La caparbia, inesausta lezione delle fiabe è dunque la vittoria sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente niente altro, perché assolutamente niente altro c’è da imparare su questa terra.
– Cristina Campo, Gli imperdonabili
“Mia madre è messicana”. […] Lei e sua madre, ha detto, sono favorevoli alla proposta di Trump di costruire un muro tra Messico e Stati Uniti.
– Dave Eggers a un comizio di Donald Trump su L’Internazionale, 11/2016
1
Picche tenta di sistemare con stizza crescente la divisa sulla sua magra figura rotta da una robusta e prorompente pancia. Davvero un curioso vestimento questa sua montura! Il pezzo forte è la giacca di un verde e pungente fustagno disseminata di mostrine, martingale, bottoni d’oro.
Strattona a sinistra la stoffa e con dispetto vede che si sbieca a destra, che fa grinze e piegoline; sbuffando s’arrende infine e abbandona lo specchio, infila le scale che tempesta con gli stivali cornacchie nere e irrompe nel cortile di terra battuta dove l’aspettano i suoi coscritti della Difesa di Pedemonte.
Sale sul podio, una tavola sopra a dei mattoni, tossisce per richiamare l’attenzione e ruota la testina d’uccello, occhi puntuti, su tutti loro. Le reclute si affrettano ad attrupparsi aggiustandosi addosso la giacca mimetica in dotazione e, chi ce l’ha, il cappello.
Che non è solo una storia di confini e di etnie, dice di botto Picche saltando l’inizio della sua filippica, o una questione religiosa (per quanto quel loro dio crudele e pretenzioso… ), e neppure si tratta di fanfaluche sulla libertà, sul colore della pelle o dei cosiddetti diritti civili. È tutto questo ma solo in parte!
E Picche, che ha saltato l’inizio della sua tirata, si concede una pausa per meglio urlarne la fine: È il futuro che vogliamo, per noi e per i nostri figli! È il futuro di Pedemonte!
Riprende affannato e tira alle conclusioni con aria saputa: Quelli di Oltremonte si stanno preparando e noi che facciamo, eh? Noi che facciamo? Ci sono delle carie che andrebbero estirpate! Dovremmo prepararci, agire per estirparle!
Ho scritto al superiore e proposto il nostro programma in quattro punti:
- Sigillare il confine e fermare l’invasione dei migranti che vengono a rubarci il lavoro.
- Realizzare la più grande operazione di deportazione della nostra storia: via gli stranieri dai campi di patate e dai castagneti.
- Difendere le nostre libertà fondamentali, tra cui il diritto di tenere e portare armi.
- Rafforzare e modernizzare le nostre forze armate, rendendole più forti e potenti di quelle di Oltremonte.
E sapete quale è stata la sua risposta? Niente, nulla. Non sono stato convocato a spiegare, a illustrare.
E prende aria, Picche, boccheggia invasato e si asciuga col fazzoletto la sputazza bianchiccia orripilante tra le labbra.
Noi, noi, noi eccoci qui, invece: ci prepariamo, ci esercitiamo e saremo pronti!
E poi dà il segnale, Picche, le parole, l’incitamento: Oggi da voi mi aspetto molto!
Partono al trotto i malmessi coscritti: op, op, op; zaino sulle spalle e il fucile a tracolla ma senza la baionetta.
I coscritti – contadini e meccanici di trattori e motorette – inadatti al servizio di leva per difetti nel corpo o nell’anima. Che però alla patria devono pur qualcosa, e allora vengono arruolati, malvestiti di giacche in dotazione e scalcagnati stivali, nella Difesa di Pedemonte.
E via ora, op, op, op, e via di nuovo, op, op, op, e ancora op, op, op, einfine Stop!
Mettiti in posizione, lascia cadere lo zaino in terra, aprilo, prendi la baionetta, tirala fuori dal fodero; prendi il fucile, innestaci la baionetta, ritorna in posizione e poi lasciati cadere con l’arma puntata contro il nemico.
Torretta però, l’ultimo fante appena arruolato (per lui non c’erano stivali e la giacca è di due, tre taglie più grande), non riesce mai a infilare la baionetta prima degli altri: è sempre l’ultimo a lasciarsi cadere puntando il nemico; Picche sprezzante gli dice: saresti già bello che morto in piedi tutto quel tempo, soldato.
Ma stavolta, op, op, op, Torretta si dice che deve farcela e ripassa i gesti uno a uno: la tiro fuori dal fodero, la punto in alto col manico di legno in basso, la infilo nel cannello sotto la canna, ritorno in posizione, mi lascio cadere, arma puntata.
E freneticamente, quand’è il momento, poggia il fucile in terra, spinge la baionetta sulla bocca del cannello, ma quella non vuole entrare; allora, in preda al nervosismo, alza il fucile e lo sbatte in terra sperando che lo scossone innesti la lama. E così s’ammazza ché la baionetta ratta guizza sulla sua gola e lui muore.
Accorrono, lo voltano: sì, sì, è proprio morto. Lo caricano su una barella, un lenzuolo tra due stanghe, raccolgono il fucile, lo zaino (nessuno vede la baionetta affossata in terra tra l’erba alta) e rientrano a Pedemonte pensando a come dirla quella cosa lì, quel fatto grave che però a raccontarlo fa venir da ridere a tutti, perfino ai barellieri: che imbranato però Torretta!
Il superiore: e però qui c’è un morto! mica è robetta! È stizzito il sergente di polizia cittadina distaccato al controllo di quella trasandata unità di persone storte, e ha il timore che gli appioppino una qualche responsabilità che invece, dice, è tutta di quel fuori di testa, di quel complottista di Picche.
E poi, che morte è stata?
Di taglio, carotide, signore, dice Picche in difficoltà.
E l’arma?
Probabilmente la sua baionetta.
Probabilmente? urla il superiore.
Non s’è ancora trovata, signore.
E già, sbuffa quello, non s’è trovata! Cristo! … E però… senza l’arma non c’è delitto, no?
La baionetta non si trova. S’affossa con la pioggia e il manico di legno scuro si vede appena tra i sassi e le radici dove s’è interrata.
La troverà una donna scesa da Mezzomonte a far fiori e cicorie: arrugginita, storta, dal triste aspetto d’una lama esausta di guerra.
Il lamaccio, dirà, il mio lamaccio per le erbe infestanti, per i rovi, per l’edera e le giunchiglie. E passerà di donna in donna, il lamaccio, consumandosi nell’uso e per rifargli la lama, fino al giorno che Candida bella dirà: il mio lalamaccio, il mio lamaccio per le erbe infestanti, i rovi, l’edera e le giunchiglie, e che io metterò ai piedi dell’uomo della mia vita.
2
Il ragazzo non ama le castagne e le patate, e con le bestie non ha pazienza, dice la madre.
Senza cervello, aggiunge il padre.
Magari io!
Magari tu che cosa?
Fossi stata così, come lui: felice e senza pensieri.
Lui, il figlio, saltella sul prato, insegue insetti, cade dietro alle farfalle dal volo ubriaco e torna correndo ogni volta che ha fatto una nuova scoperta: Mamma! Papà! e allarga la manina scoprendo cadaverini o foglie o sassi.
A Pedemonte c’è da tirar su castagne e patate, dice il padre, ci sono le bestie da allevare; è così che campiamo, e neanche malaccio, no? e lui vuole fare l’arrotino!
È per via del vecchio Eppe che arriva a fine mese, dice la madre; arriva e si piazza sotto al rosone ad affilare: forbici, coltelli, falci; e tuo figlio sta lì a guardare per ore quello che pedala e pedala e la ruota gira e fischia e geme.
Mola, dice il padre.
Mola che cosa? chiede la madre.
Così si chiama la ruota che affila.
Il figlio è cocciuto e vuole fare l’arrotino. Resiste ai rimbrotti, alle minacce, agli amici che lo prendono in giro. A scuola, una vecchia stalla riattata ad aula con le sedie e i tavoli vecchi dati via dalle famiglie di Pedemonte, ascolta annoiato la maestra Granieri che insegna l’aritmetica contando i piselli, sottraendone alcuni, aggiungendone altri.
Il monte è il mondo. A sud, sul piede, c’è il suo paese, Pedemonte; più in alto sta Mezzomonte da cui scende e risale Eppe arrotino; a nord, sul versante opposto, Oltremonte. Sono casette e fattorie circondate da castagneti e campi a patate. Il ragazzo saltella torno torno agli uni e agli altri, ammira la maestosità dei grandi tronchi ma non entra nel loro fitto di luce nera ché ne ha paura e preferisce le piccole piante delle patate dai fiori piccini che nascondono il loro tesoro in terra.
Lui, lì, tra quei campi, non vede il suo futuro: né a cavar patate, né a bacchiar castagne; e le bestie poi no e poi no! Ché mi fanno paura e non ho la pazienza, come dice mamma.
E però gli anni passano e il ragazzo s’è dovuto acconciare a patate e castagne (no, le bestie no!), ma non l’abbandona il pensiero dell’arrotino e non smette di aspettare il suo arrivo a fine mese.
Eppe arrotino fa avanti e indietro da Mezzomonte dove vive, e appena arriva, alza la biciletta sulla staffa e comincia a pedalare e la fa cantare.
Dice: senti che canta, ragazzo?
E un giorno il ragazzo gli dice: Posso venire con te Eppe?
Dov’è tua madre? gli chiede quello.
A casa.
E tuo padre?
Per castagne.
No che non puoi venire; e poi, che vieni a fare?
A fare l’arrotino.
No, ragazzo, ripete il vecchio Eppe mentre copre la mola con un panno e mette in terra la bicicletta e la volta per la strada di Mezzomonte.
Il ragazzo cresce con una vecchia zia che lo porta ogni mattina a messa dalle suorine, lo fa pregare per pranzo e cena e prima di dormire; gli mostra la collezione di santini e racconta le storie di quei martiri tristi.
Un giorno compra un treppiede e ci sistema sopra un grosso sasso spietrato da un campo di patate; lo sbozza perché possa servire da mola, anche se mica gira: è solo per esercitarsi nel mestiere. Fa la lama a un vecchio coltello e a una mezza falce trovata nei campi.
E sempre, ogni fine mese, si presenta al vecchio Epp.
E adesso, posso venir con te?
Dov’è tua madre?
È morta.
E tuo padre?
Anche lui.
Va bene andiamo allora, gli dice Eppe: tu pedali e io arroto.
Io pedalo e tu arroti, ripete felice il ragazzo ch’è un uomo fatto oramai.
E impara presto e giusto in tempo per prendere il posto del vecchio Eppe che una sera spalanca gli occhi, si guarda attorno, gli dice: Senti che canta, ragazzo? e muore.
Il ragazzo che ha imparato ormai il mestiere, pedala pedala i gemiti della mola, lo stridio di lame. Saluta con un sorriso e un cenno del capo le donne che vengono a portargli da lamare.
Le donne anziane di Mezzomonte vengono col fazzoletto sul capo, un vestito lungo coperto da un grembiale macchiato di purè di patate o di castagne. Le donne giovani di Mezzomonte non hanno il fazzoletto in testa né indossano vestiti lunghi e grembiali.
Guardale lì, dicono le anziane, sembra che vadino al mare. Che vadano. Che? Si dice che vadano.
E tutte hanno lame da affilare, le donne di Mezzomonte: coltelli, falcetti, battilonte; e la cosa che amano di più è far comunella, le anziane tra loro e le giovani a parte, e di scherzare con l’arrotino che porta notizie da Pedemonte.
Ah, tu sei il nuovo arrotino, come ti chiami?
Arrotino.
Ti chiami Arrotino?
Sì, è il mio nome.
E come ti chiamavi giù a Pedemonte?
Non me lo ricordo.
Arrotino conosce allora ogni donna e ogni lama di Mezzomonte e sempre guarda il gruppetto delle giovani donne di Mezzomonte in gonnella e camicia, pantaloni e maglietta. Fri fri, piange intanto la mola e sfrigola l’acqua che cade giù dal beccuccio a consolarla.
3
Candida bella un giorno viene alla mola; da sola che mai s’aggruppa. Figuretta sottile che con la veste giallina è farfalla zig zag in volo spezzato; di forme gentili e un andare ch’è danza e sospiro per chi la guarda. Non sembra di questo mondo ed entra lieve in questa favola nostra.
Non hai nulla per me, Candida bella? chiede Arrotino.
Lei mostra la lama stretta dal corto manico di legno scuro che ha in mano.
È il tuo coltello dell’orto?
Il mio lamaccio, la mia lama amorosa che non voglio affilare e che metterò ai piedi dell’uomo della mia vita, che da tempo aspetto e aspetto.
Chissà com’è bello il tuo orto, dice Arrotino, per cambiar discorso.
E nell’orto lui chiede cos’è questa pianta, quel cespuglio, e quelle barbe violacee avviticchiate. Poi lei lo conduce nel capanno dell’acqua dove un cannello sgocciola dentro una vasca che piena all’orlo lascia andare rivoli chiari per l’orto e ogni dove.
Candida si spoglia e per ultimo si toglie un bianchissimo pettine che le tiene i capelli in crocchia: è di fragili ossa: lo scheletro di un uccellino.
E fanno l’amore tranquillo come fare il pane in casa o leggere insieme una favola vecchia: senza ombre o pensieri.
Ma Candida bella non mette il lamaccio ai piedi di Arrotino perché non è lui l’uomo della sua vita.
Spesso vanno per l’orto, attorno ai piccoli canali d’irrigazione, a fianco di canne che sostengono fragili rami o alle reti che proteggono foglie e semenze dai becchi avidi delle galline; e sempre senza ombre o pensieri vanno nel capano al rumore sottile dell’acqua che va per ogni dove.
Candida gli tiene compagnia quando la mola frigge per le molte lame delle donne in attesa; Arrotino le fa scivolare sulla pietra da destra a sinistra, da sinistra a destra. Candida siede su una pietra vicino e lui che pedala e pedala, e lei volta la testa verso la strada che sale da Pedemonte per vedere se per caso arrivi l’uomo della sua vita. Quando Arrotino non ha più da lamare, lei lo prende per mano e lo porta nell’orto.
Sei persa d’amore per me Candida bella? scherza lui.
No di certo Arrotino, certo che no, e ride come acqua che cade e scroscia.
Poi un giorno Candida bella si sveglia e di scatto si mette a sedere sul letto: È arrivato! esclama: è giù a Pedemonte e sta salendo da me; e si veste e scappa e corre e caracolla.
Addio Arrotino!
Picche pensò che quell’uomo, l’uomo della sua vita, della vita di Candida, venuto da chissà dove, fosse uno spione. Lo studiava, lo seguiva, ma non coglieva nulla di sospetto, e non cogliere nulla di sospetto voleva dire che quello era proprio uno spione abile al suo mestiere.
Allora convocò i suoi per eccitarli all’azione e al sospetto.
Lo sapete che a Oltremonte mangiano i cani? che mangiano i gatti? Li stanno mangiando, stanno mangiando gli animali domestici delle persone che vivono lì. Questo è quello che sta accadendo a Oltremonte e che può accadere anche qui ed è una vergogna.
E che vuoi fare? dice il superiore sprezzante a Picche ch’è andato a riferire dell’uomo della sua vita. Se vuoi, aggiunge, stai in guardia ma con discrezione che i nostri concittadini ne possono fare una questione di libertà, di diritti e di fanfaluche simili per i giornali.
Non si fidava di Picche il superiore: Quell’uomo ha un morto sulla coscienza e una baionetta in meno.
L’uomo della sua vita si avvicina un giorno ad Arrotino; siede vicino alla mola, saluta muovendo appena il capo e poggia le mani aperte sulle cosce. Mani grandi, dita lunghissime, braccia possenti e una testa che riccia e squadrata sembra quella di un dio.
Sai quei dei greci del nostro libro di mitologia? dice Una.
Ma no, voglio proprio vederlo ‘sto dio greco!
Hai da lamare? Andiamo.
T’ho portato il lamaccio da arrotare, Arrotino, dice l’uomo della sua vita avvicinandosi con passo sicuro, quasi di marcia.
Lo vedo, dice Arrotino e pensa all’orto e al capanno dove non tornerà.
Le donne venute alla spicciolata, si raggruppano e parlottano al tintinnio dei coltelli; guardano attentamente Arrotino e l’uomo seduto e poi s’avvicinano rassicurate.
Ecco Arrotino il mio coltello; questa è la falce; questo il coltello del pane.
Piano, pianino, ho da servire prima questo signore, dice Arrotino, e preso il lamaccio lo guarda a lungo prima di cominciare a pedalare e ad appoggiarlo sulla mola, con delicatezza, pensando fosse fragile, presto a spezzarsi.
Mi chiamo Ariete, dice l’uomo della sua vita.
E io Arrotino, e così la conoscenza è fatta.
E la storia pure, aggiunge quello con un sorriso franco.
E scende la pace e l’armonia tra loro al suono ingentilito della mola che Arrotino fa andare con molta prudenza su quel lamaccio vecchio e sottile.
Questa volta te l’affilo, dice, ma il taglio è troppo stretto per farlo ancora, dovrai presto sostituirlo.
L’uomo della sua vita annuisce come avesse un pensiero, un piano da attuare.
Gira la mola e fila via: fri fri; scintille attorno ad Arrotino che schizzano in aria e cadono poco più in là a morire.
S’arriva a sera, e molte erano state le donne venute ad affilare, molti gli uccelli a trasvolare, forte il vento a sferzar la terra e il cielo (nuvole bianche come bandiere di buon augurio: Oggi non piove, aveva detto Una).
È calato sul mondo un silenzio strano che l’uomo della sua vita, seduto sulla pietra, rompe con voce chiara, priva di malanimo o sospetto.
Tu hai amato Candida bella, Arrotino, e io ti ringrazio di averla fatta felice quando io non c’ero.
E quale stupore, che meraviglia nel mormorio delle donne mentre Arrotino deterge con la manica il sudore alla fronte e alza lo sguardo sull’uomo.
Allora quello fruga nelle sue tasche e ne tira fuori un involto che porge ad Arrotino.
Cos’è?
È il suo pettine bianchissimo, dice Ariete girandolo in aria.
Arrotino lo prende, raccoglie i suoi radi capelli in una piccola coda alla nuca che ferma con lo scheletrino d’uccello di Candida bella.
Ariete alza la mano in un gesto di pace, si volta e va; lo seguono le donne che parlottano allegre come in una processione indisciplinata o alla fine di una festa che deve essere stata proprio allegra e bella.
E al cambio di passo di due stagioni giungono voci di una nascita a Mezzomonte e Arrotino, salito da Pedemonte per lamare, chiede alle donne: È Candida bella che sta per partorire?
È Candida bella che sta per partorire, dice Una.
E nasce una figlia così bella che le donne fanno la fila davanti alla sua culla e ognuna le porta un dono.
Le più anziane dicono che Marmuzia è più bella di sua madre ma le più giovani dicono che non si può dire: Non si può mica dire.
Marmuzia, si chiama, e quando volta il faccino a guardarle ognuna si pente dei suoi peccati e fa voto di essere buona per l’anno che viene.
4
Marmuzia va incontro al suo destino che, com’era stato quello di sua madre, era quello d’aspettare un uomo straordinario. Un uomo bello come il sole, diceva. Una frase fatta, certo, ma che sembra in questa favola, azzeccata.
Marmuzia innamorò uomini e donne a Mezzomonte e ne divenne l’angelo custode, la fata. Tutti amavano la figuretta allegra e la gentilezza, l’attenzione che dimostrava per chi aveva bisogno: i malati, gli insonni, i vecchi.
Arrotino invecchia e non riesce più tanto bene ad affilare lame e falcetti perché pedalare gli è sempre più faticoso, e tiene maldestramente coltelli e falci sulla mola e li affila più qui che lì, più su che giù.
Eh, Arrotino!
E allora Arrotino decide di rallentare quel suo pedalare e di vivere a Pedemonte senza più salire a Mezzomonte e lì morire.
L’avvicinò Marmuzia bambina fata e gli disse che sarebbe scesa con lui a Pedemonte perché l’uomo bello come il sole non sarebbe mai salito a Mezzomonte; portava con sé i consigli di Candida bella e una borsa con poco altro, e però in fondo vi giaceva il lamaccio di sua madre che, le aveva detto, porta bene.
Così scendono i due accompagnati dalle donne di Mezzomonte; davanti a tutte Candida e Ariete un po’ tristi: Ma tornerà a trovarci, dicono.
Rientrò dunque Arrotino nella sua vecchia casa e tolse le ragnatele, buttò via ogni cosa non necessaria e fece posto alla stanza della fata bambina che aspettava il suo uomo bello come il sole.
Venivano a trovarlo amici e compaesani e, ogni volta, per un gioco che piaceva a entrambi, Marmuzia s’affacciava in casa sudata e scapigliata con il lamaccio in mano: Arrotino! è da affilare! Non si può, rispondeva lui, si può spezzare.
Il lamaccio che Arrotino un giorno puliva con olio e petrolio, gli scivolò di mano e gli fece un taglio sul pollice sinistro, e lui, guardando sbalordito il sangue sgocciolare, seppe che a Mezzomonte Candida bella era morta.
Marmuzia pensa che con Candida bella si spegne la favola bella e improvvisamente vede il mondo com’era, come avesse inforcato soltanto ora gli occhiali giusti. Adesso cielo e terra hanno spigoli e più spenti colori e la gente ha facce provate dalla fatica dell’esistenza; perfino le bestie che belano, muggiscono, abbaiano, si mostrano impaurite e s’aggirano impaurite.
Marmuzia è sbigottita e pensa che tutto è cambiato perché Candida bella è morta e Arrotino è triste; e anche la mola, dice, che pure ancora gira e affila e gira e affila, anche se poco pochissimo, non canta come faceva un tempo: ora piange davvero.
E si guarda attorno e dice: È qui, a Pedemonte, che tutto è cominciato, che la favola bella è partita? È qui che va a finire?
Mentre guarda perplessa il lamaccio che ha in mano (che è davvero lì l’inizio di questa storia), Arrotino dice: Quella lama è troppo sottile, non farla cadere.
Poi un giorno Marmuzia dice con emozione grande:
C’è un uomo Arrotino!
Che uomo?
È arrivato un uomo bello come il sole.
Di dove viene? Che fa questo tuo sole, di cosa vive?
Dipinge, Arrotino.
E cosa dipinge?
Grandi battaglie.
Battaglie?
Battaglie.
L’uomo bello come il sole riproduce quadri di battaglie famosi e li rivende. Dietro ci scrive l’autore dell’originale e più sotto in piccolo il suo nome, piccolo, ma piccolo che non si legge mica.
Passa anni su ogni quadro perché ama le grandi battaglie con tanti piccoli soldati, e morti e vivi; e scene di guerra e distruzione, e il dolore sulle facce dei guerrieri terrorizzati, fossero essi vincitori o vinti.
È vestito sempre di un grembiale tutto di macchie e colori; alto slanciato e dal passo a saltello col quale si lancia ora su questa parte del quadro (un cavallo ferito), ora su quella (un angelo benedicente i vincitori o mosso a pietà dei vinti). Ma ha un’ombra negli occhi, come un’offesa, un torto subìto.
E che c’è e che c’è? gli chiedeva Marmuzia, cosa t’offende? ma quello avvicina il naso alla tela e finge di studiarne i dettagli, finge.
Che dipingerai? gli chiede Marmuzia, e lui le fa vedere la tela enorme inchiodata alla parete della sua stanza e divisa in tre parti: Qui ci dipingerò la battaglia di San Romano.

E lei dice: Va bene, senza sapere di santi e di romani.
È dunque una donna felice, Marmuzia, che ha sposato l’uomo bello come il sole e che vive con lui vicino a un torrente chiaro e turbinoso.
D’estate e d’inverno, siede su un sasso grande sulla riva del torrente mentre il pittore di battaglie dipinge di guerrieri e cavalli e lance al cielo.
Picche dice: e questo adesso? Questo pittore di battaglie?
Si rivolge ai suoi con aria furba perché lui lo sa chi è: lo chiede solo a dimostrazione della sua perspicacia.
Lo dicono bello come il sole, ma a me non pare mica. Lui e quell’altro, l’uomo della sua vita, sono della stessa banda: malfattori di Oltremonte venuti a spiarci, a far da battistrada all’invasione.
Abbiamo bisogno della chiusura totale e completa delle frontiere.
A me la povertà non piace, ma di solito c’è una ragione per cui si è poveri. Quando Oltremonte manda qui la sua gente, non ci sta mandando il meglio. Stanno mandando persone piene di problemi, e queste persone portano i loro problemi qui da noi. Portano droghe. Portano crimine. Sono stupratori.
Dobbiamo costruire un grande muro. Costruirei un grande, grandissimo muro sul nostro confine e farlo pagare a Oltremonte. Non deve esserci scala che possa arrivarci, e se mai riuscissero a salire in cima si troverebbero nei guai perché non c’è modo di scendere giù.
Una delle cose di cui abbiamo bisogno è la trasparenza. Occorre vedere attraverso il muro, potrebbe essere un muro di acciaio con delle aperture, occorre avere delle aperture perché dev’essere possibile vedere attraverso il muro. Per esempio, per quanto orribile possa sembrare, quando vengono lanciati grandi sacchi di droga dall’altra parte del muro, e c’è della gente dall’altra parte, non si vedono. E se vieni colpito sulla testa con un peso di 60 libbre? È finita.
Ho scritto al superiore e sapete quale è stata la sua risposta?
Nessuna, non mi ha risposto.
Dobbiamo considerarlo un tradimento? Una resa a quelli di Oltremonte?
5
Marmuzia però, sebbene felice del suo amore e di quel tempo beato, sentiva come una puntura vicino al cuore e al risveglio ogni mattina, prima che si rallegrasse col suo pittore, doveva sciogliere la nebbia che vedeva attorno anche se non c’era.
È che è tempo che la favola cambi verso, dice Marmuzia all’uomo bello come il sole che non capisce. È tempo che al giorno s’opponga la notte e all’allegria subentri la tristezza e il malaffare.
E infatti venne un inverno che sembrava andar di fretta, che concentrò in poche settimane tutto il freddo l’acqua e il vento di un anno intero.
Arrotino si ammalò e si fermò il clangore di lame e la mola smise di sfrigolare. Pensò che stava per morire e si mise a letto e reclinò il capo contento della vita che aveva avuto e delle donne che aveva amato.
Vennero le donne di Pedemonte a vederlo morire e anche un gruppetto di quelle di Mezzomonte; si accostavano al letto e dicevano: Eh, Arrotino!
Ma non moriva Arrotino, e invece del buio che si aspettava, del silenzio e di altro che non sapeva e non temeva, gli rodeva l’anima un pensiero: chi avrebbe arrotato lame e coltelli quando lui se ne sarebbe andato?
Allora gettò di lato le coperte, si lavò per bene, si vestì come andasse a una cerimonia e mosse per tutta Pedemonte e bussò a ogni porta chiedendo se c’era qualcuno che volesse imparare il suo mestiere.
Patate, castagne, galline e capre, a noi va bene Arrotino, ma affilare lame, col freddo e il caldo, che mestiere è?
Eh, Arrotino! non scherziamo, eh!
E però, nella vita così come nelle storie, si ritorna spesso al punto, si ricomincia, si ripatteggia il tempo rimasto, poco o tanto che sia. E un ragazzetto con un piede venuto male, di capra quasi (come nelle figure dei fauni greci del libro di mitologia, aveva subito detto Una), venne a dire che lui per i campi non era buono ma che se poteva lavorare stando seduto a pedalare, ad affilare insomma, avrebbe fatto la sua parte.
E chi ti porta, te e la bicicletta con la mola che pesa su e giù, tra Pedemonte e Mezzomonte?
Mi porto da me, Arrotino.
Con quel piede?
E l’altro, Arrotino.
E vuoi per la stanchezza, per la voglia che aveva di togliersi dal mondo e riposare un po’, Arrotino acconsentì e si mise di buona lena a insegnargli ad affilare. Da dove si comincia, e dove si finisce; dove si tiene la lama, dove il manico; quando cambiare l’acqua per raffreddar la mola.
E un giorno Arrotino dice: Adesso sei pronto e puoi salire a Mezzomonte; quando arrivi cerca la fontana del serpente e mettiti lì a gridare forte il tuo nome, chiama le donne.
E come mi chiamerò?
Arrotino, dice Arrotino sbalordito dalla sua ingenuità, come vuoi chiamarti?
Fauno: per arrivare a Mezzomonte gli ci volle meno del tempo del richiamo del fagiano, e meno ancora per trovare la fontana del serpente.
Là vennero le donne colle ceste piene di lame, falci e coltelli.
Ah, tu sei il giovane arrotino, dicono e nella loro faccia ci sono molte curiosità da soddisfare.
Come ti chiami?
Arrotino.
Fauno Arrotino, ti chiameremo, disse Una guardandogli il piede, Fauno Arrotino! e tutte risero e lui pure.
L’arrotino!, urlò allora Fauno, donne, è arrivato Fauno Arrotino!
Lavorò tutto il giorno, spinse la mola pedalando e scrutò ogni lama. Le afferrava quale al dritto quale al rovescio e sembravano ridere al fri fri della mola spedita e allegra.
Si ritrovò a sera con le mani piagate e con polvere di ferro dentro agli occhi. Allora s’alzò e vide che non aveva ancora finito, che c’erano ancora cestini con lame da lamare, e fu in quel momento che vide la donna uscir dall’ombra. Senza parlare Marmuzia gli porse un involto che lui scartò: dentro c’era una lama stretta e lunga, troppo stretta, pensò, per essere affilata.
Cos’è, le chiese? e quella restò muta facendo sì col capo; sì, sì.
Questa lama non si può affilare, è troppo fragile e troppo sottile; si spezzerebbe.
Le donne lo guardarono come si guarda un cane che ringhia e minaccia, e ripresero le lame e i coltelli dal cesto che erano ancora da affilare e s’avviarono per tornarsene a casa. Infilarono la strada e appena prima di sparire per sempre (perché non sarebbero certo più tornate quelle donne ad affilar coltelli e lame), si girarono tutte insieme al fri fri della mola che aveva ripreso a friggere e videro Fauno Arrotino che pedalava e il lamaccio nelle sue mani che brillava e sembrava venuto a vita nuova.
Fauno Arrotino lo calò lentamente dall’alto in basso (gli occhi delle donne seguivano quel tragitto come aspettando una sentenza); poggiò il lamaccio leggermente sguincio in modo che la parte sottile della lama sfiorasse appena quel fri fri che sembrava anche lui aver timore (gli occhi delle donne si chiusero per la paura); lo sollevò infine a mostrarlo sbuffando l’aria che aveva trattenuto per la paura di spezzarlo (gli occhi delle donne si aprirono e sorrisero al miracolo e alle promesse di chissà quale futuro).
Picche urla: Coscritti, fedeli alla patria! Questi i tempi della giustizia, dell’acclaramento dei fatti e delle testimonianze, che restano e valgono anche se si fanno polvere come del resto si faranno i testimoni.
L’istruttoria! La presentazione al giudice del fascicolo che dice che nessuno, dico nessuno può essere accusato di aver causato, per mal condotta, indifferenza e imprudenza, la morte del morto Torretta, morto per morte da taglio, di lama o baionetta.
Fu un errore del superiore, pensare che senza arma l’assassinio non ci fosse stato: sbagliava. Il crimine c’è stato, il morto pure e il colpevole anche; che è poi lo stesso Torretta di mano sua propria ammazzato. E qui, coscritti fedeli alla patria, si chiude infine la storia di Torretta e della sua baionetta.
Vi ringrazio molto per il vostro tempo. Grazie per la vostra attenzione. Vorrei ringraziare tutti voi. È meraviglioso. Non c’è mai stato niente di simile in questo Paese e forse anche oltre. E ora sta per raggiungere delle nuove sfere, perché aiuteremo Pedemonte a guarire. Pedemonte ha bisogno di aiuto. Rimetteremo a posto i nostri confini. Sistemeremo tutto.
6
Arrotino pensò che finalmente poteva morire e si sdraiò dopo essersi lavato e cambiato. Si sistemò allungando le braccia e le gambe come stanno i morti, mentre le donne di Pedemonte e quelle di Mezzomonte si disponevano attorno a lui mormorando, forse pregando.
E aspettava, Arrotino, occhieggiava, spiava porta e finestre se mai s’aprissero lentamente, silenziosamente, per far passare l’ultima visita, l’ultimo respiro, ma niente, non succedeva niente e lui non sentiva alcun dolore.
E poiché Arrotino non muore, le donne, che si sono stancate di stare in piedi, siedono dove possono e cominciano a parlottare, a domandarsi E che c’è, e che succede?
Marmuzia, dice Arrotino, perché non muoio?
Lei si sente svenire alla domanda, ma è soccorsa dal suo pittore di battaglie che l’afferra e la stringe al petto. E stringendola a sé sente il lamaccio nella sua cintura e lo sfila poggiandolo accanto alla mano del morente che subito lo stringe.
Arrotino finalmente sente che se ne sta andando: nella terra dove tanto tempo prima il lamaccio s’era affossato e la favola bella era iniziata.
Allora annuisce, sorride e sussurra: Candida bella!
Alle donne scappa di piangere.
Sospira Una: Eh! Arrotino, Eh!
Illustrazione di Eric Ravilious
Opera di Paolo Uccello
Alfredo Speranza è nato a Roma nel 1950. Laureato in Ingegneria elettronica, manager e poi imprenditore nel settore info-telematica. Con Rattatata (Nutrimenti, 2022) suo romanzo d’esordio, è stato finalista e menzione speciale al Premio Calvino 2021. Nel 2024, per Giacovelli editore, ha pubblicato il romanzo Mommeo dimonio.
