Maranza di tutto il mondo, unitevi! | Per un’alleanza dei «barbari» nelle periferie

Prendi tutto e scappa
Come un maranza.

– Fabio Rovazzi, Maranza

Cominciamo l’anno nuovo con un libro che ha fatto parlare di sé, sollevando diverse polemiche, soprattutto a destra. Il termine «maranza», infatti, ha una connotazione decisamente impopolare: il tamarro di periferia, di origine straniera, spesso magrebino, dedito ad attività non sempre lecite. Il saggio di Houria Bouteldja – attivista antirazzista e nota teorica franco-algerina – ha scelto questo termine, volutamente spregiativo, per rendere comprensibile al pubblico italiano il francese barbares, pubblicato dalla casa editrice DeriveApprodi nella traduzione di Elsa Gios.

Maranza sparano con una scacciacani in Corso Giulio Cesare, a Torino

Anche Ramy Elgaml – il ragazzo italiano di seconda generazione ucciso lo scorso 24 novembre da una gazzella dei carabinieri a Milano durante un inseguimento per un mancato fermo stradale – del resto, era ascrivibile alla stessa categoria: un «bifolco» di periferia, un elettricista, un proletario milanese di origine egiziana a bordo di un motorino guidato dal suo amico Fares, scappato per paura, forse perché privo di patente. Le forze dell’ordine, com’è noto, con la popolazione non bianca, troppo spesso, non usano i guanti.

Da Milano a Torino, la tragedia ha scatenato diverse mobilitazioni di militanti che rivendicano il fatto che Ramy era prima di tutto un loro coetaneo: un ragazzo di 19 anni fatto fuori perché razzializzato.

In foto, Ramy Elgaml, il ragazzo diciannovenne ucciso nell’inseguimento a Milano

Eppure, mentre la procura indaga sull’omicidio stradale, c’è una riflessione importante, al di là dell’ingiustizia sociale, sulla composizione di classe che dalle banlieue parigine alle periferie italiane forma le nuove generazioni. Quella stessa riflessione che – anche a sinistra – troppo spesso è mancata e che trova, nel titolo marxiano Maranza di tutto il mondo, unitevi! la sua degna collocazione.

Se, dagli Stati Uniti di Trump e Musk all’Italia di Giorgia Meloni, la destra sembra avere stilato un patto «razziale» con il proletariato bianco, che organizza i rapporti sociali e il lavoro, è proprio dal sottoproletariato migrante che può nascere la nuova frontiera di resistenza alla destra, nella difficile, per adesso solo ipotizzata, alleanza tra le seconde generazioni razzializzate e i lavoratori poveri maggiormente colpiti dalla crisi.

Chi scrive vive esattamente lo stesso tipo di impasse sociale: da una parte la classe lavoratrice bianca, stipata in periferia e sempre più chiusa e razzista, e dall’altra un’incomunicabilità pressoché totale con la nuova composizione «maranza» appunto, che torna alla ribalta nelle cronache strumentali all’informazione conservatrice solo per questioni negative, quelle che fanno notizia, senza considerare il complesso sostrato culturale che caratterizza determinati soggetti. Nel mezzo un mondo di militanti, volontari, associazioni che vorrebbe un approccio diverso e proprio per questo sta cercando un linguaggio comune appropriato. Per comprendere l’alterità, occorre guardare a queste realtà con una lente di classe e decoloniale, in modo da non cadere in facili semplificazioni.

Maranza al parco Dora, Torino

Purtroppo, i marxisti francesi hanno perso l’occasione – a suo tempo – di liberarsi dello spettro del proudhonismo, che relegava, con il Partito Comunista Francese, il sottoproletariato delle periferie a una «classe pericolosa», senza comprenderne il potenziale e forse anche per questo, le nuove generazioni di francesi hanno poca fiducia nella sinistra tradizionale. Al contrario, un approccio bordighista, che già negli anni ’60, in Italia, aveva intuito che l’internazionalismo era vano senza comprendere le motivazioni del post-colonialismo, così come oggi potrebbe aiutare di certo un approccio intersezionale e queer, ci insegna che spesso, tra le minoranze, c’è più dialogo.

Comunque la si pensi, bisogna riconoscere che la portata politica della sfida è ambiziosa. Dato che dovrebbe ormai essere chiaro a chiunque che quello del socialismo in un solo paese di matrice stalinista non sia mai stato un orizzonte sostenibile, l’unione tra gli ultimi, pur di provenienze diverse, acquista un suo fascino. Dato per assodato che la componente ideologica di alcune realtà di conflitto come i gilet gialli non sia affatto liberale e progressista, la sinistra contemporanea farebbe meglio a cogliere questa opportunità, dato che la classe media bianca, quella che in francese si chiamerebbe beauf, non la segue più e anzi, negli ultimi anni si è trincerata in una rancorosa quanto reazionaria visione del lavoro, dei rapporti sociali, della società civile che rasenta lo sciovinismo più becero e che poi a livello elettorale si traduce in voti alla parte conservatrice.

Scontri con la polizia durante una manifestazione in solidarietà a Ramy Elgaml, Milano

Nel frattempo, a destra il dibattito diventa sempre più allarmista: i commentatori in televisione sembrano capaci soltanto di condannare la rabbia sociale che si è espressa nelle piazze, senza proporre nessuna soluzione che non sia quella repressiva o ipotizzando di creare addirittura uno «scudo legale» per le forze dell’ordine. Non è un caso che il libro di Bouteldja sia stato osteggiato da Alessandro Corbetta, capogruppo della Lega in Lombardia, che ha proposto di vietarne la circolazione e le presentazioni. Se non altro, un motivo in più per leggerlo e per aggiungerlo alla lista dei testi imprescindibili per affrontare la contemporaneità.

Ovviamente, come ricordato da altri commentatori, e ancora di più in Italia, vuoi per ragioni storiche, vuoi per la grande mescolanza mediterranea che da sempre ci caratterizza, la bianchezza non è una categoria politica di per sé. Però, come ricordato anche da Ruthie Gilmore, non esiste capitalismo che non produca e riproduca razzializzazione, disparità di genere e differenze di classe. Occorre dunque porci dalla parte dei «barbari», appurando che il progetto illuminista dell’unificazione e dell’assimilazione culturale ha avuto dei risvolti anche drammatici, eludendo o spesso escludendo le questioni di classe e della razza.

In foto, Houria Bouteldja, autrice del libro

Un blocco sociale interrazziale e decoloniale, che vada oltre al mero antirazzismo che fino a oggi è stato messo in campo nelle periferie, è il nodo cruciale sul quale il saggio di Bouteldja pone l’attenzione, demolendo uno per uno i miti del progressismo e del liberalismo classico, mettendo a nudo le caratteristiche intrinsecamente razziste del campo della bianchezza.

La forza politica della proposta dell’autrice risiede proprio nella capacità di costruire un orizzonte conflittuale comune, creando una connessione tra le due componenti degli sconfitti della storia: i «maranza» e il lumpenproletariat o – per usare un’espressione gramsciana – la classe dei subalterni.

Provare a unire le differenze, anziché negarle. I «barbari», in questo contesto, sono tutti coloro si sono visti esclusi dal patto sociale repubblicano, francese o italiano che sia. Sono il sottoproletariato di questo Paese, quello che non si è mai potuto permettere un’istruzione di qualità e che andrà a occupare i ruoli più marginali della piramide sociale. Sono gli esclusi dai (pochi) benefici garantiti dalla cittadinanza e dalla circolazione europea. Spesso, in Italia, sono gli stessi che non possono neanche partecipare a una manifestazione, perché ricattabili dal sistema coercitivo del permesso di soggiorno.

La parte che appare più problematica, occorre dirlo, è quando l’autrice, per rendere questo progetto politico tangibile e concreto, auspica una «Frexit» decoloniale, anche sull’ondata delle ultime elezioni francesi, che malgrado la vittoria effettiva del Fronte Popolare di Melenchon non si sono poi tradotte in un governo di sinistra. La scelta radicale di Bouteldja, che per questo motivo è stata accusata di rossobrunismo, è di denunciare la matrice profondamente liberista e tecnocratica dell’UE, la stessa che non consente delle svolte realmente sociali nei vari Paesi europei e la cui governance sta attirando sempre più il disprezzo di ampi strati della popolazione, pronti ad affidarsi alle forze nazionaliste o apertamente fasciste. Peccato che al momento le stesse forze neofasciste puntino a occupare sempre più spazio nell’orizzonte europeista, lo stesso che in passato veniva relegato agli euroscettici; dunque, l’esito di questo tentativo – seppure ardito – di maggiore autonomia sarebbe quello di regalare una capacità di manovra ancora maggiore ai partiti di estrema destra, rinunciando, di fatto, alla gestione dei fondi europei e gettando le già fragili democrazie dell’Europa in pasto ai sovranisti.

In Italia, dove chi nasce, cresce e lavora nel nostro Paese non è considerato cittadino fino ai 18 anni di età, una delle battaglie auspicabili rimane proprio quella sullo Ius Soli e sullo Ius Scholae. La raccolta firme per ridurre il tempo previsto per ottenere la cittadinanza, da dieci a cinque anni per gli italiani di seconda generazione, è una testimonianza recente di quanto questo tema sia sentito tra i giovani, malgrado i vari governi di destra siano lì per ritardarne il più possibile il successo.

In un contesto come quello italiano, dove ancora si sproloquia di piano Kalergi ed eserciti industriali di riserva, il libro di Bouteldja appare come un piccolo faro all’orizzonte, per aiutarci a ritrovare la rotta e non rimandare ulteriormente i temi più urgenti, in una prospettiva conflittuale.

Rimane perciò interessante l’intuizione dell’autrice sul fatto che la lingua del «barbaro», come notato da Louisa Yousfi, è la lingua dello straniero, dell’escluso, dell’irriducibilità di chi è costretto a stare ai margini per sopravvivere e traduce in lirica l’arte della guerra di classe. La strada, in altre parole, conferisce autenticità agli enunciati e trasforma l’opportunismo mainstream in antagonismo reale. La differenza tra i due punti di vista sta tutta qui, e nei prossimi anni sarà fondamentale tenerne conto.

Maranza di tutto il mondo, unitevi! di Houria Bouteldja
Derive Approdi, 2024
160 pagine, edizione con alette interne

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