Ruanda: fuori dalla bolla

Goma, Nord Kivu, RD Congo, 27 giugno 2013

Ascolto le “20 Massive Hits” di Toots and the Maytals e provo a riavvolgere pensieri e riflessioni sensate su questo luogo e sul mio stare qui. Provo a scrivere, provo a buttare giù quello che sento con la pancia.
Oggi è una giornata abbastanza tersa e limpida. Stranamente non si vedono le vicine colline ruandesi come non si vede il vulcano Nyragongo che, nelle giornate soleggiate, si erge alto sopra la polvere della strada principale. Dicono addirittura che talvolta si riesca a vedere anche il cratere di lava che continua a zampillare sulla sua sommità.

La polvere che si alza al passaggio dei camion è nera, le strade pure, le baracche sono marroni con i tetti in lamiera grigiastra, le rocce vulcaniche sono color cemento, anche il lago Kivu è molto buio. E a questo si aggiunge ovviamente il colore della pelle degli abitanti di questa città. Anche se in realtà di sfumature di nero ce ne sono a bizzeffe, viste le diverse comunità etniche che vivono in questo territorio. A volte sembra nero anche il mercato Virunga, dove andiamo a far la spesa. Si vedono distintamente le polverose e caliginose tavole di legno su cui viene ordinatamente disposta la poca frutta e verdura in vendita. Altro che colori. È tutto nero.

I colori dominanti non sono, come spesso si usa raccontare parlando di Africa, quelli caldi e accesi della frutta o dei vestiti delle persone che camminano avanti e indietro, come trottole. Domina il nero, lo scuro.

Solo i colossali mezzi dell’ONU sono bianchi. Dentro alle camionette vediamo soprattutto soldati tanzani, sudafricani e indiani. Fa sorridere pensare che noi Colombe siamo gli unici bianchi in giro per le strade, a mangiare polvere e gas di scarico e a sporcarci un po’ quella pelle che qui in Congo sembra fin troppo bianca. Chissà perché tutti i Muzungu (i bianchi) se ne stanno sempre dentro queste jeep rinforzate con gli adesivi e i loghi delle organizzazioni. Credo farebbe bene a Goma come a tutto il mondo, vedere un po’ di sfumature di colori. A me piace quando nella mia città i neri si confondono con i bianchi. E mi piace anche girare a piedi per questa città, anche se tutti mi notano.

In quasi due settimane di Congo non ho fatto granché se non camminare, parlare e ascoltare. Abbiamo parlato con le agenzie delle Nazioni Unite (Ocha, Unhcr), abbiamo ascoltato le organizzazioni locali, quelle internazionali, le ONG, alcune associazioni, molti missionari. Come osserva l’analista Peter Uvin, gli aiuti internazionali spesso finiscono per rafforzare le stesse strutture di esclusione e potere che alimentano la violenza. E qui a Goma, mentre gli aiuti scorrono, la guerra e la povertà restano.

Abbiamo visitato il campo di sfollati interni di Lac Vert. Circa 36.000 persone vivono laggiù. Come tutta la popolazione di Aosta. La guerra, dicevo, non si vede. Ma si sente. Si sente nelle vite spezzate, nelle migliaia di sfollati, nei coprifuoco non scritti. Qui a Goma, la guerra non è solo una questione di armi: è una prigione invisibile fatta di paura, miseria e precarietà.

Qui a Goma la guerra si sente anche se non si vede. Ma se guardi bene, riconosci il passo sicuro di chi è cresciuto con un Kalashnikov a tracolla. Nel suo libro Generazione Kalashnikov, l’antropologo Luca Jourdan descrive come per molti giovani l’arma non sia solo un fucile, ma una chiave d’accesso a un mondo globalizzato, dove la guerra è parte dell’economia.

Per molti ragazzi, entrare in una milizia significa ottenere potere, rispetto e a volte perfino ricchezza. Qui, un’arma è più di un fucile: è una chiave d’accesso a un mondo che altrimenti li escluderebbe.

A Goma la guerra si nutre anche delle immagini importate da lontano. Jourdan scrive che nella guerra in Congo, come altrove, è spesso la realtà a trarre ispirazione dal cinema e non viceversa. I giovani combattenti assumono pose viste nei film d’azione, si muovono con la sicurezza di un eroe da blockbuster. Parlano poco, sparano veloce. Nella loro mente, la guerra è un copione già scritto, e loro devono solo interpretarlo.

Il conflitto nel Nord Kivu non è solo una questione etnica o politica. Il vero nodo è il controllo delle risorse. La guerra qui è un’economia parallela, un ingranaggio ben oliato che permette a molti di arricchirsi. Jourdan lo descrive come il volto più brutale del capitalismo moderno, in cui la violenza diventa parte della catena di produzione globale. Le armi arrivano, le milizie si muovono, i minerali vengono estratti. E mentre il mondo continua a discutere di diritti umani, i camion carichi di coltan non smettono mai di partire.

Questa situazione non nasce dal nulla. La storia coloniale della regione ha tracciato il solco su cui si è sviluppato il conflitto. L’amministrazione belga aveva creato una netta divisione tra città e campagne, favorendo un’élite urbana e lasciando le zone rurali in condizioni di abbandono.

Ancora oggi, questa frattura sociale alimenta la guerra, con una popolazione urbana sempre più militarizzata e una periferia abbandonata a sé stessa.

Come descritto da Ilaria in Legacy of Colonialism in the Empowerment of Women in Rwanda, il sistema coloniale belga imponeva rigide strutture di potere e controllo sociale, spesso attraverso l’educazione delle donne come strumenti di stabilità familiare e politica. Nei centri di formazione creati dai belgi, le donne non erano educate per essere indipendenti, ma per diventare mogli sottomesse, funzionali a un sistema di dominio patriarcale. Ancora oggi si percepiscono le tracce di questa eredità: donne che portano il peso della sopravvivenza familiare, mentre gli uomini brandiscono le armi in un ciclo infinito di guerra e sfruttamento.

2025, otto anni dopo

Apro le pagine della BBC, leggo il post su cosa sta succendo a Goma, in Congo il paradiso per le materie estrattive. Voglio capirci di più di questa storia, così chiamo A., che si è spostato con una ragazza giapponese che sta in Gabon, ma da bravo rwandese mi racconta che la situazione è sotto controllo.
Nessuno può rispondermi. Così mando un vocale a Agnese, chiedendole se la situazione è simile a quella del 2013, se è davvero esplosa o se è solo un altro ciclo della stessa storia. Voglio capire il legame tra il coltan, il litio e il traffico di diamanti.
Agnese è antropologa e vive in Ruanda da più di quindici anni. Le ho posto alcune domande.

Agnese, puoi aiutarmi a capire meglio la situazione? Mi sembra che le notizie siano molto frammentarie.

Devo dire che ci hanno lasciato una libertà enorme pur essendo sempre presenti. Dal punto di vista del Ruanda, stando a Kigali, tutto sembra tranquillo. Le notizie arrivano, ma ovviamente viviamo in una sorta di bolla. L’M23 ha conquistato un’area molto grande nella regione del Nord Kivu ed è arrivato fino a Goma. Adesso stanno scendendo verso Bukavu. Ieri ho sentito che erano stati rallentati. La situazione adesso è che alcuni stati africani, tra cui il Sudafrica, hanno dichiarato che invieranno rinforzi all’esercito della RDC per contrastare l’M23.

Perché la situazione è esplosa proprio ora?

Sull’M23 c’è una narrativa globale – penso alla BBC o ad altre fonti internazionali – che semplifica un po’ troppo le cose. Non che non ci sia del vero, ma la realtà è più sfumata. L’M23 nasce da soggetti congolesi, tutti ruandofoni, da anni discriminati dai governi congolesi. Vivono in diverse zone del Kivu, soprattutto nel Nord, e per decenni i loro diritti non sono stati riconosciuti. A un certo punto, questa discriminazione ha portato a tensioni molto forti. C’è chi è nato e cresciuto in quelle regioni, ma si è visto negare il diritto di essere considerato cittadino congolese. Ho parlato con persone che sono rientrate nei loro villaggi dopo anni e si sono trovate di fronte a discriminazioni pesanti.

Attualmente, in Ruanda ci sono circa 100.000 rifugiati congolesi ruandofoni, mentre in Uganda sono circa 400.000. L’M23 dice di combattere per questi congolesi e per i loro diritti, ma ovviamente il conflitto ha molte più sfaccettature.

E il ruolo del Ruanda in tutto questo?

È chiaro che il Ruanda ha un ruolo chiave. L’M23 non è un movimento ruandese – come a volte si sente dire – ma è innegabile che il Ruanda lo sostenga.
Il governo ruandese lo usa come proxy per la propria sicurezza, anche perché in Congo ci sono ancora gruppi armati legati ai genocidari del 1994. Alcuni di loro hanno ricostituito delle milizie e, nel corso degli anni, hanno attaccato i confini ruandesi.
Quindi, da un lato, il Ruanda usa l’M23 per proteggersi. Dall’altro, non si può negare che ci siano enormi interessi economici: il Kivu è ricco di risorse come il coltan, il litio e l’oro. Il Ruanda vuole mantenere il controllo su quei territori e garantire accesso a questi minerali.

È quindi solo una questione economica?

No, sarebbe riduttivo. Non è che il Ruanda sia l’unico attore con un interesse economico. Quando altri gruppi ribelli, burundesi, ugandesi o congolesi, occupano un territorio, fanno esattamente la stessa cosa: sfruttano le risorse minerarie. È una logica che coinvolge tutti.

Secondo te, come andrà a finire?

Quello che non riesco a capire è quale sarà il futuro di questa crisi. Tshisekedi, il presidente congolese, si rifiuta di parlare con Kagame, nonostante la mediazione dell’Angola per un dialogo tra i due leader.
L’M23 vuole rafforzare la propria posizione prima di negoziare. Hanno già conquistato Goma e puntano a Bukavu per avere più peso nelle trattative.
Non voglio neanche pensare all’ipotesi che altri stati africani mandino rinforzi all’esercito congolese per sconfiggere l’M23 e, di conseguenza, trovarsi a combattere anche contro soldati ruandesi. Sarebbe devastante.

Molti mi chiedono: come la vedi? Io dico che mi sembra una situazione simile a quella del 2012, quando alla fine tutti si sono seduti a un tavolo per negoziare. Stavolta, però, l’M23 è militarmente più forte e potrebbe ottenere più concessioni.

Come possiamo raccontare questa guerra attraverso le persone, senza ridurle a numeri?

Raccontando le storie. Ho lavorato con rifugiati, soprattutto donne, che hanno subito violenze, che hanno perso tutto. Le loro voci meritano di essere ascoltate, ma senza vittimizzarle. Bisogna restituire dignità alle persone, non ridurle a storie di sofferenza.

Se dovessimo raccontare la tua esperienza in un film, quale sarebbe il titolo?

Fuori dalla bolla.

E tra dieci anni, come vedi il Ruanda?

Spero stabile, ma non ne sono certa. È un paese in pieno cambiamento. Io? Non so dove sarò, ma continuerò ad ascoltare.

Fotografie dell’autrice

Per approfondire:

Peter Uvin, Aiding Violence: The Development Enterprise in Rwanda

Luca Jourdan, Generazione Kalashnikov. Un antropologo dentro la guerra in Congo

Ilaria Buscaglia, Legacy of Colonialism in the Empowerment of Women in Rwanda

Un pensiero su “Ruanda: fuori dalla bolla

  1. Grazie per aver condiviso la tua storia. Mi sono appassionata al Congo recentemente e leggere il racconto di chi conosce questo paese è davvero interessante. Anche perché la situazione sul campo continua a cambiare.

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