un bacio sulla guancia e imbocco una via del centro che porta verso i giardini alle spalle dell’Alcazar.
Gli alberi di arancio lungo i viali fanno un profumo amaro, che si diffonde nell’aria mescolandosi al fumo delle sigarette e all’odore di sterco lasciato dalle carrozze per turisti.
Cammino ancora, ho perso il conto dei passi e dei luoghi. Ho perso un paese.
In tutti i volti sorridenti appesi ai pali, affissi ai muri, luminosi negli schermi pubblicitari, rivedo lo stesso Cleone dell’antica commedia. Lo spettro patinato della corruzione a trentadue denti che sussurra parole demagogiche all’orecchio affamato degli aventi diritto al voto. È lo stesso volto da cui sono scappata al mio paese di origine, quello che si ripete sui manifesti: cambiano i simboli e i caratteri tipografici, ma la sostanza rimane la stessa. Un paese. Un uomo. Un mostro.
Dai giardini di rugiada che costeggiano le mura di ben più elaborati spazi verdi, mi muovo verso i vicoli del Barrio di Santa Cruz. Profumo di arancio che persiste e di liquori fatti in casa, uova strapazzate con patate per riprendersi dalla sbornia.
La calce sui muri, le tende di paglia e legno alle finestre, il sapore dei peperoni dolci saltati nell’olio quasi fumante e conditi soltanto con una manciata di sale grosso che giunge dai ristoranti mi confonde e diverte al tempo stesso.
Nora ha parlato di una certa calle Reinoso, una via che tutti chiamano calle de los besos perché è talmente stretta che gli abitanti delle case che vi si affacciano possono scambiarsi salive ed eventuali malattie semplicemente sporgendosi dai rispettivi balconi. Storielle per turisti.
Una volta raggiunto l’ingresso della via, alla fine non è così stretta. Il pavimento in pietra è dannatamente freddo e scivoloso. Non capisco come mai, benché la strada non sia poi così stretta come dicono, io non riesca ad attraversarla.
Dall’altro lato, c’è Nora che mi aspetta, tiene le braccia spalancate, i palmi delle mani premono sulle pareti dei primi due palazzi della stradina. Qualora le togliesse, probabilmente crollerebbe tutto.
Se provo ad andare avanti e raggiungerla sento un fortissimo dolore, tanto intenso che, se procedessi, mi si frantumerebbero le ossa. Forse ho scordato di prendere gli immunomodulanti per i reumatismi o li ho presi e ho sbagliato a mischiarli col gin o è l’umidità.
Se cammino a ritroso, però, non provo dolore.
– Why I can’t walk, Nora?
Forse non merito i baci. Non merito un limone alle tre di notte.
Continuo a grondare acqua. Non sudavo così dalle ore di educazione fisica alle scuole medie, quando speravo che correre in tondo imitando i cavalli potesse essere una buona scommessa.
Con le mani mi strofino gli occhi ormai appannati. Quando li riapro, Nora è sparita.
– Mira, mami! – dice, indicandomi, la voce di un bambino che se ne sta fermo nel punto in cui un istante fa Nora teneva in piedi il mondo. Mi guarda come guarderebbe il suo personaggio preferito dei cartoni animati. Per quale motivo c’è un bambino in giro per Siviglia a quest’ora?
– Mira, mami!
Continua a indicarmi, ma la madre non arriva.
– ¿Dónde está tu mamá? – gli chiedo, con un residuo di speranza.
Sto qui, bloccata alla soglia della calle dei baci, e dall’altro lato un giovane figlio della notte è stato abbandonato al suo destino.
– ¿Qué hay que mirar? – insisto.
– Piccola stupida stronza – dice allora il bambino, sulla cui faccia vedo crescere un ispido pizzetto brizzolato. – Dove credevi di andare?
– …Tu?
Non riesco più a muovermi neanche a ritroso, sono incastrata tra le pareti della calle dei baci e la faccia del mostro mi guarda dalla cima del corpo di un bambino di cinque anni. Dal riflesso che una finestra restituisce e dal peso che inizio a percepire sulla schiena, mi rendo conto di avere addosso un enorme guscio a spirale: sono una gigantesca lumaca che gronda sudore e ha camminato, camminato e camminato, per giorni, convinta di potersi separare dalla propria casa. Caracol: l’animale più intelligente ha girato in tondo.
– Mira, mami! – dice il neoeletto infante, prima di darmi un bacio e spaccarmi il guscio a martellate.
Illustrazione di Priti Kafle
Chiara De Cillis (Carovigno, 1995) vive e lavora a Torino. Nel 2016 ha preso parte alla fondazione di «Neutopia» e per quattro anni ne è stata redattrice. Successivamente, è stata capo-redattrice per «La tigre di carta». I suoi racconti sono apparsi su «Neutopia», «Inutile, «Lahar Magazine», «Rapsodia», «Quanto» e «Altri Animali». Nel 2018 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Cane Magro (Italic&Pequod). Moloch (Eretica, 2020) è il suo ultimo libro. Con Radiobluenote ha registrato diversi brani spoken word, contenuti negli album Poesie per la Dora, Madrigale e Propaganda.

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